17 settembre 2002

post veloce





Stasera se tutto va bene finalmente Daniele Silvestri!!!!

15 settembre 2002

stasera ho incrociato gli occhi di una fata





In effetti stasera mi avevi proposto di uscire tipo distrazione, ma se avessi immaginato cosa intendevi forse avrei declinato l’invito con eleganza educazione e un briciolo di opportunismo.

La cosa strana è che l’unica immagine che non riesco a togliermi dagli occhi, alla fine di questa simpatica serata, è quella dell’infermiera dell’ambulanza sul tuo pianerottolo.

Era da tempo che non incrociavo lo sguardo di una donna così bella.

Così bella che avrebbe meritato di essere la prima volta che in questo posto si parla di una donna.

14 settembre 2002

scaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccoloscaccolo





Stavo guardando un pochino la grafica di questo posto per capire se mi piace ancora o se è arrivato l’appuntamento periodico con il cambiamento.

Per farlo in genere, come per le immagini che faccio per lavoro, mi fermo e fisso a lungo, finché non passa la sensazione di ovvia abitudine e inizio a vederne gli aspetti per come sono realmente e non per come dopo un po’ li leggo per abitudine.

Sul lavoro mi serve tantissimo, perché chi come me lavora con le immagini, ha come primo obiettivo quello di trasmettere un concetto in un tempo calcolabile in quello che serve per uno sguardo, in genere una frazione di secondo, ma quello che per tutti è il risultato finale, cioè un’istantanea, per chi la crea, a volte, equivale a giorni e giorni nei quali la si ha davanti sempre uguale, e questo fa si che man mano si perda progressivamente l’idea del tempo che avrà a disposizione per parlare.

Concetto strano, ma non mi stupisco.

Lo faccio anche con le parole a volte, ma in quel caso è solo un gioco che mi diverte.

Scelgo una parola senza particolare significato, che ne so, tipo “sedia” e me la ripeto ininterrottamente finché perde il suo compito, cioè quello di simboleggiarmi un oggetto di legno quadrato, e diventa un semplice suono ripetuto senza alcun significato.

Il funzionamento del giochino è semplice, quando ripeti una parola in maniera ciclica, dopo un po’ smette di essere quella che conosci per il semplice fatto che la pronunci attaccata a se stessa ottenendo quindi il risultato di ascoltarla con l’inizio trasformato in fine.

Per intenderci, sedia rimane tale e continuerà a farti pensare all’oggetto finchè inizia in “se” e finisce in “dia”; quando la ripeti in maniera continua cominci a sentirla anche come “dia” della precedente e “se” della successiva.

A quel punto la bocca penserà di pronunciare sedia, le tue orecchie sentiranno diase, e il tuo cervello non avendo più un significato adatto, ti farà credere che la cosa vale per la parola che tu stai pensando di pronunciare, cioè sedia.

E mi diverto.

Con poco, lo so.

Ma provate a farlo con qualsiasi parola, finché non diventa nella mente una parola senza senso.

È possibile togliere alle parole il loro significato, questo è un po’ il senso del giochino, e la sensazione che si prova quando succede è carina.

Stessa cosa ho imparato a farla per avere obiettività nei confronti dei miei lavori.

È chiaro che se io ho davanti un’immagine da giorni e la sto creando io, mi sembrerà sempre bella e adatta a quello che deve comunicare, anche se quella sensazione a volte è dovuta solo al fatto che la ho davanti da così tanto tempo che diventa esatta per confidenza.

Per guardarla senza il filtro dell’abitudine la devo fissare a lungo, fino a quando quello che sono ormai abituato a leggerci mi stufa, in quel momento, avendo deciso di continuare a fissarla ancora a lungo, inizio a trovarne altri significati pur di impegnare il tempo, ottenendo così il risultato di averle tolto il significato che ha avuto fino a quel momento e vederne il nuovo, valutando se è comunque coerente con quello che deve dire.

Se lo è sto facendo un buon lavoro.

Quando faccio video poi, la cosa diventa ancora più fondamentale, ma nello stesso tempo lunga, perché a volte mi riguardo una sequenza di decine di secondi anche per 20 volte di seguito, finché non smette di dirmi la stessa cosa.

