23 aprile 2005

Pensandoti

Ti renderei lieve il peso di tutto ciò che non hai scelto. In silenzio mi trasformerei nei tuoi motivi, senza che tu te ne accorga, perché da te vorrei venissero i si sui quali viaggiare per il mondo. Dividerei in due mele, bottiglie di vino e mari, darei il tuo nome ad ogni chilometro e incornicerei ogni biglietto di ritorno. Ti chiederei di dirmi un colore, una forma e un suono, per avere qualcosa da cercare ogni volta che mi allontano. Saresti per me la fine di ogni film, il significato di ogni canzone. Non cercherei vacanza ma tempo libero. Vorrei ogni giorno avere la sensazione che tu mi sopravvalutassi per inseguire quella tua idea immaginandoti contenta, e orgoglioso dirti ogni giorno che ce l’ho fatta anche quel giorno. I grazie sarebbero le mie virgole e il tuo nome il mio punto. Mano nella mano passeggerei con te dalla camera da letto al bagno per lasciarmi sostituire soltanto dalla tua intimità. Saresti l’unico essere umano che sarei in grado di difendere e a te ne darei il merito. Come un animale sentirei le tracce del tuo passaggio e leccandoti interpreterei il tuo umore, aspro, caldo, dedicato a me. Non ti darei il tempo di chiedere o ti farei dimenticare di averlo fatto. Ogni giorno ti racconterei il presente. Direi agli amici che sei mia, direi ai nemici che sei mia, direi a me stesso che sei mia. Ti direi “stai lì” e porterei sempre con me una foto del tuo culo. Ti chiederei ogni giorno cosa vuoi dalla vita per essere certo di non aver dimenticato nulla. Al ritorno dal lavoro ti farei trovare una torta e trombette e un sacco di preservativi gonfiati a fare da palloncini per dirti che da quel giorno non avrò più paura di nulla. Ti lascerei le sere con le amiche per il piacere di immaginarti a raccontare loro la tua serenità. Tacchi a spillo e gambe intorno al collo, sudore e capelli in bocca. Ti porterei con orgoglio su quel vassoio d’argento sul quale tutti gli altri stendono cocaina. Ti farei ridere e ti renderei invidiata. Terrei una mano su quel tuo seno così perfetto per tutta la vita. Ti amerei perché sarebbe stupido non farlo.



29 marzo 2005

Dottore, chiese

“Non mi chiami Dottore, dammi pure del tu” rispose il Dottore
“Si, dicevo, dottore, vorrei che mi aiutasse a capire una cosa” ribatté lui.
“Dimmi”
“L’altra sera, anche l’altra sera, diciamo ultimamente, mi ritrovo a fare dei ragionamenti per chiudere i quali mi manca sempre e solo un punto” e proseguì “e ogni volta tutto torna finché non arrivo a quel punto, oltre il quale non riesco ad andare”
“Ragionamenti su cosa?”
“Sulle conseguenze dei traumi”
“Dimmi di più”
“Vede dottore, è che qualsiasi corrente di pensiero, sia che si occupi dell’aspetto mentale, che di quello fisico, dice sempre la stessa cosa” proseguì
“Cosa?” insistette il dottore
“Che i traumi, quando si possono chiamare tali, lasciano tracce, provocano disturbi sia fisici che mentali, a volte immediati, altre dopo un tempo a volte anche lungo”
“E…?” rispose il dottore.
“E che se per di più i traumi sono diversi, violenti e circoscritti in un lasso di tempo non così lungo da permettere di sfogare il precedente prima di subire il successivo, è matematico che un danno lo facciano”
“E tu questo non lo capisci?” si stupì il dottore
“No, no, lo capisco eccome, non è questo l’ostacolo che non riesco a superare” disse lui
“E qual è?” disse il dottore.
Lui, dopo un attimo di pausa, chiese
“Perché a me non è successo?”

28 marzo 2005

Pasqua

Dire che questa è stata una bella pasqua, viene difficile pure a me che bevo solo da bicchieri mezzo pieni da circa trent’anni.
“Mi dispiace”
“Per cosa?”
“Per un sacco di cose”.

