16 febbraio 2004

La saga dei mari

Se il mio clone fosse ancora vivo, adesso lo chiamerei, qui, a darmi una mano.
Gli chiederei di stare qui lui, che era tanto bravo a fare il cattivo.
Gli ridarei la sua sedia, il suo letto, i suoi amici.
Gli ridarei persino suo fratello.
Così ci andrebbe come a quei tempi ad ubriacarsi e a dire che loro due sono i migliori del mondo.
A cantare, a parlare, a far innamorare.
E in due facevano faville a quei tempi.
Le donne ci cascavano, gli amici applaudivano.
“I fratelli Bozza!” urlavano tutti.
Yeah rispondevano i fratelli Bozza.

Se il mio clone fosse ancora vivo lo farei stare qui al posto mio, che forse è l’unico al quale affiderei me stesso, mentre io riposo un po’.
Perché adesso inizio a sentire di nuovo un po’ di stanchezza.
È normale credo.
Saltuariamente viene fuori.

Se il mio clone fosse ancora vivo, gli chiederei di occuparsi un po’ lui di tutto questo e anche un po’ di me.
Perchè lui era forte quando era vivo.
E in questo momento, l’unica cosa che desidero dalla mia vita, è qualcuno a cui affidare me stesso, mentre io riposo un po’.
Non mi deve risolvere i problemi.
Mi basta un bacio quando torno a casa e uno quando non torno.

Perché non ti riprendi?
Facevi abbastanza schifo come fratello, ma almeno c’eri.
Non te ne andare, per favore.
Non ce la farei questa volta.
E poi, dai, il nostro pubblico chiede ancora anche di te.
Non posso soddisfarlo da solo per sempre.

Se torni, prometto, ti regalo le mie donne.
Come una volta.
Quando la gente urlava “I fratelli Bozza!”
E le donne litigavano per noi.



a mario bros.
e a quando si metteva in testa di salvarmi lui quando mario senior non tratteneva.
a quando, ingenuamente, credeva anche lui di essere un supereroe.

Pantano

Non sono un tifoso del ciclismo, nonostante ne abbia sentito raccontare la bellezza da un atleta, e l’abbia sentita tutta.
Però ieri sera ho sentito anch’io che se n’era andato qualcuno.
E ore e ore di trasmissioni e servizi sul perché è morto solo, ed è colpa mia no è tua potevamo non abbiamo fatto.
E la cosa mi toccava.
E per una volta, la prima volta nella vita, ho mandato un sms ad una trasmissione.
“Il fatto che le persone circondate dal successo quando vincono, muoiano sole quando perdono, non è una prerogativa dello sport, Umberto Bindi è morto così. Mio padre pure, e non era nessuno. È il mondo che è brutto”

La differenza è che da lui hanno bussato dopo 5 ore, da mio padre dopo quindici giorni, ma per il resto, tutto il resto, è identico.
La differenza tra chi ha vinto qualcosa, anche se in passato, e chi no, sta solo nel tempo che rimani per terra.
Ma sei morto tanto quanto l’altro.
E sei solo, tanto quanto l’altro.
E queste cose sono solo esplosioni mediatiche che nascondono altri milioni di queste dimostrazioni di quanto stia diventando sempre più brutto.
E i bambini non sono più rispettati.
E il bene dal male non lo si distingue più.
E persino io che non sono tifoso ho capito che se n’era andato uno che meritava di restare.
Perché se è morto solo, in un mondo così, vuol dire che era una persona meravigliosa.

E i migliori, da sempre, muoiono soli.
Perché vuol dire che non hanno mai accettato.
Perché noi normali del mondo normale, quando pensiamo alla nostra morte, sappiamo chiederci solo quanta gente ci sarà al nostro funerale.
Dando, chissà poi perché, per scontato, che ci sarà qualcuno.

11 febbraio 2004

Mario

Mario da piccolo sognava di essere un supereroe.
E viaggiava in piedi sui treni senza reggersi per allenarsi a stare in equilibrio per quando l’avrebbero chiamato sulla nave spaziale.
Mario entrava nella vasca con il suo Barbapapà di gomma e giocava alle bolle.
Mario prendeva treni da solo quando era troppo piccolo per difendersi dai malintenzionati.