Sembra un casino, o una cosa paranoica, mentre in realtà è un processo che se considerato tra i momenti di verifica del lavoro, porta solo dei vantaggi.

In fondo se non succede nulla è perché la stavo facendo giusta, e non mi sembra tale solo per abitudine, se invece mi cambia significato, ho fatto bene a costringermi a scoprirlo perché posso cambiare strada.

Ma tutto questo per dire che?

Che quando una cosa smette di divertirmi o di piacermi, io la guardo finché non capisco se è per abitudine o perché vorrei leggere dell’altro.

Con le persone che abbiamo accanto bisognerebbe fare la stessa cosa ogni tanto.

Con la grafica di ‘sto posto faccio così.

Mi piacciono tutte le versioni che ho fatto, ma le ho sempre lasciate su finché mi facevano provare piacere nel vederle, quando non mi dicevano più nulla di divertente o di personale, le cambiavo.

Ora ogni tanto mi fermo a fissare la attuale per capire se va ancora bene.

L’altro giorno mi sono messo a guardare la parte sinistra, quella dei link.

E il giochino è sempre lo stesso.

Ormai se la guardo è la parte dei link a cui sono abituato, e il cui significato è “comunicare i link”, nient’altro.

E dato che “nient’altro” è una cosa che per me equivale a “noiosa” mi sono messo a fissarla.

Ho vinto.

L’ho guardata così a lungo che alla fine ho scoperto che a guardarla bene è un pezzo degli scacchi.

“Carino!” mi sono detto, “come gli scacchi di cui parlavo un anno fa! Quindi c’entra ancora con il significato di ‘sto posto!”

Provate a fissarla per vedere se è vero, e la sensazione che proverete nel momento in cui vi direte “è vero!” è quella che inseguo io continuamente in ogni cosa, così magari sembrerò anche un pochino meno scemo.

E (non contento, anzi a quel punto divertito) la parte “archivio” che sta sopra di lei l’ho trasformato nel fumetto tipo cartoni animati dove c’è scritto cosa si sta dicendo.

E sono un paio di giorni che quando la guardo sorrido per la coincidenza degli scacchi.

Mi diverto con poco, lo so, come trasformare un banale numero di accessi nel mio palindromo personale.

Ma ora la lascio ancora così com’è perché mi diverte di nuovo quando la guardo, e quindi ho ottenuto l’effetto che desidero senza modificarla, e quindi senza averci dovuto lavorare ancora.

Non so, ma ho come l’impressione che la volontà di tirar fuori cose belle principalmente da quelle piccole, sia uno dei pochi punti di sostegno che mi ha permesso in più di un occasione, di non cadere.

Se non perdo l’abitudine di ridere per una sedia, sono convinto che la mia felicità non mi costerà mai più di quello che posso permettermi.

Ogni riferimento, ovviamente, non è puramente casuale.

Ma questa la capiamo in tre, io, mia madre, e mio fratello.

Anche se lui la potrà capire solo quando gli restituiranno la capacità di farlo.

A volte ho un po’ paura.

Forse è giusto ammetterlo.

Vorrei poter fare anche con lui il mio giochino.

Vorrei poterlo fissare a lungo, finchè non smette di essere quello che vedo.

Qualsiasi altra cosa, tranne la morte, sono certo sia meno dolorosa.

13 settembre 2002

meglio con un amico che con uno sconosciuto





Stanotte alle 00:40 il Miki ha passato pure lui i suoi bei trent’anni tanti auguri yeh! yeh! E l’ha festeggiato godendosi la sua bella dose di palconismo sul palco del festival dell’Unità di Taranto dove è andato a suonare manco fossero i Subsonica che tra l’altro l’altra sera sono ovviamente tornato a rivedere a Milano e finalmente questa volta mi hanno fatto la mia canzone preferita che l’altra volta se l’erano tenuta per loro.

