21 settembre 2019

Biva bi sposi

Leggere “Matrimonio siriano” di Laura Tangherlini è essere invitati al matrimonio di Laura e Marco.
Come fossi un parente lontano impossibilitato a esserci fisicamente ricevi il racconto, le foto, il dvd, partecipi alla lista nozze, lei ti presenta il nonno e alla fine ti scrive per sapere se sei stato bene.
Le ho risposto che ero ancora al punto in cui cantiamo tutti insieme promettendole che, appena finito, loro due sarebbero tornati in Italia e io qui a rispondere Sì.

La partecipazione me l’ha mandata direttamente a casa andando lei in posta a spedirla, non prima di aver preso una penna per scriverci sopra “Grazie”.
Non a Bruno ma a Bozza Bruno, ti venisse mai il dubbio che dall’editore ci sia una stanza nascosta con le copie divise in scaffali “Grazie Barbara – Grazie Bartolomeo – Grazie Bruno –“ lei te lo toglie ringraziando proprio te.
Vuole davvero che tu, non un altro Bruno, cioè magari anche un altro Bruno ma comunque anche tu, stia bene al loro matrimonio.
Pensando che dovresti essere tu a dire Grazie a lei ma non puoi farlo, apri la partecipazione ed entri nelle sue cent’ottant’otto pagine ringraziamenti compresi e dico compresi perché non sono la chiosa formale in coda a ogni libro ma sono il libro e sono così tanti che li ha messi davvero in ordine alfabetico, come quella stanza della fantasia, per non dimenticarne nessuno e insieme non far sentire nessuno posizionato per diversa preferenza, vuole davvero che ognuno di loro sia stato bene al loro matrimonio, ognuno quanto il suo invitato accanto come lui citato per nome e cognome.
Li leggi uno per uno come nei titoli di coda dei film che guardate tu, la tua accompagnatrice e i 3 che come voi non si alzano finché il nome dell’ultimo falegname scenografo non viene omaggiato di quei pochi secondi di nome e cognome a firmare una cosa della quale anche lui, avesse portato anche solo i cestini del catering sul set, ha merito e tu vuoi che sappia che ora tu lo sai.
Cerchi tale Bruno Altro per vedere se poi alla fine c’è, come nelle pause sigarette durante i matrimoni avvicini l’altro fumatore del quale non sai nulla e col quale non condividi altro che l’avere entrambi due motivi per essere lì.
Non lo trovi e improvviso ti arriva il perché la partecipazione si sia aperta con il Grazie Bozza Bruno: perché è così che si chiude, con lei che ringrazia tutti uno per uno e tu mancavi.
Il tuo l’ha aggiunto dopo e non per preferenza ma perché sei tu ad essere arrivato dopo, ora ci sei, allora Grazie anche a te Bozza Bruno, a chi ha portato un bicchiere come a chi ha portato un pozzo, benvenuto al nostro matrimonio in cui si brinda con i vostri bicchieri e l’acqua dei loro pozzi che per un giorno sarà la più buona e preziosa del mondo.
E grazie.

Ti dice Grazie per aver ascoltato bambini parlare di morti, di ieri di oggi e di domani, e con le stesse gambe ma non gli stessi occhi un istante dopo ballare, cantare come bambini.

Ti dice Grazie per esserti fatto trapassare da parte a parte da quelli di Sallu, dieci anni, che da Aleppo
si è portata dietro un’infanzia interrotta da qualcosa che non dice ma che nel video vedi in tutta la sua potenza riapparirle persino negli odori, in quei lunghissimi dieci secondi nei quali il mondo reale prende il controllo del suo corpo, le spacca di nuovo il cuore, le modifica i lineamenti del viso e le piega il collo per trasformarla in una delle più maestose Pietà che siano mai state scolpite nel marmo dell’umanità e farne la vedova di ogni marito ucciso che non è ancora stata, ma che a dieci anni ha già visto tante volte da averle somatizzate una per una caricandosene il peso come il gigante del Miglio Verde, per restituirlo tutto in quegli strazianti dieci interminabili secondi di dolore puro perché bambino, quindi silenzioso perché ignoto, buio, sordo, muto, ti deflagra dentro e non lascia superstiti perché è assoluto, come i bambini.

Ti dice Grazie per aver usato la tua fantasia per attraversare le pagine sulla camicia nuova di Mo’men provando a visualizzarla usando come pennelli la sua giornalistica capacità e come inchiostro il tuo concetto di fierezza, di dignità, di orgoglio, riportati a quando eri bambino anche tu e come del dolore anche del bello stavi sviluppando l’embrione e quindi ne maneggiavi l’assoluto, per poi guardare il video e, grazie a un montaggio che come nei titoli di coda di cui sopra merita tutti i grazie speciali che si è presa, cadere nel gioco dell’inversione temporale e realizzare solo dopo che quella che indossa nella prima intervista mondiale della sua vita di bambino è quella camicia e realizzarlo perché lo sguardo periferico ti avvisa che non avevi azzeccato il colore ma lo sguardo sì ed era proprio così fiero, dignitoso, orgoglioso e quindi la camicia è proprio quella camicia e nel mio
disegno dell’uscita dal negozio la posa era davvero così tanto, finalmente, pienamente, felice in quella maniera in cui solo i bambini sanno esserlo quando provano a dissimulare perché quella è roba loro, accesso e condivisione della loro felicità sono un privilegio che coi bambini ti devi meritare.
Laura e Marco a Mo’men non hanno regalato una camicia e nemmeno la dignità o l’orgoglio, quelli o li hai di tuo o non li simuli, ma un’occasione per rioffrirli, o no, al mondo.
E in una vita bambina che il mondo ha cercato di interrompere è come dirgli che non è stato il mondo, non tutto, ce n’è anche uno che può considerarlo solo un bambino con tutta la dignità e l’orgoglio che solo i bambini hanno perché il tempo ancora lì non è arrivato e lui per un giorno ci crede perché sa che è vero, poi lo dimenticherà ma in cuor suo continuerà a saperlo perché è il suo nuovo assoluto e da quella camicia in poi sarà la migliore delle ipotesi, questo gli hanno regalato, una nuova Migliore delle Ipotesi tutta sua.
O restituito, perché essere bambino vuole o dovrebbe voler dire quello.
Avrà vita dura chi da oggi in poi vorrà provare a convincerlo che a scegliere lui per la sua nuova famiglia adottiva non sia stato dio, qualunque sia il suo.