A Mario un giorno, un signore con una parruccona bianca chiese se voleva più bene a papà o a mamma.
E intanto Mario faceva il letto, studiava e prendeva medaglie.
Mario piaceva alle bambine e le bambine piacevano a Mario.
Mario da grande diventò bravo a fare il letto.
Viveva, Mario, in un mondo dove bisogna essere professionisti per potersi permettere di sbagliare.

Mario vide dolore negli anni.
Mario combattè battaglie in nome di nessuno, e nel nome di Mario Senior le vinse.
Quasi tutte.

Mario aveva tanti soldi ma li spendeva e allora non ne aveva più.
Quelli intorno a Mario si, però.
Mario quando era piccolo era pronto a salire sulla nave spaziale e aveva l’amico di equipaggio che il padre la stava costruendo di nascosto in giardino.
Ma Mario si trasferì prima che fosse finita e non riuscì mai a vederla finita.
E allora da quel giorno Mario guarda sempre in cielo in direzione sud-est perché vuole vedere quando passerà per fare ciao con la mano al suo amico.

Mario sognava una donna mentre guardava in cielo aspettando la nave spaziale.
Mario un giorno incontrò Mària.
Le fece il letto, le bolle nella vasca e tanti treni in equilibrio.
E lei gli regalò Mario Junior.

Mario quel giorno non guardava più il cielo per vedere la nave spaziale perché stava tutto il giorno al di qua del vetro a fare ciao con la mano a Mario Junior.
Quel giorno una signora grassa grassa con un camice tutto verde gli disse se voleva entrare al di qua del vetro per toccare Mario Junior.
Mario entrò, prese la mano di Mario Junior e gli disse “E adesso rendi più bello tutto il mondo”.
Mario Junior gli rispose stranito “Ehi, Papà, ma io sono solo un bambino!”
E Mario rispose “No, sono io che sono solo un uomo”.



a mario senior.
e a quando mi teneva per non farmi cadere.

6 febbraio 2004

LaPizia

Non sono un agente segreto.
Si, lo so, tutto lo farebbe pensare, invece non lo sono.
Sono un uomo normale.

Un po’ più bello sicuramente, ma fondamentalmente normale.
E non sono stato in un posto segreto, sono stato a Roma.
E non ho protetto segreti mondiali, ma le solite seghe mentali aziendali che loro vogliono mantenere segrete solo per il numero degli zeri che quelle seghe producono.
E non ho mangiato fagiani uzbechi in salsa cingalese su letto di foglie di palma norvegese con una spruzzatina di aceto balsamico giurassico distillato da giada fossile, ma una pizza in un vicoletto, tutto solo con un libro sul tavolo.
E non ho incontrato i cinque capi di stato mondiali, ma una persona semplice con due occhi stupendi.
E non l’ho sposata su un jet mentre lo pilotavo io, ma ci ho passeggiato evitando le macchine.
E non indossavo la mia tuta spaziale, ma una maglia di topolino per la quale mi ha preso per il culo dopo dieci secondi esatti che mi ha parlato.
E non ho ripreso la mercedes che mi era venuta a prendere all’aeroporto all’andata, per tornare all’aeroporto, ma ci sono andato con lei in metrò sperando di perdermici.
E non ho fatto arrivare cento camerieri per portarle un vassoio con la tisana ribuà che c’era anche la “i” e novantanove per portarle un fiore a testa, ma mi sono seduto con lei ad un tavolino dove lei mi ha indicato una bella ragazza per distrarmi e poter flirtare indisturbata col cameriere dicendogli “biscottini” e aggiungendo “amore” con il suono della voce.
E non le ho fatto piedino due volte, ma le ho per sbaglio dato due volte un colpo per poi, chiedendo scusa, sentirmi dire “Uè! Le clark!” realizzando che forse non le interessava che avessero i razzi antigravitazionali sotto.