Come regalo di compleanno, visto il suo tutt’ora vivo coinvolgimento verso la sua ex fidanzata, mi sono preso personalmente l’incarico di occuparmi dell’allontanamento della suddetta dal suo attuale nuovo fidanzato, in modo che la notte del compleanno il mio amico il Miki non la passasse pensando a lei con lui con annessi momenti di sconforto e amarezza.

Pur di risparmiare a il mio amico il Miki il pensiero di saperla con il suo nuovo fidanzato che facendo lui i trent’anni non sarebbe stato carino togliergli la possibilità di godersi la sua festa sul palco manco fossero i Subsonica mi sono sacrificato io rimanendole accanto tutta la notte e per non avere dubbi che magari andando in qualche locale poi lei magari mi conosce un omettino nuovo e aggiunge pensieracci nella testa de il mio amico il Miki ce ne siamo stati a casa mia così il suo nuovo fidanzato non sapeva dov’era e lei poteva tranquillamente concentrarsi per pensare che era il compleanno de il nostro amico comune il Miki che però è più amico ammè che attè.

Miki, non preoccuparti che l’ho controllata io tutta la notte per te per assicurarmi che non ci fosse il suo nuovo fidanzato con lei, me ne sono occupato io che se no mi dici a che servirebbero gli amici come me, eh, dai, stai tranquillissimo che sei in una botte di ferro, come? Ho detto botte? Volevo di notte, ehm, come? Ho detto notte? Volevo dire poppe, ehm… ahm, come? Ho detto poppe? Volevo dire…

Vabbè, auguri il mio amico il Miki.

Il tuo amico il Bruno, sempre pronto al sacrificio per il benessere de i gli amici chiama pure se hai di nuovo bisogno ci mancherebbe.

Ah...il Miki...dimenticavo...

...AH!AH!AH!

12 settembre 2002

Se torno indietro di un anno





Se torno indietro di un anno, a quel 11 settembre, le immagini che mi tornano in mente, per mia sfortuna sono solo marginalmente legate alle torri.

Ho immagini personali, di dolori personali.

E ricordo come la ripetizione continua di quel nome, Farnesina, che per tutti è un semplice ministero tra i tanti, mi schiacciava in testa ogni cinque minuti su qualsiasi canale i mesi di lotta e di telefonate e di minacce e di ricatti e di preghiere e di richieste di soldi per riavere a casa il corpo di mio padre, che esattamente in quella settimana, dopo mesi di spietato burocratico e diplomatico freezer, era finalmente riuscito a scendere dall’aereo chiuso in quella scatola di legno, ricordandomi che per me Farnesina equivale a nomi personali, di chi mi rispondeva al telefono, di chi cercava di farmi accettare l’idea che l’Italia all’estero non ha poi tutto questo potere, quei nomi che mi ricordano persone che da me si sono sentiti minacciare come se fossi un intero paese pronto a fare la guerra all’Italia fino alla fine pur di avere quello a cui aveva diritto, il corpo di un padre a cui dare una giusta sepoltura a differenza di quello che proponevano loro per ovvia indifferenza.

Ogni volta che sento riparlare di quel giorno, mi vengono in mente le tue telefonate, mi vengono in mente quali muri sostenevano i televisori da cui guardavamo la diretta, mi vieni in mente tu che pretendevi attenzione esclusiva anche di fronte a quello che stava succedendo, mi viene in mente l’ennesima litigata nata perché il tuo orario di rientro coincideva perfettamente con i notiziari da cui nessuno riusciva a staccarsi e tu ti lamentavi perché a quel punto avevi capito che non avresti avuto la tua indispensabile quotidiana razione di sesso, e io che quella sera capii finalmente in maniera a quel punto innegabile quanto tu non fossi la persona che credevo ma che con tanta ostinazione continuavo a considerare di valore.

E il giorno dopo la decisione di dirti addio, non immaginando quanto questo sarebbe stato per me l’inizio dell’ennesima guerra, alla quale non ero preparato, per la quale non avevo in quel momento le necessarie forze, prosciugate dalle precedenti, non ancora vinte ne tanto meno concluse.

Ognuno ha il suo ricordo, ognuno ha le sue torri di cristallo personali.

Io per differenziarmi ho persino il mio terrorista personale.

