Che tanto poi lo sappiamo tutti che ci si perde.
Perché questo è scritto nel corso delle cose.
E ti ritrovi a salutare un amico che parte e tutti a dire “Ci sentiamo, scriviamoci, una mail, ti verremo a trovare”.
Ma tanto lo sai che non succederà.
Perché è scritto nel corso delle cose che col tempo ci si perde, soprattutto quando è di due continenti che si parla.
Perché andare a vivere negli Stati Uniti non è come sposarsi.
Li, si, al massimo ci si ritaglia un martedì con gli amici a bere rum, ma gli Stati Uniti no, quelli sono lontani.
E allora lo guardi dicendo a te stesso che se succede quello che tu speri che succeda tu non lo rivedi più.
Perché ti auguri che realizzi ogni suo sogno, ogni suo desiderio.
Come ogni uomo sulla terra degno di tale nome merita.
E sai che se dovesse riuscirci significherà che non ci si rivedrà più, o comunque non ci si rivedrà per chissà quanto tempo.
Ed è strano salutare qualcuno sapendo che se realizzerà quello che lui sogna tu non lo vedrai più.
Ed è strano perché ti ritrovi a dire “Spero di rivederti il più tardi possibile” intendendo una cosa bella.
Ed è strano perchè sai che se succede, nella tua vita ci sarà un Uomo in meno col quale bere qualcosa la sera.
E non è poco sapere che gli Uomini che hai intorno sono, da stasera, uno in meno.
E c’è anche un po’ di invidia mentre lo saluti, perché sai che domani c’è un aereo che lo porterà la dove sognava di andare da quando ha iniziato a sognare.
E allora è stima quella che racchiudi nel tuo saluto.
Per un uomo che ha tenuto fede ai suoi sogni.
Che li ha costruiti, rincorsi.
E che finalmente ha dato loro il via.
E te ne fotti se tu sei d’accordo o meno, perché non è la tua vita, è la sua.
E allora gli auguri di farcela, di spaccare il culo al mondo.
Sognando si, di andare a trovarlo quando lo premieranno con l’oscar.
Tutti insieme, come si diceva stasera, a urlare che noi lo sapevamo, mentre ti si salutava, che ce l’avresti fatta.
Per quel film che sei finalmente riuscito a girare come regista, con Spike Lee come aiuto regista.
Immaginando, forse sperando, che un giorno, quando farai colazione con Michelle Pfeiffer ti ricordi di me.
E che tra un pan cake e un orange juice tu le dica “Sai, a migliaia di chilometri da qui ci sono degli amici a cui ancora oggi, dopo anni, manco un po’”.
Take care of you Fabio.
18 aprile 2004
14 aprile 2004
La (sottile) linea rossa
C’è un confine sottile in ognuno di noi che per ignote ragioni dalla stragrande maggioranza delle persone non viene superato.
È un confine dentro la testa, una sottile linea rossa che ognuno ha, quasi mai, ben presente.
Al di qua di quella linea ci sono quelli che si chiamano normali, al di là di quella linea si trovano quelli che non riescono più a fingere.
Quasi sempre si è portati a pensare che chi ha superato quel confine sia uno strano, un perdente, uno che ha perso perché ha ceduto, ha gettato le armi con le quali ognuno di noi ogni giorno senza saperlo si difende dal rischio di oltrepassare quella linea rossa.
E quando si ha ogni giorno a che fare con una persona che quella linea suo malgrado l’ha oltrepassata, un po’ alla volta, ci si rende conto di quanto siamo tutti lì, pronti a fare il salto di là ogni minuto della giornata, di quanto sia sbagliato pensare che quella linea divida i normali dai malati, i forti dai deboli, i giusti dagli sbagliati.
La vicinanza con chi quel confine l’ha oltrepassato toglie ogni giorno un mattoncino da quel muro di consapevolezza che ognuno di noi ha, il cui unico scopo è quello di non farci guardare al di là, per continuare a lasciarci nell’illusione che la realtà al di la di quel muro sia fatta da uomini diversi da noi.