Ti dice Grazie per aver atteso che prima di iniziare la festa la giornalista finisse di raccontarti il pezzo di mondo nel quale ti ha invitato, Corradino Mineo con quella storia del vuoi fare la giornalista o vuoi parlare di te deve averle dato una bella strigliata nei primi anni perché non le cade manco la penna pure quando la gola non le fa passare nemmeno più l’ossigeno.
Grazie per aver seguìto la Laura giornalista in Libano, paese non paese di quattro milioni di abitanti o una volta e mezza se si includono i profughi oggi anche siriani, non bastassero quelli che già ospitavano, accolti pure se in proporzione di uno ogni tre libanesi perché quando le parti furono
invertite furono i siriani ad accogliere loro e proteggerli, aiutarli, adottarli nell’attesa che i mari si riaprissero verso la loro terra premessa.
Se essere bambini dovrebbe voler dire quello l’Islam vuol dire questo e lo dice, lo dice in Afghanistan, lo dice in Libano, lo dice ovunque ci sia un materasso, un bicchiere, del tè, un dio qualunque sia il loro, nell’aria un dna che ha prodotto i Curdi, Mi casa es tu Casa non è un’invenzione latina ma la traduzione di un medio oriente ascoltato secoli fa dietro un vetro colorato di Istambul o Damasco.

Ti dice Grazie per aver ascoltato la giornalista immaginando quanto, allora, ancora più grande sarebbe stata la donna, che chiesto telepaticamente a Corradino “Ora posso?” ti porta poi attraverso quella che sembra una porta spazio-temporale e invece sei sempre in quel lì e in quell’ora, a cantare con loro (Du-ne!), a fare il trenino in un orfanotrofio di bambini felici quindi di un’altra galassia, a cercare tra le braccia in fila per il loro giaccone nuovo quelle con le maniche troppo lunghe o troppo corte e provare a individuare quelle impegnate poi nel raccontato baratto, altra forma di ciò che i politici chiamerebbero Redistribuzione senza rendersi conto che per sapere cosa sia davvero e come funzioni gli basterebbe andare in un orfanotrofio con Laura e Marco e poi guardare i bambini prendersi le misure, tu hai le braccia più lunghe delle maniche, tu hai le maniche più lunghe delle braccia, amico mio dammi ciò che è tuo io ti do ciò che è mio e avremo entrambi il giusto, non gliela devi insegnare ai bambini questa cosa, sta nella colonna degli assoluti innati, quel codice che fa sì che a vent’anni tu debba fare un anno di corso per stare a galla, a un mese ti buttano in acqua e senza che nessuno te l’abbia mai insegnato sai come si respiri, come si nuoti, come si torni alla madre.

Ti dice Grazie per esserti fidato di lei quando ti ha chiesto di dedicare agli operatori delle ONG un milionesimo del tempo attenzione che loro dedicano a chiunque, quindi anche a te se mai dovessi averne bisogno, portando il concetto stesso di Attenzione a significati che tu nemmeno in duecento vite realizzerai a meno che tu non ne abbia vissute centonovantanove là dove le sagome nei campi d’addestramento dei cecchini hanno il contorno delle persone buone, perché li addestrano a sapere che non ci sia esercito più invincibile né fortificazione più solida.
Loro lo sanno ma è come il sorriso di Louai Barakat, fotografo di guerra, padre di figlio avvelenato da bombe al cloro e salvato da un dio, qualunque sia il suo, uomo che vissuto il paradiso che altri
chiamano sbrigativamente Aleppo non riesce a starne lontano perché se l’ha visto è perché è lì che quello stesso dio l’ha assegnato e glielo puoi radere al suolo, il suo viso ugualmente sorriderà quando lo descrive e lo dice irresistibile richiamo verso cui non tornare gli è impossibile anche se vorrà dire altre bombe, altro ospedale dove invece di dare colpe passerà il tempo infinito della barella per assumere a sé quella di non poter essere per qualche settimana gli occhi di un mondo che quegli occhi non vuole.

Ti dice Grazie per aver retto quando la Laura giornalista ti ha fatto raccontare, da eroici operatori con una solidità interiore da reggerci il Partenone con un dito, di centri d’infanzia nei quali tra un tamburello e un’altalena si studiano percorsi didattici per insegnare a bambini da chi si debbano accettare caramelle e da chi no, perché l’altro orrore col quale sono condannati a crescere, il loro dio chiunque sia pensava evidentemente di non essersi accanito abbastanza, è quello, come in ogni guerra.
Ti dice Grazie per aver provato, anche solo provato, a visualizzare il disegno della bimba che disegna se stessa in lacrime in un campo fiorito con una margherita in mano da dare alla mamma quando tornerà a prenderla, perché il percorso didattico per convincere una bambina che non potrà mai più accadere, ancora non l’hanno studiato nemmeno loro.

Ti dice Grazie per aver letto davvero tutti i ringraziamenti sapendo che la storia non era conclusa e così trovare anche l’unico non ringraziamento che se ti ha messo è perché voleva che tu lo leggessi, improvvisa finestra in un intimo che fino a quell’istante credevi già messo interamente a tua disposizione e invece l’impatto con la realizzazione che no, fino lì ti ha circondato di chi c’era, mancava il sapere anche perché non ci fosse chi in un mondo di amore bambino avrebbe dovuto esserci e forse ci sarebbe stato.
Una riga, una manciata di parole, una in più e qualcuno avrebbe potuto cedere alla tentazione di attribuirsi un valore che se non ha avuto è perché non meritava di averlo nemmeno per un malinteso.
Lì sì sei stato solo spettatore e non ti si chiedeva d’essere altro, non è la giornalista a parlare né la donna, ma la figlia, oggi sposa e madre di un paese intero, il suo “paese del cuore”.

Non smette di dirti Grazie Laura e lo fa anche dopo, se ti scrive, se ti ascolta, come un bisogno di ripetere quella parola e farne mantra, baricentro, quel gioco bambino di ripetere una parola all’infinito finché non perde il suo suono e ne assume uno mai avuto e nuovo.
Ti chiedi senza risposta come dire tu Grazie a lei come immagini vorrebbe fare chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarne la purezza e la generosità e in quell’istante realizzi il suo incantesimo: quello che senti non è lei che dice Grazie in continuazione, è la Laura giornalista che riporta l’eco di tutti quelli che la Laura Persona sono certo riceva nelle lettere, nelle parole, nei video, nelle preghiere che quelle persone, quegli operatori, quei bambini e quelle bambine le ribadiranno quando si rivolgono a dio, qualunque sia il loro.

A Mo’men la Migliore delle sue Ipotesi, a sessantacinque bambini sessantacinque giacconi, giochi, pennarelli, i dolci, la musica e il ricordo di una felicità da carosello sotto il balcone per un sorriso un più da conservare nel cassettino dei sorrisi in più.
A me ha regalato da oggi in poi la risposta alla domanda “Qual è il matrimonio più emozionante a cui tu abbia mai partecipato?”
Famiglia esclusa, quello di Laura Tangherlini e Marco Rò, il loro “piccolo grande matrimonio alla siriana, tra i siriani, per i siriani
Grazie.