Ora immaginate questa frase detta da un marcantonio di fratello di 34 anni, che in 120 chilometri dice solo questa frase, per passare i successivi 80, chilometro più chilometro meno, diciamo da Torino, dove sei andato a (ri)prenderlo, fino a spanne a Novara, a singhiozzare non cercando nemmeno più di nascondersi, tanto è profondo il buco dal quale sei andato a riprenderlo.
Poi ditemi “Passata bene la pasqua?”
E accettate il mio “no” senza andare oltre.

Ma c’è la nonna.
Ma si, quella che ogni volta mi racconta un aneddoto di quando eravamo piccoli.
La nonna, insomma, come altro la puoi descrivere?

Quella che cucina?
Si, aspetta, la cucina, dopo.
L’aneddoto di questa volta racconta dell’asilo nido.
La nonna non sa che il compito pasquale di Mario è tipo elisoccorso, quello di mettere Mario Bros nel baule della macchina, tra le catene per non uscire di strada e le cartine senza le strade del ritorno, e difenderlo dai mostri fino a casa.
Cioè, casa per come la intende lui.
Cioè, come non la intende lui.
Cioè come nemmeno lei, come del resto lui, fino a oggi aveva mai capito di che casa si sta, da due anni, parlando.

Fine antefatto a testimonianza di bravura di nonna.

L’aneddoto:
Mario Bros venne iscritto al nido, come da anagrafe, un anno prima di Mario.
La nonna, come da storia, andava a prendere e portava Mario Bros ogni giorno al nido, e Mario poi lo riportava con lei a casa.
Mario Bros urlava.
Dice la nonna, da quando con la macchina imboccava la via del nido.
La riconosceva e urlava.
Lo tiravano giù dalla macchina e urlava.
Lo portavano dentro e urlava.
La bidella un giorno disse alla nonna
“Lei oggi non scende nemmeno dalla macchina così si abitua”
e la costrinse a restare in macchina.
Mario Bros urlava di più.
Un giorno poi anche Mario venne iscritto allo stesso nido.
Il giorno che Mario Bros entrò al nido con Mario, non pianse.
Non pianse più da quel giorno in poi.
Fine dell’aneddoto.

La cucina, dicevamo.
La nonna è quella che cucina come la nonna.
Sembra un controsenso ma solo perché è troppo perfetto per essere vero.
Si autoconferma, diciamo.
È inappellabile.
Cucina anche gli altri giorni figurati a pasqua.
Ma oggi non era pasqua e non si è mangiato tutto quello che lei aveva messo in tavola.
Si aveva poca fame e tanta fretta di tornare a casa.
E poi alla fine allora le scatole più grandi per tutti.
Le scatole sono quelle vaschette d’alluminio nelle quali ogni volta che pranzi dalla nonna lei impacchetta la possibilità di cenarci, anche.
Sono laboratori in miniatura per la clonazione dei pranzi della nonna.
Sono come il cilindro del mago.
lei ci mette un tovagliolo, quando tu le apri ci trovi un coniglio.
Come il suo congelatore, nel quale risiede, pagato con la sua sola (mai aumentata) pensione minima, cibo sufficiente per tutti gli amici che le porti, a sorpresa, a casa.
Amici che mangiano sempre almeno un piatto di pasta fatta in casa, almeno un barattolo di peperoncini ripieni, almeno due cotolette, almeno un contorno caldo, almeno un dolce.
La gente non lo sa, ma i segreti di Fatima non sono solo tre.
Ce n’è un altro.
Mia nonna.
Quella delle scatole.
Quelle che ogni volta lei ce le consegna, noi non glie le riportiamo mai indietro, e la volta dopo quando pretendiamo la nostra scatola, alla sua, sempre finta, incazzatura “Non ho più contenitori! Ve li ho dati tutti e non me li riportate mai! Avete le case piene dei miei contenitori!” noi rispondiamo puntuali “Contenitori? Noi? Ma guarda che non li abbiamo!” senza mai essere usciti da casa sua con meno di dieci contenitori d’alluminio, senza mai esserci entrati con non dico due ma nemmeno uno pulito.
Un rito.
Antefatto: Mario sta per partire e allora dice
“No, nonna, metti solo la pasta, perché mangerò solo stasera e non voglio buttare la roba perché la lascio una settimana in frigo”
“Ma nemmeno due polpette?”
“No, nonna, davvero, tanto sono pienissimo e stasera la pasta andrà benissimo, lascerei il resto”
“Ma nemmeno un po’ di agnello?”
“No, nonna, sul serio, non insistere, lo dico davvero solo perché non li voglio buttare. Dalli a loro”
Il fatto:
Poi Mario arriva a casa, e ride un po’ al telefono con la nonna più giovane del mondo delle nonne.
Cioè, un po’, ci passa un’ora, diciamo.
E più lei racconta una cosa bella e più lui sorride.
E più lei parla e più lui si rasserena.
E più lei ride e più lui sente tornare la fame.
Ma le scatole erano quelle piccole di chi è un po’ triste e a lui dispiaceva perché adesso quelle due polpette le avrebbe mangiate volentieri, eccome.
Ma vabbè.
È lui che aveva rotto le palle.
“Andiamo a scaldare la pasta, vah”, pensò Mario.
Nella scatola:
Due dosi di pasta.
Quattro polpette.
Due pezzi d’agnello.

