19 marzo 2006

Un due tre stella

Mario una volta aveva capito come si saltava, era diventato bravissimo.
Sapeva saltare il pranzo, aveva imparato a saltare la scuola, già da piccolo era portato per il salto di fiore in fiore.
Qualcuno gli diceva anche che da grande poteva fare il saltatore di palo in frasca, che anche lì ci aveva le attitudini.
Tutti lo fermavano per strada e gli chiedevano “Ma come fai? Ma come fai? Dicci anche a noi come fai!”
Lui però il segreto non lo diceva e tutti dicevano che non lo diceva perché era un segreto segretissimo che gli aveva detto una signora vecchia che faceva i tarocchi e un giorno gli disse “scegli un tarocco” indicando i tarocchi tutti disposti faccia in giù su un tavolino fatto a mano con pezzi di piastrelle colorate e lui scelse e lei girò il tarocco e vide che era “Il saltatore” ma che era capovolto e lei gli disse “Allora non mi devi pagare e non me lo puoi più restituire” e lui da quel giorno ogni volta che doveva pagare tirava fuori il tarocco del saltatore lo girava e diceva “Devi pagare tu me” e tutti che conoscevano la leggenda della signora vecchia che non si era fatta pagare (tutti avevano un po’ paura della signora vecchia) gli dicevano di si e lo pagavano.

Lui questa cosa della leggenda della signora vecchia l’aveva sentita per sbaglio in un bar un giorno che era andato a prendere un bicchiere di vino e in fondo al banco aveva sentito un signore che bisbigliava al signore accanto “Ecco, lo vedi quello? È quello che non deve pagare mai perché se no qui salta tutto! Nemmeno la signora vecchia ha voluto i suoi soldi” e dato che quando poi era andato a pagare il signore dietro il banco gli aveva detto “No, lasci stare, a posto così” lui aveva deciso che questa cosa della leggenda non l’avrebbe mai smentita perché tanto non l’aveva inventata lui e quindi non si sarebbe nemmeno sentito in colpa, erano gli altri che decidevano da soli di non fargli pagare mai niente, non vedeva motivo per star lì a puntualizzare.
In realtà la leggenda era nata perché un giorno un signore lo aveva notato mentre provava i suoi salti in mezzo alla strada e gli aveva chiesto “Cosa stai facendo, piccolo bambino” e lui gli aveva risposto “Salto! Grande signore” “E cosa salti, piccolo bambino?” aveva aggiunto il signore “I grandi signori” disse lui “Ma i signori grandi sono molto più alti dei salti che stai facendo, piccolo bambino” insistette lui “È per quello che mi sto allenando” rispose lui “E perché li vuoi saltare?” incalzò il grande signore “Perché devo passare anche se non si tolgono” disse il bambino “Allora io sto qui finché non riesci a saltarmi” minacciò il signore e il bambino senza nemmeno fargli finire la frase fece un balzo e gli passò dietro.
Quando il signore si voltò per sapere come avesse fatto, il bambino gli rispose “Avevo detto grandi signori” con quella faccia lì che hanno i bambini quando vogliono fare un dispetto e il signore, indispettito per l’offesa, andò via e da quel giorno raccontò a tutti la leggenda della vecchia signora per non ammettere che quel bambino l’aveva saltato con le sue sole forze.

Il bambino intanto aveva fatto così tante prove che alla fine era diventato bravissimo e aveva scoperto un nuovo salto: Il salto con l’ansia.
Il salto con l’ansia era quello che aveva imparato quando aveva l’ansia di essere grande come i grandi signori e allora quando ne vedeva uno gli correva in contro e facendo leva sulla ansia faceva il salto e quando arrivava al punto più alto della curva bloccava l’ansia (faceva una mossa che aveva scoperto e che sapeva fare solo lui) e rimaneva lì a quell’altezza a mezz’aria così era alto come i grandi signori.
L’aveva fatto così tante volte che non si accorse che non aveva mai smesso di allenarsi e se ne accorse un giorno quando in strada vide un grande signore ed era grande come lui ma prima di iniziare il salto e allora non fece più il salto con l’ansia.
Il signore era lo stesso che tanti anni prima gli aveva detto che lui era più grande dei salti che sapeva fare il bambino e che non l’avrebbe mai raggiunto.
Dato che tutti avevano visto Mario fare quei salti lì per tanti anni, finirono con il voler provare tutti e prova e prova e prova alla fine nel paese diventarono tutti atleti come Mario e il sindaco del paese decise che allora quell’anno si sarebbero tenute le prime olimpiadi delle cose che stanno nel cuore.
Si iscrissero tutti i giovani del paese e anche il signore quello che era stato saltato da Mario.
Voleva battere Mario e dimostrare a tutto il paese che era lui il migliore.
Durante le gare le selezioni portarono piano piano a eliminare tutti tranne Mario e quel signore là che si ritrovarono così a fare le finali.
Le vinse tutte Mario.
L’unica che fu vinta dal signore fu il triplo salto mortale.
Lo fece perfetto.
Un due tre, ualà, morto.
Per questo a Mario toccò gareggiare da solo in tutte le gare successive.
Oltre alla gara di salto con l’ansia vinse la gara di lancio del fardello, il sollevamento mesi e la corsa a oracoli.
Mario durante la cerimonia di premiazione decise di rivelare al paese tutto la verità su quei suoi salti.
Calò un silenzio irreale in tutta l’arena.
Tutti avevano paura che parlasse della signora vecchia e che per questo sarebbe saltato tutto in aria.
Invece Mario stupì tutti, salì sul podio alto, allargò le braccia, guardò in alto verso il trampolino del triplo salto mortale e disse:
“Da oggi in poi, per un giorno all’anno tutti festeggeremo quel salto ma dovrà essere una festa” e per celebrare quel salto inventò apposta una nuova disciplina e aprì una scuola nella quale da quel giorno in poi i bambini del paese poterono andare a impararla.
Pochi la conoscono, ma questa è la vera storia di “Un due tre, stella”