"Ho visto la nostra vecchia casa,
la stanza dove mia madre mi preparava il letto,
il gelsomino adornato dalle sue stelle
e la fontana con cantici d’oro.
Dov’è Damasco?
Eccola! Dissi. Nella tua cascata di capelli che fluisce come
un fiume scuro,
nel tuo viso arabo e nella tua bocca che conserva ancora
tutti i soli del mio paese"
(Nizar Qabbani)


2 settembre 2019

Vuoi tu? Sì e tu? Sì. Promesse.

Quando andai in Cina con mio padre, ne approfittò per presentarmi la sua nuova donna.
Ero troppo giovane per capire, per leggere quell'istante e quella presentazione.
Lei si era preparata a quel momento io no, era tanto bella quanto elegante, una modella di porcellana con quella pelle che solo le cinesi di porcellana hanno,
Lo capii anni dopo,quando realizzai che nella prossima vita voglio essere come lui.
Oggi sono stato a un matrimonio e nemmeno questa volta era il mio.
Ma Richard Gere quest'anno ha fatto 70 anni e un figlio con una 36enne, Richard Gere è mio padre o io nella prossima vita.


16 agosto 2019

A braci

Ferro e agosto, ne hai 25, no ne ho 29, no ne hai 25, ne avrai sempre 25 per me, un unico ricorrente giorno di quattro anni fa in cui toccando la mano sentii nel mio silenzio il suono "Io di te sono innamorato" e da lì in poi quel giorno, quel giorno, quel giorno, quel giorno, ci vediamo tra altri quattro anni quel giorno, a un mercatino di Natale scegliendo insieme il maglione di lana che risponderà finalmente a quella domanda della sera di Natale del "Cosa ti manca" e la risposta sarà Ora nulla, come ogni giorno che è quel giorno in cui non mi manca nulla, non mi manca nulla, non mi manca nulla, mi chiederai perché lo ripeta, ti dirò che non lo sto ripetendo, sono solo tutti quelli dei giorni tra un quel giorno e l'altro che non ti ho mai potuto dire perché così è deciso sia condannato all'isolamento l'udienza è tolta e sono stati tutti unici come solo i giorni ricorrenti sanno essere.
Stammi bene così.
Quel sorriso di un secondo virgola due ogni quattro anni.
Torno in cella da non pentito.


15 luglio 2019

Occhi di ragazza

Dentro le liti di una coppia che vorrei felice, lui ha ragione ma anche lei, il mondo non distingue più donna e uomo e così io non spiego cosa intendo quando dico Intervieni, lui dice di aver ragione e che ha ragione anche il passante lei no, per lui tutti tranne lei che è sua, hanno ragione entrambi ma lei è una bomboniera di cristallo e il limite è superato, lei mi guarda in attimo di solitudine e mi chiede Dove ho sbagliato e come dirti Mai e insieme quando, film già visti con me al posto di lui e la rabbia di giorni e notti che il pubblico non conosce e sembra sempre tutto iniziare e finire lì e invece c'è un mondo dietro che nessuno conosce ma non fa nulla, tuo compito è entrare tra le mani minacciose così che le uniche che lei veda siano le tue a protezione, non chiedere a me di mettermi in mezzo perché è vero che lui ha ragione e potrei farlo solo perché lei è una Lei ma è la tua Lei, di occhi così blu ne hanno spenti due stasera, due ieri, due l'altro ieri, una ogni due giorni mammamia, che stanchezza mammamia, basta una bici, una precedenza, un carattere di merda chi non lo ha, io ce l'ho più di merda di tutto il pianeta dei caratteri di merda eppure nessuno mi uccide, non per quello, mi uccidevano per una sigaretta lanciata sulla schiena, per un muso a muso adolescente e sciocco, per un io ho visto chi ha colpito col coltello agente, testimonio, ma non perché ho gli occhi blu
Quando si è trattato di morire per amore sono morto anch'io cantando ma poi mi sono rialzato con un amore compresso e inscatolato e la possibiltà di offrirtelo e dirti ehi, tu e i bambini, io e la bambina, la pargola, mi strapperei il cuore per farle vedere le iniziali incise sopra e poi rimetterlo dentro e aspettare un'altra bambina che inizi per S così da riprendere da lì senza bisogno di laser per ritatuare un nome che le mani tenevano a protezione in questo incredibile film che è la vita invece no.

9 luglio 2019

Por causa do amor

Ce ne sarebbe indifferentemente per un anno come per un minuto, un anno per quantità un minuto per qualità, entrassi in una pagina del Vocabolario sarei il punto 3 di Ridondanza, autogratificazione scongiurata dalla frizione tra musicalità del termine e effetto sul ricevente.
La novità è l'appreso effetto che con anomala consapevolezza alla domanda "Che mi racconti?" mi genera il riassunto mentale di un canovaccio già noto che lascia spazio alle storie nuove che ho fortuna e voglia di ascoltare.
Ascolto più di quanto parli a meno di insistenze che manifestino l'innegabile forma dell'interesse e se ne conto tre capaci di avere quegli occhi è perché in almeno un caso sono generoso, il che spiega anche la lunga pausa su questa piazza mai usata per altro che non fossi io o chi avrei voluto fossi io o chi ho cercato di rendere io con alternati successi ma costante impegno.
In una Torino fin'ora sconosciuta per topografia scenografia e calligrafia nuove relazioni mi annunciano elezione a Amico di Coppia.
Chiedo il senso di una figura che soprattutto nella piazza torinese, dove le varianti di Amico si sono interrotte tutte sull'impossibilità di essere dispari, mi giunge tanto nuova quanto gradita; mi si spiega che non pre-appartenendo né agli amici di lui né a quelli di lei mi ritrovo nella felice posizione di esserlo di entrambi, con gioia di entrambi, sorrisi di entrambi, tempo di entrambi, siamo dispari ed è il suo bello, ci è venuta benissimo persino una vacanza insieme, certo aiutati dall'aver avuto come scenografia quella che ormai è la mia isola professionale e non.
L'isola.
La sempre maggiore frequenza delle volte che rispondo all'ombra di una palma ha diffuso e reso condivisa la per ora falsa idea che mi sia -già- trasferito, idea che non ostacolo né preciso così che questo tempo di mezzo si faccia palestra per testarne l'impatto, che nel professionale è attutito dall'intaccata qualità e nel personale da quella lievissima impercettibile sensazione, chiamiamola certezza, che quando lontano genero più pieni che vuoti grazie alla combo tra volumetrie e regola dei vasi comunicanti, come te la spiego senza usare il tuo come unità di misura, non si può ma soprattutto non si fa.
Alla fine non ho salvato nessuno e anzi il nemico si sta prendendo sempre più terreno e sempre più ostaggi, nemmeno c'è più una strategia o una trattativa.
Nella versione un minuto avrebbe la forma di Ciascuno salva se stesso e piaccia o meno, a me non piace ma, è così.
Ho voglia di cose che se vivessi mi farebbero male, infatti non le vivo, vivo cose che non ho voglia di vivere perché mi fanno male ma che in un paese che non sento più mio mi hanno scelto come interlocutore.
I confini si sono ristretti, chi già li aveva tali si sente a casa io non più.
L'ultima donna con la quale sono uscito parla spagnolo, mentre io torno sull'isola lei va a trovare la famiglia americana, torna dagli USA con un "Contenta di vederti" uòzzapato che non leggevo da un po', milanese tesserata Anteo, mi porta a vedere un film ambientato a Beirut, la storia di un bambino che porta in tribunale i suoi genitori per averlo messo al mondo, io sempre quello che parla meno di quanto ascolti, entrasse nel vocabolario sarebbe il punto 3 di Intuito, la intuición, o los confines mas ampios, come dicono quelli che spagnolo intendono l'italiano con la S, io sono l'italiano che qui iniziò con la Bella S. e tout se tient.
Nel frattempo se n'è andato pure João e con lui i miei anni di chitarra e di cuori gentili.
E l'avrai sentita un miliardo di volte ma suonarla, che cosa era.