E quando in questi giorni torno indietro a quella settimana ripenso alle mie torri crollate, abbattute da persone vuote, impazzite, senza scrupoli ne dignità.

In una delle due torri di cristallo risiedeva la mia famiglia, sotto forma di affetti, litigi, lontananze, legami, ricordi, stima, e con lei risiedevo io, con le mie certezze, le mie conquiste, i miei valori, così americani nell’orgogliosità e nella pomposità, così stupidamente considerati intaccabili, inviolabili, immuni da qualsiasi attacco o tentativo di distruzione.

Nell’altra torre di cristallo ci tenevo il mio essere esteriore, il mio giocare all’uomo migliore del mondo, il mio essere contento di me, i miei concetti di amore, di fiducia, di paure e di coraggio, di progetti e lotte, la mia idea di coppia, di amicizia, ci tenevo i miei amici e le mie idee di loro, del valore delle persone, alle quali avevo stupidamente regalato un valore esageratamente lontano da quella realtà che così rovinosamente mi stava per crollare addosso.

Ero dentro la mia prima torre di cristallo quel giorno, impegnato a firmare carte, fare telefonate, entrare e uscire dalla polizia, lentamente sempre più conscio di quanto fosse vulnerabile tutto quello che avevo così brillantemente vestito da torre di cristallo, non preparato alla violenza con la quale era stata colpita, spargendo detriti familiari che arrivavano da qualsiasi direzione, vetri taglienti e sassi troppo pesanti per un corpo gracile come il mio, e chiedevo aiuto e guardavo per farmi coraggio fuori dalle poche finestre rimaste intatte per cercare di guardare l’altra mia torre di cristallo, per rubarle un po’ di quella forza che mi serviva per non far crollare definitivamente quella in cui mi trovavo, certo che il vederla ancora intatta e inviolata mi avrebbe dato la certezza che a distruggermi la prima non poteva che essere stato il caso, esorcizzando quella paura, quella sensazione così netta che ognuno dei piani distrutti nella prima era stato abbattuto volontariamente da qualcuno.

Ma tu lo sapevi, avevi organizzato tutto.

E mentre io mi sostenevo a stento grazie alla solidità della mia seconda torre di cristallo, tu, con un ritardo diabolicamente calcolato, mi hai attaccato e distrutto anche quella, pubblicamente, con sfregio e disprezzo, con un sorriso diabolico a celebrare la tua vittoria e con l’arroganza di chi ha fatto dell’odio e della vendetta una ragione di vita.

Nemmeno tu eri preparata ad un crollo così definitivo.

Ci vuole competenza per organizzarlo così bene, e ci vuole intelligenza per calcolare così precisamente il punto d’impatto migliore per ottenere un crollo totale e non solo qualche piano facilmente ricostruibile.

No, nemmeno tu ti aspettavi un tale successo.

Sei pazza, non carpentiera.

Tu dal tuo personale costruttore di palazzi hai saputo imparare solo la capacità di odiare, non quella di costruire o abbattere.

Ma sei anche fortunata, e ricca, di quei beni di cui vanno ghiotti i kamikaze ai quali con tanta facilità fai fare ciò che tu non avrai mai ne la forza ne il coraggio di fare con le tue mani, e io lo so, perché sono stato uno di loro, pronto ad immolarmi per te, per le tue idee, per le tue paure, per le tue speranze, pronto a salire su un piccolo aereo sul quale avevi scritto il tuo nome e con il quale mi sono andato a distruggere al posto tuo contro il tuo annuale nemico, che poi altro non era che lo scemo prima di me che con altrettanta stupidità era salito anche lui sullo stesso aereo e con il quale anche lui era pronto ad immolarsi.

Se ritorno indietro di un anno, e ascolto i telegiornali parlare di chi aveva organizzato tutto quello, come una persona che fino a pochi giorni prima era amico e collaboratore delle sue stesse vittime, mi vieni in mente tu, e non solo per una coincidenza temporale, ma anche per la disumana capacità di odio per i tuoi stessi amori e disprezzo per la vita delle vittime con le lapidi delle quali hai nel tempo lastricato la tua strada.