E non ho spostato il sole con i miei superpoteri di supermago per creare l’effetto cartolina, è stato tutto assolutamente a mia insaputa e per di più con lei di spalle che nemmeno la guardava quella cartolina perché c’erano una rivista stracciata e un ombrello rotto che erano più interessanti di me e di quel sole alle sue spalle che credimi ti hanno resa davvero bella come pensavo perché quando ti immaginavo ti immaginavo esattamente così, semplice, sorridente, con una cartolina sempre attaccata dietro come fondale teatrale ovunque ti trovi con tutti i tetti di tutte le chiese e di tutti i monumenti di Roma e il sole che gli scende dietro a qualsiasi ora con una dolcezza che anche quello che per un pelo non hai fatto stampare col suo motorino contro un albero non è riuscito a far altro che alzare la mano per salutare e dire “Grazie” che non ho capito cosa aveva da ridere uno che stava per ammazzarsi per colpa tua ma evidentemente anche lui vedeva la cartolina alle tue spalle e il tuo attacco di irrefrenabile voglia di shopping e la luna gigante che l’hai vista prima di me solo perché a me era toccato il sole e me l’hai indicata e, l’ho visto bene, anche avvicinata tirandola con una corda, e in quel vagone del metrò a parlare di sliding doors e la proposta di partire con me solo con quello che avevi in borsa perché il film insegna, e il tuo rifiuto sorridente di chi non ha niente di brutto da cui fuggire e il tuo diventare rossa mentre le porte si chiudevano su di me che facevo lo scemo lasciandoti con i tuoi nuovi compagni di viaggio al corrente del nostro bimbo che ti porti dentro, su Roma con quel tramonto, sulla giostra dove non ti sei fatta trascinare, sul mio maglione di topolino che è come il cervo di Briggeggion’z, sui biscottini che l’ultimo era per me, sulla palestra di cui non ho bisogno, sul tuo invito a stare a Roma una sera in più con i tuoi amici che nemmeno impegnandomi ci ho trovato una virgola di interesse personale e per questo mi ha reso davvero felice, sulle mie clark, sulla tua maglia pastello che è un termine troppo da docenti ma rende l’idea, sul tuo essere entrata nella hall senza avermi mai visto diretta verso di me come se mi avessi sempre visto, sul mio “vieni qui un attimo che finisco e arrivo” come se ti avessi sempre avuta accanto mentre potevi essere tutt’altra persona che tanto non ti avevo mai vista, sulla prima ora nella quale mi hai fatto dire tutto il mio repertorio di stronzate come si fa con gli spostati mentali che tanto quando hanno finito si calmano, su quel tuo “Dai, davvero, cosa fai di mestiere” dopo che alla tua domanda io ho risposto “Il fotomodello, che domande”, su quella cena che non c’è stata, su quel caffè che mi sono perso, su quella brioches con la quale non ho potuto iniziare la giornata, su quel biglietto del metrò che non ci voleva una scienza per timbrarlo ma ho avuto bisogno di te per riuscirci perché non aveva la freccia che indicava il senso mentre il tuo si, su quell’edicola nella quale ho chiesto un biglietto del metrò al tizio incazzato seduto sotto un cartello grande come una casa “non si vendono biglietti del metrò”, su quelle corse che ho dovuto fare perché per distrazione non avevo visto che il volo era un’ora prima di quello che credevo e in ogni caso troppe ore prima di quello che a quel punto desideravo, sui miei discorsi che ho proseguito da solo come se avessi continuato ad averti davanti sul treno, sull’aereo, sulle scuse che ti facevo mentre la polizia mi perquisiva la valigia perché quel telecomando che avevo in valigia era esattamente come un detonatore e infatti funziona con lo stesso principio, sui biscottini che ho chiesto alla hostess sperando li avesse uguali per tenerne l’ultimo da parte, sulla mia voglia di perdere quell’aereo e rimanere a Roma solo con quello che avevo in borsa, su quella città vista dall’oblò di notte, piena di luci come sempre, ma con una in più, da oggi.

20 dicembre 2003

Una storia vera

Succede che dopo più di dieci anni pensi di averle viste più o meno tutte nel tuo lavoro.
Succede che se per caso il tuo lavoro consiste nel trasformare qualcosa di freddo, di inanimato, di commerciale, in qualcosa che lasci il segno, che venga ricordato, tu sia abbastanza abituato a vedere lo stupore negli occhi di chi guarda, di chi ascolta.
Succede che dopo più di dieci anni tu questa cosa la consideri un’emozione che conferma che sei riuscito in quello che volevi e dovevi fare.
Succede che ne sei sempre felice, perché ogni volta puoi dire a te stesso che sei di nuovo riuscito a fare una cosa diversa, soprattutto per chi la vede.
Succede che dieci anni e più di questo lavoro siano quantificabili in centinaia di persone che rimangono affascinate, in migliaia di mani che applaudono, in centinaia di occhi sbarrati, in decine di persone che prima ti guardano come uno a cui insegnare e dopo come uno a cui stringere la mano.
Succede che dopo più di dieci anni le emozioni che stanno per arrivare le sai un secondo prima perché sei tu che le stai guidando.
Succede che dopo più di dieci anni, per una volta, questa cosa improvvisamente cambi.