A mio padre.
5 anni.

2 marzo 2006

Facci un post

Mail.

"Sì siamo diversi.
All'inizio ero attratta da questa diversità.
Ma poi la diversità mi ha punta e l'uguaglianza ci ha respinti. Così per una legge fisica e magnetica, ci siamo allontanati.

Quindi adesso sì, per questo, siamo lontani. E' una conseguenza logica.

E più ti sto lontana più tutto il resto mi appare più vicino.
E quello che si avvicina, se non morde e non punge, diventa più importante di quello che è lontano. E allora succede che tutto il resto (il resto che non sei tu, intendo) è così vicino che posso toccarlo e tu invece sei così lontano che non riesco quasi più a sentirti e a vederti.

Facci un post."

8 febbraio 2006

Tavolo vista ponte Milvio

Che poi in fondo sarebbe bastato capirsi, sui tempi, sui modi, sui perché meritavamo.
È un continuo riempirmi la casa di cose rapite.
La rivuoi? Non te la restituirò mai.
Finché tu non ridarai a me quello che ti sei portata via.
Dare avere avere dare.
È lì, nel cassetto e l’altra cosa è là sulla maniglia, a prender polvere.
La ragazza che viene a fare le pulizie deve averlo capito dai miei occhi, perché non c’è stato mai bisogno di dir nulla.
O forse voi donne vi parlate a distanza, forse le hai detto tu di non toccarla, o forse non l’ha toccata perché voi donne fate tutte le stesse cose e a lei è bastato guardarla per capire che tutto deve toccare tranne quella.

Era inverno.
Era inverno e faceva un cazzo di freddo che quest’anno in confronto sembra di stare ai tropici.
O forse è solo che non si passeggia più nel parco e in casa fa sempre caldo, quanto era freddo il parco sotto la pioggia.
Ci hanno fatto pure un film, giusto?
No, più di uno, un sacco di film nei parchi con la pioggia d’inverno su una cazzo di panchina, intorno c’era bambi gli scoiattoli due nani con la barba un cacciatore e la pioggia che non bagnava.
O forse è solo che sapevamo evitare le gocce, si camminava così senza meta, senza direzione se non quella tra una goccia e l’altra e allora perché alla fine l’ultima non l’abbiamo saputa evitare?
Mancava poco, mancava tanto così per arrivare alla fine del parco dove un albergo ci aspettava con asciugamani caldi e un piatto di spaghetti con le vongole e due occhi grandi una bottiglia di vino bianco bambi due scoiattoli i nani il cacciatore e quella cazzo di nuvola che continuava a seguirci.
Ma noi eravamo sotto la tettoia, non ci spaventava niente, nemmeno le nostre vite buttate all’aria e forse i camerieri certe cose le sanno perché il nostro stava lì, in disparte, a guardare quel siparietto che ogni sera allo stesso tavolo si riproponeva come un film.
Hanno questo, i camerieri.
Ti si affezionano per due ore e sanno tutto senza che tu gli debba dire nulla perché ogni sera viaggiano tra tavoli sempre uguali dove coppie di scoiattoli si giurano amore eterno e loro lo sanno che la sera dopo a quel tavolo ci saranno altri due scoiattoli che si giureranno amore eterno e forse è per quello che non prendono una sedia e non si siedono lì con loro a dire “State attenti, non cascateci, non giuratevi amore eterno, accontentatevi di un piatto di spaghetti con le vongole e di un buon vino, promettetevi al massimo un dolce, non andate oltre le prossime due ore è pericoloso, i giuramenti fatti a questo tavolo una volta usciti da qui non hanno valore legale, controllate il resto, rimandateci indietro il vino se non è buono, ma non giuratevi amore eterno perché la cucina chiude all’una e io non potrò sopportare di vedere andar via pure voi, come tutti gli altri, come sempre, perché vi giurate tutti amore eterno?”