7 maggio 2018

Constatazione

C'è che la vita è da romanzo solo per chi la vive, se la vive, e di alcun interesse per chi la osserva.
C'è che quello che direi sarebbe la noiosa ripetizione di film già visti, errori già compiuti, investimenti già sbagliati, successi già raggiunti.
C'è che sto salendo sempre più su ma solo nello spettacolo quindi al prezzo di aver raso al suolo ogni alternativa per la quale non avrei comunque lo stesso tempo che non ho avuto per costruirla, c'è che giovedì proietterò cose mie su uno schermo di centoventi metri, roba mai vista, evento mai visto, per ogni ruolo sono stati chiamati i migliori d'Italia e nel mio il migliore d'Italia sono io, c'è che non lo dico io, lo dice chi mi chiama in coro con la realtà dei fatti, è semplicemente vero e giovedì lo sarà più di ogni ieri, chi riceve i miei test li porta ai paganti dicendo "Guarda cosa cazzo sta riuscendo a fare" e mi telefona non per dirmi "Cosa cazzo stai riuscendo a fare" ma per dirmi che è andato a dire "Guarda cosa cazzo sta riuscendo a fare" ed essere il migliore d'Italia ha questa forma qui, non ti fanno i complimenti ma ti raccontano di quando ti hanno fatto i complimenti ed è diverso perché è come farti i complimenti di due persone invece che di una, l'ho capita dopo anni questa cosa, anni di complimenti intendo, centoventi metri santoddio, illumineremo fino al lago maggiore.
C'è che sarei cattivo contro bersagli più veloci a spostarsi di quanto lo sia io a colpire, quindi sarei cattivo fine a se stesso e cioè l'unico pozzo in cui nessuno, nonostante diversi tentativi, sia mai riuscito a trascinarmi.
Direi che amo in maniera assolutamente generica e schifo in maniera estremamente focalizzata.
C'è che l'unico modo di andare oltre questa riga sarebbe mettendoci i nomi e facciamo che ci penserà il tempo, come sempre.


27 dicembre 2017

Ombra


Quella da due giorni, quella da cinque, quella da dieci in poi, a separarle lo spazio fisico proporzionale al tempo che passa tra una e l'altra, artisti norvegesi la venderebbero come design battezzandole Armadjieff Orizzuntili, l'unica cautela è non variare latitudine o farlo per un tempo sufficiente a dimenticare quella di provenienza.
mi offrono un incarico di responsabilità portare questa nave verso una rotta che nessuno sa, è la mia età a mezz'aria in questa condizione di stabilità precaria
Daniele mi chiede cosa deve avere la mia prossima terra per essere la mia prossima terra e chiude in quell'incarto i perché i silenziosi siano i migliori interlocutori, lo stimai anni fa quando su un divano vidi il silenzio di cui io non sono mai stato capace e dissi lui capirà, lui sta già capendo, lui un giorno spiegherà persino a me e oggi eccoti, ti aspettavo. 
Mi ferisce volutamente mostrandomi finto il sottile filo che in quel momento dopo non sa quanti anni mi ha portato vicina la famiglia e se sapesse quanto per me è resistente quel filo che al mondo appare sottile, scioccamente posticcio, saprebbe perché non sento il colpo, i silenziosi sanno essere cattivi ma mai gratuitamente, i nemici vanno scelti con più cura degli amici, a lui il lusso di colpirmi senza vedere i miei canini, lui può, sì è "invidia" la mia, quello che non sai è che nella volontà di schiacciarmi mi riveli che la mia ammissione è rimasta segreta e in quel momento ti vorrei abbracciare e dirti solo "Vorrei che la provassi anche solo per un istante" così che ne senta la bellezza e mai più la usi per colpire.
ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto mi giro e mi rigiro sul mio letto mi muovo col passo pesante in questa stanza umida di un porto che non ricordo il nome
il fondo del caffè confonde il dove e il come e per la prima volta so cos'è la nostalgia la commozione nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione per ogni strappo un porto per ogni porto in testa una canzone
La scelta di non tornare se non necessario che sta caratterizzando ogni volta di più i miei viaggi rende la dimensione del bagaglio non più parametrata solo sui giorni ma anche sul pezzo di cuore che approfitto per portare, prendere, abbracciare.
Vado per fare l'amore e invece dormo, l'amore l'avevamo già fatto quello che non avevamo fatto era dormire e allora riempiamolo tutto con la novità questo tempo, dormiamo tanto, dormiamo tutto, svegliamoci per un secondo e non cerchiamo porte. 

è dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione senza preoccupazione soltanto fare ciò che c'è da fare e cullati dall'onda notturna sognare la mamma, il mare

Mi offrono un incarico di responsabilità mi hanno detto che una nave c'ha bisogno di un comandante mi hanno detto che la paga è interessante e che il carico è segreto ed importante
Nell'ultimo mese mi sono innamorato quattro volte, media stagionale, tutte e quattro impossibili, media esistenziale, negli anni sviluppata la vera eccellenza, olimpionica capacità di metterti le mani sotto il vestito soltanto pensandolo, il pensiero è più potente del gesto, il pensiero opposto più invalicabile di qualsiasi schiaffo, siamo ormoni che viaggiano, se c'è ossigeno nella distanza è perché viene lasciato, se viene lasciato non c'è muro, se non c'è muro il pensiero va e non trova ostacolo, sì quella cosa che mi hai letto negli occhi erano mani.
il pensiero della responsabilità si è fatto grosso è come dover saltare al di là di un fosso che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato
Saltare verso il tempo indefinito dell'essere adulto. Di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura cosa sarò dove mi condurrà la mia natura?
La fallibilità rivelata alleggerisce e solleva, chiedere coordinate e vedere il timore nelle risposte, il dubbio che il me vendicativo stia recitando la parte del me smarrito solo per accelerare i processi di selezione del prossimo agnello, diffidenza e sospetto il premio di tappa e prendiamoli, ci pensa la mente che controlla spazio e tempo e quando necessario li sospende entrambi, se troppo carica sgancia e libera, l'effetto deresponsabilizzante del distacco dalla percezione del reale è arma a doppio taglio per chi è arrivato fin qui autoassolvendosi da tutto e allora si alzino gli argini e me li si mostrino perché io sono al punto in cui voglio tanti cammelli quante sono le monete comunque pagate, per il solo diritto di provarci, almeno, a farli passare per ogni singola cruna di ogni singolo ago che ogni singolo abbandono mi ha infilato negli occhi, la candela per questo gioco o è votiva o non è, atto di fede e l'ego te absolve.
la faccia di mio padre prende forma sullo specchio lui giovane io vecchio le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio "la vita non è facile ci vuole sacrificio un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione"
Eccomi: avevi ragione.
Avrei solo speso qualche parola in più per contestualizzare il futuro e mostrarmi che il sacrificio sarei stato io, ma facciamo che tra le tante concessioni ti riconosco il diritto a una certa approssimazione.
Nei tuoi limiti rischia di essere stata persino una forma di delicatezza.
provare a immaginare cosa sarò quando avrò attraversato il mare portato questo carico importante a destinazione dove sarò al riparo dal prossimo monsone
Mi offrono un incarico di responsabilità domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire
Getterò i bagagli in mare studierò le carte e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte e quando passerà il monsone
Dirò levate l'ancora diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione questa è la decisione.

9 dicembre 2017

Se Milano avesse lu mere sarebbe Corralejo


Ti rendi conto di come il tutto stia sfuggendo di mano dal fatto che se sentono che sei italiano il primo pensiero è che tu viva lì, ogni 5 metri va in scena il Troisi del “Migrante? No! Viaggiatore”.
Pensiero che ci metti poco a capire quanto fondato sia, basta entrare in un bar poi in altro e poi in un altro ancora, non ce n'è uno che dietro il banco abbia accenti diversi da quelli che vai in vacanza a novembre per lasciarteli alle spalle e invece.
Non generici italiani, sei proprio a casa, sono milanesi che offrono colazioni a 12 euro ad altri milanesi, gli unici che la colazione a 12 euro la pagano anche una seconda volta, la via è un alveare di microcosmi che come piccoli teatri mettono in scena la capacità dell'italiano di integrarsi che, un secolo di Little Italy insegna, si sa essere pari a zero.
Versione 2.0 dei bar che nei ‘60 in Belgio ricreavano per gli emigrati delle piccole serre nelle quali sentirsi a casa, quello che ieri era il quadro di Toto Cutugno e il giradischi con l'ultimo meraviglioso successo dei Ricchi e Poveri oggi è un 50 pollici con FedeZ che dice la sua sul concorrente del giorno della puntata del giorno di X Factor, il nostro non l'edizione spagnola, sia mai, siamo sempre noi con l'autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra.
La mattina dopo cambio bar ed è di nuovo Milano, al di là e soprattutto al di qua del bancone un viavai di pinup shorts-giropassera svestite riempiono l’aria di artificiosamente entusiastici Maciaaaaao Titta, come staaaaaa il Bepi, hai visto l'Aaaaaaaale, uno dei tanti culi di ceramica mi chiede cosa desideri e io penso un lanciafiamme o, a ‘sto punto, il culo, quel culo.
Quattro ragazze a turno, al mattino non vedi quelle della sera e viceversa, te ne accorgi perché tra il culo e le tette strizzate ogni tanto butti un occhio anche sopra il collo scoprendo che sono diverse, tutte belle, sempre felici di dare il buongiorno urlante di gaudio.
Il problema è che quando in un locale lavorano solo belle ragazze con una divisa da autolavaggio di lasvegas io non vedo più bei culi e marmoree tette ma un padrone col quale non uscirei mai a cena, che sia milanese è la più ovvia delle ipotesi, altra riga in lista nera, ciaone a voi, al culo e ai milanesi ai quali siete costrette a sbatterlo in faccia prima del caffè.
Vado nei posti nel mondo per sentirmi a casa e nei locali si traduce nel fatto che se prendi sempre la stessa cosa e ci vai per una settimana di fila, al terzo giorno non ti chiedono cosa vuoi con il tono di chi chiede Chi sei perché sanno -dovrebbero- già che la risposta è "il solito".
Ma forse sono io che per “il solito” non intendo il solito culo a meno che prima del caffè significhi che mi si è svegliato accanto tante volte da poter mettere tutto il cuore sulla parola Solito.
Cambio bar e mi trovo in una macroregione abitata da sole donne venete sarde e romane, la distanza delle diverse origini non permette marcatura all'aria che così è un accogliente compromesso, la veneta che sta ai tavoli è la delicata acqua e sapone che prima di un caffé desideri incontrare, quella bellezza silenziosa che non te la urla appena apri gli occhi, la seconda mattina non solo sapevano che è "un Espresso e un The verde" ma anche quale variante di the verde il giorno prima avevo detto avrei provato quello dopo, la terza mattina mi accoglie col sorriso di chi sa che dietro l'occhiale da sole ci sono occhi che vanno aperti con un familiare tenerissimo "Ti faccio subito l'espresso poi ti siedi e il the lo portiamo con calma", casa da quella mattina in poi è lì.

