Ovvero: l'amore ai tempi dei blog.
Sono fortunato, non hai ancora scritto di un altro.
Sono in tempo per cancellare il tuo indirizzo e congelare 'st'illusione.
E consentirti di scrivere di un altro.
22 gennaio 2006
14 gennaio 2006
4 gennaio 2006
Desert Rose
Una volta, tempo fa, ti avrei scritto un post che avrebbe contenuto una vita.
Ti avrei scritto di noi, avrei inventato una giornata insieme e l'avrei raccontata fino a fartene sentire il profumo.
Avrebbe parlato di pelle, di occhi e di impronte di labbra su un bicchiere.
Una vecchia fiaba cinese racconta di due amanti che non potendosi toccare si amavano bevendo dallo stesso bicchiere.
Lei, vestita di sete preziose, aveva maniche larghe che dai polsi cadevano per nascondere il suo prendere il bicchiere che lui lasciava sul tavolo.
Lui sognava di pettinarla, per lui quello era il gesto più intimo che si potesse immaginare, l'avrebbe pettinata per ore.
Una volta avrei scritto parole disegnate su di te, impacchettate e messe sotto un albero finto di un natale finto in una casa finta, sono bravo a inventarmi la vita come la vorrei.
Ti avrei raccontato di una vecchia fiaba cinese che narra di due amanti che avevano imparato a fare l'amore vestiti perché il mondo non li vedesse.
Una volta sarei entrato nella tua vita come un ariete, avrei buttato giù il portone e ti avrei regalato tutto quello che ancora non ho.
Ti avrei disegnato il sorriso anche quando non l'avevi e avrei ripreso a suonare la chitarra solo per suonare per te.
Una volta non avrei lasciato spazio ad altri uomini, ti avrei mangiata e bevuta, respirata e affaticata.
Ti avrei raccontato quella antica fiaba cinese che narra di due amanti condannati a non scendere mai dalle nuvole, pena la trasformazione in pioggia, poi in ruscello, poi in fiume, poi in mare, poi in oceano, poi in sale che arrossa le labbra e poi si scioglie lasciandoti solo un ricordo lontano di sapori forti irripetibili a meno di non tornare ad essere nuvole.
Una volta, tempo fa, sarei salito in piedi sul tavolo, avrei fermato tutti i discorsi e ti avrei detto chi sei vista con gli occhi di un uomo.
Mi sarei insinuato nelle piccole crepe della tua sicurezza, le avrei occupate con la mia presunzione e avrei atteso l'esplosione, l'implosione, l'esondazione, per poi prendere le mie sicurezze, farne sacchetti di sabbia e renderli argini per contenere il tuo inondarmi.
Ti avrei raccontato quell'antica fiaba cinese che narra di quell'uomo che scopertosi innamorato della preferita dell'imperatore aveva deciso dimettersi da comandante delle truppe per diventare giullare di corte, perché per lui amare significava vederti sorridere, non combattere.
Una volta avrei addestrato elefanti per portarti ovunque e delfini per accompagnarti nel mare.
Avrei comprato un panino una lattina di birra e un giornale, per poi sedermi sotto casa tua ad aspettare ore solo per vederti tornare, per vedere come sono i tuoi occhi quando hanno appena finito di fare l'amore.
Avrei lottato, avrei combattuto, avrei ucciso, per averti.
Una volta avrei rinunciato anche a me stesso se questo fosse servito per convincerti.
Oggi no.
Oggi ti lascio andare.
Quando sarai più grande, se un giorno ti dovessi ritrovare, ti racconterò quell'antica fiaba cinese che narra di un uomo che un giorno trovò un fiore nel deserto così bello che lo convinse ad incamminarsi per cercare dell'acqua per tornare a nutrirlo e del fiore che, vedendolo allontanarsi, si lasciò morire pensando che quell'uomo non sarebbe mai più tornato.
Certo che parlo di te, stupida.
Ti avrei scritto di noi, avrei inventato una giornata insieme e l'avrei raccontata fino a fartene sentire il profumo.
Avrebbe parlato di pelle, di occhi e di impronte di labbra su un bicchiere.
Una vecchia fiaba cinese racconta di due amanti che non potendosi toccare si amavano bevendo dallo stesso bicchiere.