Ed è fortunato chi non ha a che fare ogni giorno con qualcuno che ha saltato la linea rossa, perché così può continuare a pensare che a lui non potrebbe mai accadere perché quelli la sono malati, lui no.
L’ignoranza a volte è davvero un biglietto per un viaggio felice.
Con i finestrini chiusi.
Chi invece per sfiga, per destino, per chissà quale assurda ragione non può fare a meno di tenere la mano ogni giorno a chi si trova al di là di quel muro sa bene che di la c’è gente come noi, normale, con gli stessi identici problemi, gli stessi bisogni le stesse incertezze.
Solo molto più grandi.
Non diverse.
E anch’io a volte ho paura della solitudine, oggi o in futuro, come lui, solo che non ne ho il terrore e allora riesco a conviverci.
Come anch’io ho bisogno di sapere che valgo qualcosa per qualcuno, come lui, solo che quando non ho nessuno riesco a valere qualcosa almeno per me e allora non ne vengo divorato.
Ma il problema è lo stesso suo.
Solo non così grande.
La differenza non è nei problemi diversi, ma nella consapevolezza di poterli superare.
E ogni giorno un po’ alla volta inizi a guardare la gente che litiga al semaforo scommettendo su chi dei due oltrepasserà quella linea, perché entrambi sono li li per farlo e tu lo sai, loro no.
E inizi a guardare uomini che tradiscono le proprie donne e viceversa e un po’ alla volta ti accorgi di quanto terrore della solitudine ci sia dietro a un sacco di gesti che ognuno di noi ogni giorno compie abilmente tenuto all’oscuro dei reali motivi che quei gesti generano da una società che passa il suo tempo a dire a tutti che stiamo bene e abbiamo tutto e siamo giusti e siamo forti.
E allora la tua inguaribile ostinazione a cercare sempre qualcosa di buono nelle cose anche questa volta è uscita dal cilindro pronta a darti qualcosa se non da guadagnare, almeno da cui imparare.
E allora io certo vorrei che mio fratello stesse bene, e non dico guarisse perché non è malato, il più presto possibile.
Però nel frattempo in fondo lo ringrazio perché mi sta facendo vedere un sacco di cose della realtà, anche se dura anzi sempre più dura.
Perché cazzo si sta facendo veramente dura e quella linea rossa è sempre più vicina anche a me ma in fondo vederla sempre li bella davanti mi sta facendo vivere un po’ meglio anche in mezzo ad una realtà che dura è dire poco.
E mi sta facendo capire quanto valga l’affetto nella scala dei bisogni di ognuno di noi.
E mi sta facendo capire però anche quanto sia davvero fondamentale imparare a stare bene anche da soli.
Sognando certo di avere qualcuno per cui sorridere ogni giorno, ma contenti anche se quel qualcuno siamo noi stessi anche se per esclusione.
E mi sta insegnando a non considerarmi esente dagli errori.
Perché di errori cazzo ne faccio anch’io e quando sbaglio sbaglio forte ma oggi lo so che c’è una sottile linea rossa oltre la quale non bisogna andare perché tornare indietro è davvero dura e non è detto nemmeno che ce la si faccia.
E questo in fondo lo devo a lui.
Quella linea rossa ha un tremendo nome clinico che però non rappresenta tutto quello che c’è dopo, ma solo il confine superato.
Oltre c’è gente normale, come me, come te.
Credimi, anche come te.
E bisognerebbe che qualcuno lo spiegasse cosa c’è dietro alla moda di fottere il prossimo, dietro alle mancanze di rispetto per la propria donna, per il proprio marito, ai tradimenti degli amici, alle violenze sui bambini, ai quotidiani pezzi di coca.
E bisognerebbe che un giorno a testa, un solo giorno per ognuno degli abitanti della terra venisse costretto ognuno di noi a guardare chi c’è al di la di quel confine per fargli vedere quante persone con le quali prende il caffè ogni giorno ci sono.