E la cosa pazzesca è che quella che sembra una metafora è purtroppo la realtà, fatta di quei veri morti che ti lasci continuamente alle spalle dei quali stavo per entrare a far parte pure io per indecente scelta.

Questo fa di te il pericolo maggiore, la tua continua capacità di avere intorno gente che al posto tuo uccide, convinto di farlo per convinzione personale, in modo che le tue mani, da anni sporche di sangue, continuino a risultare pulite agli occhi per prima di te stessa, la cui intelligenza, innegabile, sarebbe una condanna spietata se accettassi la realtà di quanto sangue è servito per scrivere il tuo nome.

Se penso a quel giorno, mi viene in mente quante macerie le mie due torri hanno lasciato a terra, e quanto orgoglio e sicurezza e certezze hanno sotterrato sotto di esse.

Ricordo di me che stanco e ferito ma sopravvissuto vagavo tra il fumo e i detriti, inciampando in pezzi di me, di famiglia, di amicizia, di amore, in preda all’allucinante consapevolezza del tempo che avrebbe richiesto anche solo lo sgombero di tutto quel delirio, figuriamoci la ricostruzione.

E ricordo il bisogno di vendetta che si faceva sempre più netto e deciso, il bisogno di non lasciare impunita una distruzione così totale e volontaria la cui firma era impressa a fuoco dal disprezzo e dall’arroganza di chi, così certo del proprio valore non aveva avuto nemmeno la decenza di non prendersi la responsabilità.

Ma non sono mai stato americano, nemmeno lontanamente, e di conseguenza ne ho affrontato le conseguenze in maniera diversa, forse intelligente.

Imparando che due torri fragili sono vulnerabili, e quindi sarebbe stupido ricostruirle uguali, imparando che forse una vera e solida forse è migliore, meno vulnerabile e certamente più capiente, cosa non da poco, visto il continuo bisogno di alcuni di trovare riparo dentro ai miei muri.

Avrei potuto inseguirti per un anno scaricandoti tonnellate di bombe intelligenti, devastando tutto ciò che ti circonda pur di stanarti e distruggerti fino a vederti in ginocchio su quella tomba che con tanto disprezzo mi hai scoperchiato addosso.

Ma se le bombe intelligenti avessero tenuto fede al loro nome, non te ne saresti vista arrivare nemmeno una, e comunque, certamente la tua capacità di nasconderti mi avrebbe solo fatto sprecare del gran tempo inutilmente regalando a te quelle energie e quegli sforzi già scarsi, così indispensabili per ripulire il mio personale ground zero.

Se torno indietro di un anno, per mia sfortuna, ricordo il dolore mio reale e personale.

Perché volenti o nolenti, la morte di una parte di te, vale parecchio di più di qualche migliaio di sconosciuti, per quanto il mio rispetto per tutti loro sia comunque sempre presente.

Se torno indietro di un anno, rivedo quelle torri così belle che prima parlavano di me su quella distesa di terra che oggi è così piatta.

Se torno indietro di un anno mi rendo conto che su quella distesa non c’è costruito ancora niente di nuovo e di importante, ma che finalmente dopo un anno di duro lavoro è stata ripulita.

Se torno indietro di un anno mi rendo conto di quanto sia fragile la vita.

Se torno indietro di un anno mi ricordo di te e del terrore e dell’odio con i quali vivi.

E mi viene in mente che essendo tu vigliacca e politicamente dalla parte sbagliata, non c’è nemmeno la speranza che un giorno decida di farti saltare in aria.

E mi viene in mente che sarebbe stato inutile darti la caccia, in un mondo dove gli stessi abitanti si sono fatti convincere che meritavi la loro protezione.

E non mi rimane che fare come fate voi terroristi per giustificare il vostro odio tutt’altro che religioso e disinteressato.

Affidarmi ad un eventuale dio, e alla relativa eventuale giustizia divina.

Vivendo con la certezza che l’esistenza di un inferno è l’unica garanzia del fatto che arriverà un giorno per entrambi, lontano o vicino che sia, dopo il quale non correrò più il rischio di incontrarti.