Lei, vestita di sete preziose, aveva maniche larghe che dai polsi cadevano per nascondere il suo prendere il bicchiere che lui lasciava sul tavolo.
Lui sognava di pettinarla, per lui quello era il gesto più intimo che si potesse immaginare, l'avrebbe pettinata per ore.
Una volta avrei scritto parole disegnate su di te, impacchettate e messe sotto un albero finto di un natale finto in una casa finta, sono bravo a inventarmi la vita come la vorrei.
Ti avrei raccontato di una vecchia fiaba cinese che narra di due amanti che avevano imparato a fare l'amore vestiti perché il mondo non li vedesse.
Una volta sarei entrato nella tua vita come un ariete, avrei buttato giù il portone e ti avrei regalato tutto quello che ancora non ho.
Ti avrei disegnato il sorriso anche quando non l'avevi e avrei ripreso a suonare la chitarra solo per suonare per te.
Una volta non avrei lasciato spazio ad altri uomini, ti avrei mangiata e bevuta, respirata e affaticata.
Ti avrei raccontato quella antica fiaba cinese che narra di due amanti condannati a non scendere mai dalle nuvole, pena la trasformazione in pioggia, poi in ruscello, poi in fiume, poi in mare, poi in oceano, poi in sale che arrossa le labbra e poi si scioglie lasciandoti solo un ricordo lontano di sapori forti irripetibili a meno di non tornare ad essere nuvole.
Una volta, tempo fa, sarei salito in piedi sul tavolo, avrei fermato tutti i discorsi e ti avrei detto chi sei vista con gli occhi di un uomo.
Mi sarei insinuato nelle piccole crepe della tua sicurezza, le avrei occupate con la mia presunzione e avrei atteso l'esplosione, l'implosione, l'esondazione, per poi prendere le mie sicurezze, farne sacchetti di sabbia e renderli argini per contenere il tuo inondarmi.
Ti avrei raccontato quell'antica fiaba cinese che narra di quell'uomo che scopertosi innamorato della preferita dell'imperatore aveva deciso dimettersi da comandante delle truppe per diventare giullare di corte, perché per lui amare significava vederti sorridere, non combattere.
Una volta avrei addestrato elefanti per portarti ovunque e delfini per accompagnarti nel mare.
Avrei comprato un panino una lattina di birra e un giornale, per poi sedermi sotto casa tua ad aspettare ore solo per vederti tornare, per vedere come sono i tuoi occhi quando hanno appena finito di fare l'amore.
Avrei lottato, avrei combattuto, avrei ucciso, per averti.
Una volta avrei rinunciato anche a me stesso se questo fosse servito per convincerti.
Oggi no.
Oggi ti lascio andare.
Quando sarai più grande, se un giorno ti dovessi ritrovare, ti racconterò quell'antica fiaba cinese che narra di un uomo che un giorno trovò un fiore nel deserto così bello che lo convinse ad incamminarsi per cercare dell'acqua per tornare a nutrirlo e del fiore che, vedendolo allontanarsi, si lasciò morire pensando che quell'uomo non sarebbe mai più tornato.
Certo che parlo di te, stupida.
Etichette:
a te che sei,
Questo era il vecchio blog
24 dicembre 2005
Giostre
Stanotte è una di quelle notti nelle quali faccio sogni belli.
Di quelli che secondo me Gardaland sarà aperto solo per me.
Non lo so perché ci abbiano ingannato quest’anno, ci hanno restituito le mezze stagioni e ci hanno piazzato la primavera il 24 dicembre.
L’hai chiesta tu?
Era da neve, questo Natale, accipicchia.
Prometteva bene anche a Milano.
Era da neve, da banalissime serate a due con un film di Barbra Streisand e possibilmente le tue gambe intorno a me.
Indosso un pigiama orrendo da vecchio in ospizio che Men’s Healt dovrebbe farci una copertina “Eccitala in centoquarant’anni”.
Stanotte a Gardaland cercherò la giostra che gira in centoquarant’anni.
La musica sotto sarà “Yellow submarine” e io da sopra ti spiegherò perché ne ho lasciati passare centotrentanove prima di chiederti di salirci con me, solo che essendo io sulla giostra e tu giù, sentirai solo una parola ogni giro, una parola ogni centotrentanove e mettendo insieme solo quelle la frase non avrà mai senso.