Mario faceva il cameriere, in un’altra vita.
Conosceva le storie di tutti perché osservava ogni piccolo gesto.
Le coppie più solide erano quelle ai tavoli delle quali il vino finiva sempre, quelle uscite per noia si mettevano sempre vicine alla vetrina, amano guardare fuori la vita che passa le coppie annoiate, facendo una specie di sudoku con il colore dei vestiti dei passanti, se passa uno con la giacca blu lo amo ancora, se passa una con i capelli raccolti la amo ancora.
Mario aveva una passione personale per le coppie anziane.
Gli piaceva servire loro due portate perché gli anziani quando escono a cena gradiscono, gradiscono l’aria, l’odore di cucina, la gentilezza di quello che potrebbe essere loro nipote.
Ma più di tutte, Mario sapeva riconoscere le coppie che la sera dopo non sarebbero tornate.
Le riconosceva perché lui e lei si guardavano sempre negli occhi e si giuravano amore eterno.
Le coppie appena nate fanno sempre raffreddare la cena perché hanno tante cose da raccontarsi, Mario questo lo sapeva bene.
Aveva un sistema tutto suo per riconoscere le coppie appena nate.
Quando andava a prendere le comande controllava se lei o lui avevano qualcosa di buffo, una macchia sulla camicia, il prezzemolo tra i denti, quelle cose che chi ti sta di fronte ti fa notare solo se c’è confidenza.
Dopo un po’ di tempo tornava al tavolo con la scusa di sapere se tutto andava bene e controllava se il prezzemolo era ancora lì.
Se c’era, voleva dire che lui o lei non avevano avuto il coraggio di dire nulla e questo significava che la coppia era nuova e c’era quel timore di mettere in imbarazzo l’altro, imbarazzo al quale si preferiva tacere e conservare questo segreto, anche sapendo che bastava tornare a casa o andare in bagno o entrare in ascensore per far sentire cento volte di più il peso di quel prezzemolo a chi in quel momento si rendeva conto che era lì da tutta la sera e non mi hai detto niente e allora non sei l’uomo per me e domani non ci torniamo al ristorante perché io non voglio fare di nuovo brutta figura.
Ma noi avevamo Bambi e gli scoiattoli accanto e questo Mario non l’aveva mai visto.

Ci guardava come fossimo un coppia appena nata di anziani che gradivano, una cosa nuova per lui.
Per questo aveva sospeso il suo giudizio e il solito gioco a scommettersi la mancia col caposala non l’aveva fatto quella sera.
Diceva che tu avevi gli occhi troppo grandi per essere lasciati e io avevo un viso troppo sereno per dire qualcosa di sbagliato.
E gli spaghetti con le vongole non avevano lasciato tracce di prezzemolo.
“È un segno” diceva Mario al caposala che cercava di convincerlo che non esistono coppie appena nate che si giurano amore eterno e riescono ad arrivare alla settimana successiva, nemmeno se hanno Bambi e gli scoiattoli intorno, seppure anche a lui, in effetti, quelle presenze anomale qualche dubbio lo avevano fatto venire.
Avremmo dovuto alzarci da quel tavolo in quel preciso istante, per farci di nuovo seguire dalla nuvola giocando ancora a camminare tra le gocce.
Eravamo riusciti a farlo tutto il giorno, non avremmo dovuto aver paura di riprovare.
O forse soltanto non avremmo dovuto giurarci amore eterno, come diceva Mario, che poi si smette di saper camminare tra le gocce e sapessi come ci si riduce la faccia, quando le si prende tutte.
O forse tu lo sai, ero io che dovevo scoprirlo.
Ma in effetti anch’io già lo sapevo.
Solo, questa volta, ero convinto sarebbe andata in maniera diversa.
Sarà stata la presenza di Bambi, forse gli scoiattoli.
O forse che bella come eri quella sera al ristorante, mi parevi eterna.
T’avesse vista Mario nell’altra vita non avrebbe fatto il cameriere convinto che non ci si debba mai giurare amore eterno.
E forse, in questa, non sarebbe stato tanto stupido da perderti.

22 gennaio 2006

Post in tre righe

Ovvero: l'amore ai tempi dei blog.

Sono fortunato, non hai ancora scritto di un altro.
Sono in tempo per cancellare il tuo indirizzo e congelare 'st'illusione.
E consentirti di scrivere di un altro.