La cena è lo stesso carosello, se non sono inglesi sono italiani, se non sono italiani sono cinesi, la combo cinesi-italiani non sono arrivato a scovarla ma sono certo che abbiano fatto pure 31, certo è che dove ieri mangiavi con 20 euro oggi mangi con 40 e bravi imprenditori italiani, abbiamo trasformato il paradiso.
Vago come un disperato chiedendomi se abbia sbagliato aeroporto d’arrivo, quella non è Corralejo, non quella che ricordavo, devo essere sceso alla stazione sbagliata, allegoria di una vita nella quale la cosa non sarebbe oltretutto per nulla sorprendente.
Lascio la via principale, le zone dei ristoranti, la folla, decido che devo entrare nell’ultimo posto in cui entrerebbero i milanesi e così vago per un’ora cercando il meno visibile, meno in luce, meno tavoli, meno tutto, lo trovo.
Osservo la sala fatta di tavoli disabitati inscatolati in una scenografia teatrale satura di luogo, i clienti tutti fuori in uno spazio saturo solo di forestieri che fanno da scenografia ad altri forestieri, inglesi che hanno italiani come sfondo che hanno tedeschi come sfondo, dentro hanno Corralejo e chi è andato a Corralejo non ci si tuffa dentro, sono pazzi ma nell'esser pazzi sono la mia fortuna, realizzo in un istante che quella scenografia sarà tutta per me e mi ci tuffo, chiedo se posso sedermi e un “Sì mì amòr” detto da un Maschio Arcobaleno modello respingi-ganassa milanese, che nei posti dove lavorano i gheeei non ci vanno, mi fa capire in un lampo che sì, il mio posto è questo e questo sarà da quella sera in poi.
 
Il luogo che se gestito da milanesi si sarebbe chiamato Iron Dinner Boombastic Power si chiama Casa Domingo perché ti senti a Casa e perché è di Domingo, olè, per il superfluo citofonare Cumenda a un paio di cento metri da qui, qui non ci sono cumenda ma un tizio un po’ particolare con dei modi di fare che in ruvidezza compensano la quantità di maschio che manca all'amico Arcobaleno, un equilibrio pittoresco che giorno dopo giorno sento bello come fosse un film di Fellini, o i Lemmon e Mattaw de La strana coppia, sono amici e lo capisci perché urlano con chiunque tranne tra loro, abitano lo stesso metro quadro riuscendo a non ostacolarsi mai, cosa che riesce solo a chi ha avuto il tempo che serve per sincronizzarsi la lunghezza del passo, l’estensione del braccio, la vita.
Dalla cucina la parte donna del locale urla numeri di tavoli, scoprirò essere la moglie di Domingo ma ci sarei potuto arrivare per deduzione, è chiaro che una che ha sposato un tizio così detonante non può che essere la sua compensazione femminile, una che dalla cucina organizza pure la sala senza mai metterci piede né soltanto sporgersi, volano piatti che atterrano tutti sulla pista giusta perché è lei che la urla e la cosa stupefacente è che in una frenesia che sembra funzionare solo se nessuno sposta un cucchiaino riesce a inserire anche gli imprevisti -cioè io- senza che l’ingranaggio del prima e del dopo subisca il ben che minimo cambio di programma, i milanesi un orologio così perfetto e insieme caotico non sarebbero capaci di farlo funzionare nemmeno dopo vent’anni di tentativi, anche loro urlano ma senza motivo se non il far sapere al Bepi che sono taaaaaaanto felici di vederlo.
Con una sequenza che sembra casuale ma nel corso dei giorni scopro essere puntuale come il tizio che ne Il Ciclone entra tutti i giorni alla stessa ora nello stesso negozio urlando “Checcell’hai’n’gratt’evvinci tee?” è un via vai di amici o wannabe tali, entrano tutti correndo per salutare urlare entrare da un porta e uscire da quella opposta riuscendo lungo il tragitto a raccontare cos’hanno fatto cos’hanno visto cos’hanno detto bersi il bicchiere che Domingo o la moglie lanciano loro tipo borraccia ai ciclisti sulla volata e tutto senza mai fermarsi nella traiettoria proiettile che dentro li ha sparati e fuori li spara senza soluzione di continuità, tutte le sere gli stessi, è un film al quale assisti come un bambino in un negozio di caramelle perché non ci credi che ‘sto presepe vada realmente in scena ogni sera così meravigliosamente uguale a se stesso.
Quello che per chiunque sarebbe un posto di matti mi appare come il posto più affollato di gente normale in cui sia entrato da quando sono sbarcato chissà dove certo non a Corralejo, mi guardo intorno e sui muri foto di Corralejo trent’anni fa, di quelle che nelle trattorie nostrane più accoglienti ti mostrano com’erano le pareti quanto intorno e attraverso ci passava un treno, un fiume, un gregge di pecore, mi riportano nel qui e ora che pensavo di aver perso, non sono a Milano Marittima, non ero sceso alla stazione sbagliata, sono arrivato alle Canarie, finalmente, munitevi di fiamma ossidrica se volete staccarmi da ‘sta sedia, ogni sera sempre la stessa, sono un abitudinario, un punto fermo in più e Nicholson di "Qualcosa è cambiato" al mio confronto sembrerà uno sano, non mi basta la stessa stanza, ho bisogno proprio dello stesso metro quadro, per undici mesi l'anno non dormo mai più di cinque giorni consecutivi nello stesso letto e non mangio mai più di tre giorni consecutivi alla stessa tavola, come spiegare che dormire e mangiare per dieci giorni in piedi sulla stessa piastrella è la più necessaria forma di libertà della quale come tutti ho bisogno quanto l'ossigeno, per dieci giorni non toglietemi le mie piccole certezze, la mia bussola, il mio fondale, i miei suoni e il pulpo a la gallega più buono del mondo o sostituitemeli con qualcosa di più bello e -mentre penso che qualcosa di più bello di quel qui e ora non ci sia- "qualcosa di più bello" compare portata dalla polvere di Campanellino.

Mi chiede in spagnolo cosa desidero e l’unica cosa che in quell’istante desidero è sfoggiare lo spagnolo migliore che ho, che non sapendolo nemmeno per idea si riduce a essere l’ultima lezione di conversazione appresa e cioè, cronologicamente, quel “mi amòr” di pochi minuti prima che in quel momento starebbe come l’Yin sullo Yang ma capisco non essere decisamente il caso, non foss’altro per evitare che la seconda lezione di conversazione nel giro di dieci minuti sia il capitolo Insulti che prenderei più o meno palesemente ma certo meritatamente.
Capisce che sono Stupido Italiano e estrae l’accento più familiare che potessi immaginare, Torino.
Si chiama A e non poteva essere milanese, non l’avrei trovata lì ma in tutti gli altri dai quali sono fuggito.
È italiana in un presepe altrimenti interamente spagnolo e allora è ciliegina che veste la torta e non viceversa come in tutti gli altri posti, si può fare, è ok.
La velocità è tarata su quella di tutti gli altri che le stanno gerarchicamente sopra ma non su quelli che le stanno a pari, questo la rende caposala nella sostanza pur se cameriera nella forma, è l’estensione di Domingo, i suoi pari prendono tre comande nel tempo in cui lei ne ha prese trentasei e risolte le altre cinquanta che i pari hanno incasinato, il meglio che possa capitare loro è guardarla e imparare, il peggio è mettersi lungo la traiettoria e ostacolarla mentre lei li salva da loro stessi.
Domingo monitora e negli occhi ha ogni singolo centimetro delle traiettorie, tutti in fila a formare il metro che misura la lista di quelli che deve aver cacciato nel tempo o mandato in cura per esaurimento, guarda lei come fosse un compasso, un laser, il giorno che lei gli dirà che la sua strada di giramondo riprende a camminare verso un qualsiasi altrove lui in risposta le metterà sul banco una valigia di soldi e un libro di preghiere scritto da lui medesimo quando la stessa per lui drammatica frase se la sentì dire da Desireee, caposala-cameriera precedente che mi è stata amica per dieci giorni e per mille altri giorni lo sarebbe stata se vivessimo nello stesso angolo di mondo e l'ho capito quando al mio racconto del mio stremante lavoro mi ha fatto l'unica domanda che chi è capace di guardare dentro le persone sa fare caricando-puntando-fuoco: "Ne è valsa la pena?" implacabile proiettile che solo chi ti ha già percepito in un vicolo cieco sa spararti sapendo che di quel vicolo non ne avrebbe la responsabilità perché è da lì che arrivi, quindi che vuoi.