E allora succede che tu arrivi in una produzione della quale pensavi di sapere ogni passaggio di scaletta.
Tranne quello.
Che tra l’altro non fa parte dei tuoi compiti questa volta.
Perché questa volta tu ti devi occupare della parte più noiosa, capita.
E scopri che questa volta, nella quale tu ti devi occupare della parte più noiosa, capita, c’è una parte della quale tu non eri al corrente, che appena letta sulla scaletta ti dice subito che quel giorno, per una volta sarai tu ad emozionarti.
E scopri che dopo dieci anni e più fai ancora un lavoro che ogni giorno è diverso.
E te ne rendi conto perché per la prima volta in dieci anni e più, durante le prove, quando non c’è nemmeno un quarto di quell’atmosfera che solo la presenza di un pubblico renderà definitivamente reale, a differenza di quella che si sta simulando, a te, senza che nemmeno te ne accorga, viene un nodo in gola.
E quei dieci anni e più di esperienza ti dicono che quel nodo in gola, se arrivato addirittura durante le fredde prove, diventerà difficile da controllare quando tutto quello che stai guardando accadrà in diretta.
Perché sai che quello che si sta tecnicamente provando, tre due uno live vai con il beta su la musica alza! Alza! Dobbiamo pettinarli! Morandi e Barbarossa in scena vai vai falli entrare! Camera 1 stringi! Camera 2 vai dove sarà seduto lui Bruno voglio la foto del regalo sullo schermo due quando sull’uno ci sono i nomi pronti con le luci a questo punto sicuro si alzeranno tutti preparate memoria luci sulla sala appena parte il video fate arrivare la famiglia in regia abbiamo 12 minuti di tempo per nasconderli quando conto meno 30 fateli scendere in sala volume al massimo quando appaiono le parole mind soul body signori dobbiamo togliergli il fiato, sarà un momento che nella vita di quell’unico uomo per cui tutto questo è stato organizzato rimarrà indelebile come pochi altri momenti.

Perché non capita spesso nella vita di un unico uomo, che più di quattrocento persone abbiano organizzato uno di quei saluti che ognuno di noi sogna nella propria.
Perchè quando capitano queste cose ci si rende conto di avere davanti un uomo speciale.
Perchè bisogna essere speciali per portare quattrocento uomini a provare il desiderio di un saluto che meriti di essere chiamato tale.
Perché non capita spesso che un uomo che fino a un secondo prima è sempre stato chiamato “amministratore delegato” diventi per scelta contemporanea di quattrocento persone un uomo a cui dire “ciao Paolo, Grazie”.