Così da fargli sapere che se ci sono loro forse ci può essere anche lui.
Così da fargli capire che violenza è violenza non c’è differenza se non nell’intensità.
E paura è paura, senza compromessi.
Vera, dura, pesante, mortale.
Non esiste nessuno che non abbia paura di qualche fantasma.
Nessuno.
E allora ve lo spiego io dov’è la sottile differenza tra noi al di qua e loro al di la.
La differenza è semplicemente che noi tra le nostre vittime non includiamo noi stessi.
Anche se il più delle volte, anche questa, è una comoda illusione donataci dall'ignoranza.
È un confine dentro la testa, una sottile linea rossa che ognuno ha, quasi mai, ben presente.
Al di qua di quella linea ci sono quelli che si chiamano normali, al di là di quella linea si trovano quelli che non riescono più a fingere.
Quasi sempre si è portati a pensare che chi ha superato quel confine sia uno strano, un perdente, uno che ha perso perché ha ceduto, ha gettato le armi con le quali ognuno di noi ogni giorno senza saperlo si difende dal rischio di oltrepassare quella linea rossa.
E quando si ha ogni giorno a che fare con una persona che quella linea suo malgrado l’ha oltrepassata, un po’ alla volta, ci si rende conto di quanto siamo tutti lì, pronti a fare il salto di là ogni minuto della giornata, di quanto sia sbagliato pensare che quella linea divida i normali dai malati, i forti dai deboli, i giusti dagli sbagliati.
La vicinanza con chi quel confine l’ha oltrepassato toglie ogni giorno un mattoncino da quel muro di consapevolezza che ognuno di noi ha, il cui unico scopo è quello di non farci guardare al di là, per continuare a lasciarci nell’illusione che la realtà al di la di quel muro sia fatta da uomini diversi da noi.
Ed è fortunato chi non ha a che fare ogni giorno con qualcuno che ha saltato la linea rossa, perché così può continuare a pensare che a lui non potrebbe mai accadere perché quelli la sono malati, lui no.
L’ignoranza a volte è davvero un biglietto per un viaggio felice.
Con i finestrini chiusi.
Chi invece per sfiga, per destino, per chissà quale assurda ragione non può fare a meno di tenere la mano ogni giorno a chi si trova al di là di quel muro sa bene che di la c’è gente come noi, normale, con gli stessi identici problemi, gli stessi bisogni le stesse incertezze.
Solo molto più grandi.
Non diverse.
E anch’io a volte ho paura della solitudine, oggi o in futuro, come lui, solo che non ne ho il terrore e allora riesco a conviverci.
Come anch’io ho bisogno di sapere che valgo qualcosa per qualcuno, come lui, solo che quando non ho nessuno riesco a valere qualcosa almeno per me e allora non ne vengo divorato.
Ma il problema è lo stesso suo.
Solo non così grande.
La differenza non è nei problemi diversi, ma nella consapevolezza di poterli superare.
E ogni giorno un po’ alla volta inizi a guardare la gente che litiga al semaforo scommettendo su chi dei due oltrepasserà quella linea, perché entrambi sono li li per farlo e tu lo sai, loro no.
E inizi a guardare uomini che tradiscono le proprie donne e viceversa e un po’ alla volta ti accorgi di quanto terrore della solitudine ci sia dietro a un sacco di gesti che ognuno di noi ogni giorno compie abilmente tenuto all’oscuro dei reali motivi che quei gesti generano da una società che passa il suo tempo a dire a tutti che stiamo bene e abbiamo tutto e siamo giusti e siamo forti.
E allora la tua inguaribile ostinazione a cercare sempre qualcosa di buono nelle cose anche questa volta è uscita dal cilindro pronta a darti qualcosa se non da guadagnare, almeno da cui imparare.
E allora io certo vorrei che mio fratello stesse bene, e non dico guarisse perché non è malato, il più presto possibile.
Però nel frattempo in fondo lo ringrazio perché mi sta facendo vedere un sacco di cose della realtà, anche se dura anzi sempre più dura.