I bambini fuori dai cancelli mi tireranno le loro macchinine per protestare contro il mio dispotismo e io le tirerò loro indietro pensando che sia un nuovo gioco.
Io, sciocco.
Tu riderai di me, mi dirai che solo Rocco riporta indietro ciò che gli si tira, ma solo se gli si promette di non lasciarlo mai.
Le cassiere mi faranno l’occhiolino a ogni giro, io guarderò dall’alto tutte le scollature, non capirò di nuovo più niente e una volta sceso non ti troverò di nuovo più.
Sarai quella di spalle che se ne andrà accanto a quello di spalle che se ne andrà.
Quello di spalle si girerà e avrà la faccia di mio padre che girandosi mi dirà “Non ti ho insegnato niente”.
“E meno male” gli dirò col mio solito tono ironico.
Ma sarete troppo lontani per sentirmi, là, in fondo verso il cancello di uscita che di fronte a te si aprirà come per magia facendo in modo che un mare di bambini entrando confondano la tua uscita.
Tra quei bambini ci sarò anch’io, mi verrò incontro e mi dirò “Scemino, ma non l’hai vista quant’è bella?”
“Certo che l’ho vista!” mi risponderò “e tu?”
“No, tu!”
“No, tu!”
“Tu!”
“tu!”
Quanti anni hai, tu?
Io, nei miei sogni, centotrentotto.
Quando nella realtà supererò i sei ti sposerò e faremo tanti bambini e insegneremo loro a tirare le macchinine.
A riportarcele ci penserà Rocco.
Buon Natale a te.
Tuo, Scrooge.
Di quelli che secondo me Gardaland sarà aperto solo per me.
Non lo so perché ci abbiano ingannato quest’anno, ci hanno restituito le mezze stagioni e ci hanno piazzato la primavera il 24 dicembre.
L’hai chiesta tu?
Era da neve, questo Natale, accipicchia.
Prometteva bene anche a Milano.
Era da neve, da banalissime serate a due con un film di Barbra Streisand e possibilmente le tue gambe intorno a me.
Indosso un pigiama orrendo da vecchio in ospizio che Men’s Healt dovrebbe farci una copertina “Eccitala in centoquarant’anni”.
Stanotte a Gardaland cercherò la giostra che gira in centoquarant’anni.
La musica sotto sarà “Yellow submarine” e io da sopra ti spiegherò perché ne ho lasciati passare centotrentanove prima di chiederti di salirci con me, solo che essendo io sulla giostra e tu giù, sentirai solo una parola ogni giro, una parola ogni centotrentanove e mettendo insieme solo quelle la frase non avrà mai senso.
I bambini fuori dai cancelli mi tireranno le loro macchinine per protestare contro il mio dispotismo e io le tirerò loro indietro pensando che sia un nuovo gioco.
Io, sciocco.
Tu riderai di me, mi dirai che solo Rocco riporta indietro ciò che gli si tira, ma solo se gli si promette di non lasciarlo mai.
Le cassiere mi faranno l’occhiolino a ogni giro, io guarderò dall’alto tutte le scollature, non capirò di nuovo più niente e una volta sceso non ti troverò di nuovo più.
Sarai quella di spalle che se ne andrà accanto a quello di spalle che se ne andrà.
Quello di spalle si girerà e avrà la faccia di mio padre che girandosi mi dirà “Non ti ho insegnato niente”.
“E meno male” gli dirò col mio solito tono ironico.
Ma sarete troppo lontani per sentirmi, là, in fondo verso il cancello di uscita che di fronte a te si aprirà come per magia facendo in modo che un mare di bambini entrando confondano la tua uscita.
Tra quei bambini ci sarò anch’io, mi verrò incontro e mi dirò “Scemino, ma non l’hai vista quant’è bella?”
“Certo che l’ho vista!” mi risponderò “e tu?”
“No, tu!”
“No, tu!”
“Tu!”
“tu!”
Quanti anni hai, tu?
Io, nei miei sogni, centotrentotto.
Quando nella realtà supererò i sei ti sposerò e faremo tanti bambini e insegneremo loro a tirare le macchinine.
A riportarcele ci penserà Rocco.
Buon Natale a te.
Tuo, Scrooge.
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21 dicembre 2005
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