Lungo le sere il dialogo con A aumenta di tutte le parole che riusciamo a scambiare, che in un ingranaggio come quello significa che la prima sera abbiamo parlato sei secondi, la seconda sera dieci, la terza quindici, torno con la sensazione di conoscere una persona con la quale in una settimana ho parlato un totale di due minuti e mezzo non consecutivi e certamente non spontanei né -quindi- reali.
Questo perché ti fa sentire speciale facendoti sempre percepire il confine oltre il quale ci sono quelli speciali davvero tra i quali non ci sei tu non perché non ci sia tu, ma perché non c’è nessuno di quelli incontrabili al tavolo di un ristorante al quale deve avvicinarsi perché pagata per farlo e basta questo per sapere che delle tre categorie di italiani residenti, che per sintesi offerta dall'amica Desireee sono Quelli che sono andati lì per vivere senza lavorare, Quelli che sono andati lì perché la finanza in Italia vorrebbe fargli due domande e Quelli che vanno lì perché sanno che per imparare a vivere senza lavorare devi prima imparare a lavorare, lei è della terza.
Perché solo chi sa fare bene quel mestiere sa mettere in scena quel gioco delle parti che funziona solo se mantenuto nel perfetto equilibrio di un tacito accordo: essere cliente significa sapere che sei speciale in un modo in cui smetti di esserlo nell’esatto istante in cui esci da quella stessa porta dalla quale sei entrato, essere chi ti cura significa far sì che di non essere -davvero- speciale te lo ricordi da solo, unico modo per farlo col sorriso, l’unica cosa che un cliente chiede insieme a un buon pasto.
Sei speciale nella piena consapevolezza di non esserlo nemmeno di un grammo e certamente non più, né meno, di quanto lo era chi è sedeva allo stesso tavolo prima di te e lo sarà chi ci siederà quando tu lo libererai, signori: in scena il saper lavorare, io quella cosa la faccio da vent'anni con i miei clienti e so quanto sia vera e finta nello stesso momento, ai miei clienti io voglio davvero bene, sono davvero speciali, per 3 giorni, so riconoscere che restante iceberg di qualità ci sia sotto quegli impercettibili ma per me tanto decifrabili gesti che ne sono la parte emersa.
In quei lampi di quel mio pur artificioso essere speciale riesco a stimare impacchettate nella metà dei miei anni il doppio delle cose da raccontare, ai pochi ai quali avrà dato accesso a quel confine oltre il quale i due minuti e mezzo di parole a settimana secondo me sempre due e mezzo sono, ma in quel caso sono consecutive perché reali, piene, emotive, necessarie; chi ha bisogno di una sola parola in più per capire le poche pronunciate non si troverà un seconda volta nella fortunata posizione di chi è stato eletto destinatario, amico compagno o famiglia che sia.

Assenza di libri cartacei e un problema di batteria al tablet mi mettono a rischio l’unica attività che mi rende vacanza la vacanza e cioè leggere h24, risolvo comprando sul posto un e-reader in un negozio di cose usate gestito, savasandìr, da un italiano.
Io ho il problema di leggere lui ha la soluzione e tanto basta per uscire da lì con il mio lettore nuovo come solo un lettore usato sa essere e finalmente andare di nuovo a cena con Erri, Mauro, Eshkol.
I sei secondi di parole della terza sera A li usa per chiedermi come sia leggere in digitale, per dirmi della sua passione per la lettura e della sua mancanza di un lettore come quello.
Realizzo che ad avere il problema di leggere ora è lei e ad avere la soluzione ora sono io e tanto basta per decidere che se il destino l’ha fatto trovare a me allora lo stesso destino lo ha fatto trovare a lei, quel libro-non-libro sull’isola era e sull’isola dovrà restare, l’accordo che le propongo è che sia una vendita così che non sembri il gesto tanto italiano di un uomo tanto italiano che in maniera tanto italiana pensa di barattarlo con un debito di riconoscenza.
Il primo ebook crossing della storia dei book crossing, io ne posso avere un altro al rientro lei no e allora il suo diventi quello al solo patto di attendere che finisca la mia vacanza per lasciarglielo; per soddisfarle un desiderio le ho appena creato quello di non veder l'ora che me ne vada, i bonzi hanno meno istinto suicida.
In cambio ricevo il primo sorriso reale della settimana, vuol dire che il problema era vero e vera è stata la soluzione.
Quando sorride reale diventa per un solo istante reale in assoluto e per un lampo bella a un livello che non aveva raggiunto in nessuno dei secondi delle cene precedenti, nei quali pure era bella in una maniera così inconsapevole e insieme spontanea che di vera e propria mina vagante capisci trattarsi.
Una bellezza con la quale ancora non ha la dimestichezza che solo l’età concede e lo capisci da quanta cura mette per evidenziarla, segno che la stia addirittura sottostimando con l’inconsapevolezza tipica di chi per età ne ha vissuti solo gli estremi e non ancora i punti medi che sono quelli realmente preziosi.
Una non dimestichezza che è fortuna prima di tutto degli uomini che incontra, perché quando l’età le darà la consapevolezza dell’esatta misura farà il salto tra l’essere bellissima e l’essere definitivamente femmina, due condizioni così distanti che sembrano appartenere nemmeno allo stesso pianeta, e a quel punto la mina vagante esploderà ovunque si trovi facendo vittime nel raggio di uno spazio misurabile in chilometri e in anni riempito dalla lista degli uomini che come Medusa si sbricioleranno in argilla al solo incrociarne lo sguardo.
Quando quella lista sarà più lunga di quella degli uomini che per lei saranno pronti a qualsiasi follia, allora la farfalla sarà completa e si salvi chi può.