Perché cazzo si sta facendo veramente dura e quella linea rossa è sempre più vicina anche a me ma in fondo vederla sempre li bella davanti mi sta facendo vivere un po’ meglio anche in mezzo ad una realtà che dura è dire poco.
E mi sta facendo capire quanto valga l’affetto nella scala dei bisogni di ognuno di noi.
E mi sta facendo capire però anche quanto sia davvero fondamentale imparare a stare bene anche da soli.
Sognando certo di avere qualcuno per cui sorridere ogni giorno, ma contenti anche se quel qualcuno siamo noi stessi anche se per esclusione.
E mi sta insegnando a non considerarmi esente dagli errori.
Perché di errori cazzo ne faccio anch’io e quando sbaglio sbaglio forte ma oggi lo so che c’è una sottile linea rossa oltre la quale non bisogna andare perché tornare indietro è davvero dura e non è detto nemmeno che ce la si faccia.
E questo in fondo lo devo a lui.
Quella linea rossa ha un tremendo nome clinico che però non rappresenta tutto quello che c’è dopo, ma solo il confine superato.
Oltre c’è gente normale, come me, come te.
Credimi, anche come te.
E bisognerebbe che qualcuno lo spiegasse cosa c’è dietro alla moda di fottere il prossimo, dietro alle mancanze di rispetto per la propria donna, per il proprio marito, ai tradimenti degli amici, alle violenze sui bambini, ai quotidiani pezzi di coca.
E bisognerebbe che un giorno a testa, un solo giorno per ognuno degli abitanti della terra venisse costretto ognuno di noi a guardare chi c’è al di la di quel confine per fargli vedere quante persone con le quali prende il caffè ogni giorno ci sono.
Così da fargli sapere che se ci sono loro forse ci può essere anche lui.
Così da fargli capire che violenza è violenza non c’è differenza se non nell’intensità.
E paura è paura, senza compromessi.
Vera, dura, pesante, mortale.
Non esiste nessuno che non abbia paura di qualche fantasma.
Nessuno.
E allora ve lo spiego io dov’è la sottile differenza tra noi al di qua e loro al di la.
La differenza è semplicemente che noi tra le nostre vittime non includiamo noi stessi.
Anche se il più delle volte, anche questa, è una comoda illusione donataci dall'ignoranza.
13 aprile 2004
Parole al vento
E metto solo una foto scattata la domenica di pasqua, a casa della nonna tutti insieme come quando si stava tutti bene insieme.
Scattata quando uscii sul balcone per fumare una sigaretta e mi accorsi del perché in fondo in fondo la fantasia sia una cosa che ci si porta dentro e si tramandi come il colore dei capelli ai figli e ai nipoti.
L'unica foto che ho avuto voglia di fare.
Ho sempre pensato di attaccare un aquilone fisso sul terrazzo, e da ieri so che prima o poi lo farò.
Fosse anche tra cinquant'anni.
A nonna Mària.
Che ha insegnato a Mario cosa serve per stare bene
Scattata quando uscii sul balcone per fumare una sigaretta e mi accorsi del perché in fondo in fondo la fantasia sia una cosa che ci si porta dentro e si tramandi come il colore dei capelli ai figli e ai nipoti.
L'unica foto che ho avuto voglia di fare.
Ho sempre pensato di attaccare un aquilone fisso sul terrazzo, e da ieri so che prima o poi lo farò.
Fosse anche tra cinquant'anni.
A nonna Mària.
Che ha insegnato a Mario cosa serve per stare bene
27 marzo 2004
500
grazie.
Per l'adrenalina, per avermi aiutato a dimostrare il valore delle piccole cose, per avermi recapitato l'amore, per avermi fatto incontrare persone simpatiche, per avermi aiutato ad allacciare rapporti con le istituzioni e per mille altre cose che dentro di te ti hai visto accadere e che con te se ne andranno in segreto.
Per le donne alle quali hai offerto un letto e per tutti coloro ai quali hai offerto un tetto.