Perché non capita spesso nella vita di nessun Paolo del mondo di scoprire che ad un certo punto di quell’evento che per lui al massimo si poteva trasformare in un orologio d’oro firmato “la tua azienda saluta la tua pensione” le luci si spengano, la sala si zittisca, i dati di mercato spariscano nel nulla e sugli schermi appaia una scritta piccola, bianca su nero, nel silenzio tombale di chi sa, semplicemente “Paolo, questo è per te”, che da il via a 12 minuti ininterrotti di storia della sua vita raccontata da noi che cazzo i video li sappiamo fare proprio emozionanti e sappiamo scegliere anche le musiche emozionanti e gli sappiamo dare proprio il volume emozionante e se per fare tutto questo abbiamo avuto anche la fortuna di avere come complici le persone che lui ama di più e che ci hanno detto quali frasi scrivere su quali foto mettere su ricordi che lui nemmeno sapeva fossero rimasti nei cassetti di quella moglie che un giorno di quaranta anni prima lo fermò per strada in Colombia per avere un passaggio dicendogli quella piccola frase che lui credeva riposta in un cassetto della memoria e che invece ora si accende sotto la loro foto di quel giorno “Vas al norte?” sottolineata da una musica che avrebbe aperto il cuore persino di chi un cuore nemmeno ce l’ha e il primo contratto di lavoro che qualche collega tristissimo ha deciso di impazzire per trovare negli archivi e le foto delle gite in barca con gli amici che oggi dopo trent’anni ancora sono seduti in quell’esatto momento accanto a lui e le foto dei nipotini che sono anni che non vede perché vivono in sudamerica ma lui in quelle foto li ama davvero tanto e loro pure anche se non lo possono ancora dimostrare e wonderful world che per una volta non sembra più banale perché sulle colline di quella toscana dove andrà a passare il resto di quella sua splendida vita sembrano starci come se fossero state scritte apposta e un finale da spaccare il fiato che per cinque minuti elenca uno per uno i quattrocento nomi di chi in quel momento vuole lasciare un piccolo segno in quel cuore che ormai non ha più difese regalandogli non un orologio d’oro che quello lo possono fare tutti ma un semplice trattore come dire “Vai e gioca anche per noi” e una sola piccola parola a chiusura di tutto che poche volte ha avuto così tanto significato “Grazie, Paolo” e cazzo piangevamo tutti porca puttana piangevamo davvero tutti quando un omone di cinquant’anni tutto marketing e prodotti si è alzato a fatica dalla sedia e ha cercato per dieci lunghissimi secondi di dire qualcosa senza riuscire a trattenere le lacrime e non è facile guardare un omone di cinquant’anni avere il singhiozzo e gli occhi così enormi e rossi che anche da lassù in regia si vedevano bene cercare ogni briciolo di forza gli fosse rimasta in corpo per accennare uno strozzatissimo “graz…” senza provare per un attimo il desiderio di scendere dalla regia per andare a stringergli la mano per essere riuscito a dare a quattrocento persone diverse la voglia di regalargli un momento così bello quando se la potevano cavare con un orologio d’oro, e non è stato facile rimanere concentrati sulla regia con le lacrime agli occhi obbligati dal fatto che ancora non era finita, perché se lui pensava che fosse finita li, davvero si sbagliava perché il suo caro amico organizzatore di tutto quello, cercando di divincolarsi da un abbraccio che solo un omone di cinquant’anni in lacrime può dare ad un amico, doveva dirgli quella frase così tanto provata “Vuoi dire grazie? Dillo anche a chi ci ha aiutato”, frase apparentemente fuori luogo in quel momento se non fosse stato per il fatto che dava a noi il comando per aprire le porte e fare entrare in sala quella famiglia a cui lui è legato come pochi altri omoni di cinquant’anni in lacrime possono essere legati e che per motivi aziendali non vedeva da diversi anni e che quella stessa azienda gli ha recapitato a casa dritti dritti direttamente dal sudamerica con un volo preso apposta che ha stabilito per ritardo i tempi di un’intera giornata di regia, per Natale tutti quanti mamma, figli ,nipoti fratelli e pure il cane che nel video ne aveva uno ogni dieci anni e si capiva che se la famiglia ci ha chiesto di metterli tutti nel video un motivo ci doveva essere e guardando quell’omone di cinquant’anni definitivamente bambino riuscire ad abbracciarli tutti quanti in una volta sola per tre interminabili minuti di puro amore come se non avesse desiderato altro per il Natale di tutti i Natale davvero nessuno più è riuscito a guardare quella scena senza crollare in un’emozione che ha riempito gli occhi di tutti di quelle lacrime che hanno il potere di farti ridere di gioia per la felicità di un uomo che pensava che il suo regalo fosse quella maglietta della nazionale cantanti che Moranti cacchio Moranti in persona era arrivato per regalargli e che mezz’ora dopo poteva al massimo servire per asciugare gli occhi di quattrocento uomini in piedi in un applauso così vero e enorme che faceva l'effetto del silenzio.

Più in regia noi otto uomini.
Più la sua famiglia uomini.
Più il suo cane uomini.
Più Paolo uomo.

Si piange.
Sul lavoro, se si fa un lavoro meraviglioso, a volte si piange.
Perchè a volte capita che ad emozionarsi, per fortuna, siamo noi.
E si va avanti grazie a questo per altri dieci anni e più cercando di farlo per vivere una vita come quella.

Grazie anche da parte mia, Paolo.
Fa bene incontrare persone così.
E adesso prendi il braccio di quella meravigliosa moglie che devi avere amato proprio tanto per farle nascere questa cosa nel cuore e “Vas al norte” per i prossimi cinquant’anni.
Come hai detto tu, la tua vita inizia adesso.
E come hai detto tu, grazie.
Con un nodo in gola.
La mia.