A nonna Mària.
Con due mani.
Come ci ha sempre mostrato.

25 marzo 2005

LaVale

Che io non abbia link è cosa nota.
Che a me non interessi il gioco dei link, è cosa altrettanto nota.
Che io non sopporti “Io ti linko tu mi linki” per incrementare accessi, è ancora più noto.

E allora mi posso permettere il lusso di scriverci un post, quando incontro qualcuno che merita di essere suggerito.
Senza che nessuno chieda niente e offra niente.
Così, come quando sostieni un candidato politico e senza chiedere soldi in cambio ti piazzi nei giorni del mercato all’inizio della via con un grande cartello appeso al collo con su scritto
“Ho incontrato tre figli e una (gran) mamma”

e tutti ti guardano e ti dicono
“Ma non ti senti scemo, vestito così?”
e tu rispondi
“Ma tu l’hai mai sentita parlare?”
è fantastica.
non ha nemmeno il contatore di accessi.
cazzo, esisono i blog senza contatore di accessi.
Io mi sento scemo solo perché sono certo di essere l’unico che ancora non l’aveva mai letta.
Non può essere altrimenti.
Infatti ritengo questo post assolutamente inutile.

Ma magari invece nemmeno tu la conoscevi.
E se prima eravamo in due a ballare l’alli-galli,
adesso siamo in tre a ballare l’alli-galli.

Tre più una (gran) mamma.

Scemo per scemo…
Tanto vale sbracare.
ma non le dite che vi ho mandati io.
non ditele nulla.
va tutto bene così com'è.

24 marzo 2005

Smell

Il profumo era buono.
Lo ricordava così, uguale, dalla volta prima.
Aveva memoria, lui, per i profumi.
Gli piacevano.
Le forme, nella sua mente, venivano catalogate per profumi.
Sentiva un profumo e si ricordava perfettamente la forma.
Le persone, nella sua mente, avevano un profumo, non un nome.
Era per questo che lui amava i profumi.
Lo aiutavano a ricordare.
Quella sera scoprì il trucco dei profumi.
Fu un attimo, un lampo,
e tutto gli fu chiaro.
Scoprì che i profumi non servivano a migliorare il durante.
quello era solo un effetto secondario.
Si rese conto che il loro vero compito lo svolgevano dopo.
Quando, tornato a casa, alla fine della serata, si mise a letto
e, appoggiandole sul cuscino, involontariamente, avvicinò le mani al viso.
Niente altro al mondo avrebbe avuto quell’effetto lì.