Compreso quell'ultimo inquilino che ha trovato in te una casa ma che, mio malgrado, dovrà andare a dormire da un'altra parte.
Grazie per il topo.
E per il formaggio.
Ma questa la capirà solo l'unica donna da cui ti sei fatta guidare.
Non ho avuto scelta.
In questo mondo non c'è più spazio per le piccole cose.
Mi hanno vietato di portarti a spasso.
Hanno detto che non valevi abbastanza.
Se sapessero.
Questo blog osserverà tre giorni di silenzio.
19 marzo 2004
19 marzo 2001
Mario alla fine aveva davvero imparato a stare in equilibrio nel treno, perché ne prendeva uno ogni venerdì sera e andava da Mario Senior e uno ogni domenica sera per tornare da Lady Mària ed erano stati proprio tanti treni e allora lui aveva alla fine imparato a starci in equilibrio anche se poi non lo avevano chiamato sull’astronave lui però intanto aveva imparato a stare in equilibrio su quei treni che non era cosa da poco quando era così piccolo.
Mario quando andava da Mario Senior se pioveva giocava a monopoli e a scacchi e se c’era il sole bruciava le mosche con la lente di ingrandimento per i libri di Mario Senior che lui era sempre pieno di libri e di fogli e di matite e cartelle e di foto e di progetti e di sogni e di presunzioni.
Mario non lo sapeva che Mario Senior non gli avrebbe mai dato la Giulietta grigia quando sarebbe diventato grande, perché non lo sapeva che Mario Senior non ci sarebbe più voluto andare alle sue feste dei compleanni.
Mario però era contento lo stesso perché Mario Senior gli aveva regalato la macchina bella che aveva e se non l’aveva mai avuta era perché era lui ad essere troppo piccolo ma quella macchina era sua però.
Mario Senior aveva insegnato a Mario a scrivere quelle parole in cinese con il pennellino e anche se erano solo tre non aveva importanza e Mario era contento lo stesso e una di quelle tre era “Grande” una era “Uomo” e la terza era “Albergo”.
Mario pensa che Mario Senior gli abbia insegnato solo quelle tre perché c’era un motivo e allora andava bene lo stesso ed era bello lo stesso perché Mario poteva dire una bella cosa e poteva anche scriverla con il pennellino.
Mario Senior un giorno però è andato via ed è andato a scrivere con il pennellino dove tutti scrivono con il pennellino e andavano tutti sulla bicicletta e a Mario ogni tanto gli mandava le parole scritte con il pennellino però non andava mai a trovarlo più perché era tanto lontano.
Ma Mario era contento lo stesso perché lui aveva le parole scritte con il pennellino e allora era come avere anche lui anche se non era vero.
In fondo Mario da piccolo quando giocava ai cowboys lui faceva gli indiani e loro dicevano che Mario Senior era lo stesso vicino a lui se lui lo pensava e lui voleva e allora lo pensava come dicevano loro, perché se no non poteva più fare gli indiani quando giocava.
Mario quando gli chiedevano dov’era Mario Senior lui diceva sempre in Cina a scrivere i libri con il pennellino e tutti pensavano che lui sognasse e scherzasse perché non voleva dire che non ce l’aveva ma Mario ce l’aveva e lo sapeva che ce l’aveva lontano ma anche vicino però.
Mario un giorno che tutti dicevano che era la festa del papà lui pensò a Mario Senior che era un po’ lontano quel giorno e che non sapeva come stava.
Mario non avrebbe mai immaginato che quel giorno, dopo tanti anni, proprio quel giorno la zia Mària gli avrebbe telefonato per dirgli che Mario Senior non scriveva più con il pennellino.
Mario allora quel giorno ha detto che forse Mario Senior non scriveva più però parlava ancora perché lui ce le aveva tutte le parole scritte con il pennellino che gli aveva mandato e se lui le sentiva ancora voleva dire che Mario Senior le diceva ancora.
E allora Mario è contento perché oggi che tutti dicono auguri ai Mari Senior anche lui può dire auguri a Mario Senior, perché è lontano e lui lo sa che non può tornare perché è lontano.
E anche se non sa dov’è sa che è ancora più lontanissimo di prima e allora Mario non deve fare altro che quando dice auguri deve dirlo un po’ più forte, come quando è capace a dire le cose forti che poi sono quasi sempre, adesso che Mario è cresciuto, “Grande”, “Uomo”, e ogni tanto anche “Albergo”.
Anche se Mario oggi le scrive con il computer.
Mario quando andava da Mario Senior se pioveva giocava a monopoli e a scacchi e se c’era il sole bruciava le mosche con la lente di ingrandimento per i libri di Mario Senior che lui era sempre pieno di libri e di fogli e di matite e cartelle e di foto e di progetti e di sogni e di presunzioni.
Mario non lo sapeva che Mario Senior non gli avrebbe mai dato la Giulietta grigia quando sarebbe diventato grande, perché non lo sapeva che Mario Senior non ci sarebbe più voluto andare alle sue feste dei compleanni.
Mario però era contento lo stesso perché Mario Senior gli aveva regalato la macchina bella che aveva e se non l’aveva mai avuta era perché era lui ad essere troppo piccolo ma quella macchina era sua però.
Mario Senior aveva insegnato a Mario a scrivere quelle parole in cinese con il pennellino e anche se erano solo tre non aveva importanza e Mario era contento lo stesso e una di quelle tre era “Grande” una era “Uomo” e la terza era “Albergo”.
Mario pensa che Mario Senior gli abbia insegnato solo quelle tre perché c’era un motivo e allora andava bene lo stesso ed era bello lo stesso perché Mario poteva dire una bella cosa e poteva anche scriverla con il pennellino.
Mario Senior un giorno però è andato via ed è andato a scrivere con il pennellino dove tutti scrivono con il pennellino e andavano tutti sulla bicicletta e a Mario ogni tanto gli mandava le parole scritte con il pennellino però non andava mai a trovarlo più perché era tanto lontano.
Ma Mario era contento lo stesso perché lui aveva le parole scritte con il pennellino e allora era come avere anche lui anche se non era vero.
In fondo Mario da piccolo quando giocava ai cowboys lui faceva gli indiani e loro dicevano che Mario Senior era lo stesso vicino a lui se lui lo pensava e lui voleva e allora lo pensava come dicevano loro, perché se no non poteva più fare gli indiani quando giocava.
Mario quando gli chiedevano dov’era Mario Senior lui diceva sempre in Cina a scrivere i libri con il pennellino e tutti pensavano che lui sognasse e scherzasse perché non voleva dire che non ce l’aveva ma Mario ce l’aveva e lo sapeva che ce l’aveva lontano ma anche vicino però.
Mario un giorno che tutti dicevano che era la festa del papà lui pensò a Mario Senior che era un po’ lontano quel giorno e che non sapeva come stava.
Mario non avrebbe mai immaginato che quel giorno, dopo tanti anni, proprio quel giorno la zia Mària gli avrebbe telefonato per dirgli che Mario Senior non scriveva più con il pennellino.
Mario allora quel giorno ha detto che forse Mario Senior non scriveva più però parlava ancora perché lui ce le aveva tutte le parole scritte con il pennellino che gli aveva mandato e se lui le sentiva ancora voleva dire che Mario Senior le diceva ancora.
E allora Mario è contento perché oggi che tutti dicono auguri ai Mari Senior anche lui può dire auguri a Mario Senior, perché è lontano e lui lo sa che non può tornare perché è lontano.
E anche se non sa dov’è sa che è ancora più lontanissimo di prima e allora Mario non deve fare altro che quando dice auguri deve dirlo un po’ più forte, come quando è capace a dire le cose forti che poi sono quasi sempre, adesso che Mario è cresciuto, “Grande”, “Uomo”, e ogni tanto anche “Albergo”.
Anche se Mario oggi le scrive con il computer.
Iscriviti a:
Post (Atom)