Una sera la Giovane Bellissima che è fuori veste un top nero modello “Se ogni tanto mi guardi anche negli occhi, grazie” che la Domani Femmina che ha dentro sceglie di giustificare usando due dei cinque secondi serali per dirmi "Ho caldo" in una serata che calda non è, quindi i casi sono due: o non sa cosa dire o sa esattamente cosa dire.
A tenermi solidamente nella fascia di rispettosa distanza fin dalla prima sera l'idea che non possa avere più di venticinque anni, ma essendo evidente l'averli vissuti a dir poco pienamente opto per la seconda: sa esattamente cosa dire.
Perché non conta che tu abbia pensato che quel top sia stato indossato per te, conta che potresti pensarlo perché sei un uomo e l'uomo è quell'animale convinto che il sole giri sempre e solo per lui, la Giovane Bellissima lo sa e se non l’hai pensato ti ferma prima che tu lo faccia: l'arco "ho caldo" scocca l'implicita freccia con sottotesto "non è per te" che passandoti da parte a parte, il cuore o i polmoni a seconda del tuo aver o meno fatto quel pensiero, ti inchioda alla sedia.
Se l’avevi pensato te ne incenerisce il presuntuoso slancio, se non l’avevi pensato fa sì che non arrivi a farlo, entrambi i bersagli centrati dicendo col sorriso una frase che formalmente non c’entra né con la prima né con la seconda ipotesi e se per istinto le colleghi a una qualsiasi delle due allora vince ancora di più lei perché vuol dire che ti ha beccato, tutto in un semplice “Ho caldo” che se non rischiassi di apparire completamente impazzito meriterebbe che mi alzassi in piedi ad applaudirne la chirurgica perfezione in standing ovation.
Quando stai un metro avanti ai pensieri degli uomini che loro nemmeno hanno ancora fatto e glieli crei al solo fine di disinnescarli, tu sei pronta per vincere qualsiasi battaglia.
Piccolo tesoro, quanti ne hai dovuti schivare in così pochi anni per essere diventata capace di essere più uomo di un uomo.
Risolto il Quesito della Susy e ringraziato come ogni sera chi merita di essere ringraziato e cioè tutti, lascio il posto al prossimo solitario cliente al quale auguro la stessa capacità di gioire dell'impossibile e porto il me stesso abitudinario nel posto dove ogni sera viene saziata anche quella parte di me che ha bisogno di commuoversi davanti alle curve di una chitarra.

Al Chablis la seconda sera in cui sono entrato l’inglese dietro il bancone aveva già in mano la bottiglia del whiskey che avevo preso la sera prima, le milanesi con il culo di porcellana dovrebbero seriamente considerare l’idea di farsi un mesetto da lui per imparare cosa significhi lavorare dietro un bancone.
Entro e vado diretto al bancone attirato solo dall’essere un locale di inglesi per inglesi, fattore rischio incontrabilità italiani prossimo allo 0 e portato a 1 solo grazie alla mia presenza e visto che il rischio di incontrarmi l’ho già risolto da anni trasformandolo in capacità di bastarmi, il posto è eletto pub di riferimento per il resto della settimana.
Mi siedo guardo il musicista e immaginando l’ennesimo karaoke come in ogni pub del paese con più pub dopo Dublino mi preparo ad un ascolto un po’ buttato lì, tanto per finire il bicchiere e andarmene in hotel a darmi la buonanotte e una pacca sulla spalla per l’ennesima giornata felice.
Dopo qualche arpeggio che già di suo aveva attivato la lucina “ohibò questo non è un karaoke” inizia la parte cantata e con la velocità e la precisione di un rasoio vengo sezionato da parte a parte da una voce che ferma il mondo.
Chiedo al padrone se vendano la sua musica cioè non una sua generica ma quella proprio quella, alla risposta negativa decido che chiederò direttamente a lui e alla prima pausa lo raggiungo fuori per chiedergli dove si possano comprare tutti i suoi dischi.
Dopo avermi misurato e comunicato che preferisce parlarmi in italiano si presenta Bole, croato, e mi dice che non la vende perché odia la musica odia le persone odia Corralejo odia tutti e tutto quindi odia pure quelli che vendono la musica che suonano, se provo forse in rete qualcosa da qualche parte si trova.
È visibilmente ubriaco e nemmeno lo nega, ubriacarsi ogni sera è l’unico modo per sopportare una vita che odia in un luogo che odia con persone che odia.
Ci sta, il personaggio del maledetto è un cliché che funziona sempre e se il risultato è quello in cui trasforma l’aria quando torna su quello sgabello a suonare allora viva viva l’odio per tutti e tutto, che l’inferno interiore produca stelle danzanti del resto è cosa così nota che sta pure sulle magliette motivazionali da due euro in saldo.
Gli chiedo se posso almeno registrarlo per poterlo avere nel telefono da ascoltare come l’avessi comprato, acconsente dicendosi lusingato e mi promette che mi suonerà un De Gregori solo per me perché tanto tutti gli altri, che ci tiene a ricordarmi odia, vogliono solo musica di merda e certo non gli può fare De Gregori.
Azzardo per azzardo gli dico che se con quella chitarra e quella voce mi regala “Pezzi di Vetro” io in cambio gli regalo tutto quello che ho, mi ammette un repertorio un po’ più classico ma la delusione non è proprio tra le emozioni in catalogo in quelle sere quindi grazie comunque Bole e poi De Gregori nei classici è comunque quello de “La donna cannone”, una volta in più ad ascoltarla è sempre e comunque una volta in più a volare senza ali e senza rete oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro per buttare questo mio enorme cuore tra le stelle.
La dedica c'è ma appena inizia scopro che quando mi prometteva La donna cannone di De Gregori intendeva Bella senz'anima di Cocciante, Bole sì anch'io sono stato macerie e in parte ancora lo sono, vai pure con quella, ché alla fine ci siamo capiti.
Chiedo il calendario della sua settimana perché voglio andare a sentirlo ogni sera, la differenza tra uno stalker e uno semplicemente bisognoso di abitudinarietà quanto di musica dal vivo non credo arriverò a dovergliela spiegare o nel caso sarò più ubriaco di lui quindi troverò le tre parole necessarie, mi dice che non si può perché alcune sere sono private quindi toccherà alternare quando passa dal pub e pub sia.
 
L’ultima sera decido di celebrarla da lui dove andrò appena finirò la mai tanto proverbiale Ultima Cena da Domingo cioè da A, coronamento di un viaggio che più ricco di bellezza di questo non potevo davvero immaginarlo, a cena A in maniera inattesa e per motivi che non ho il tempo né basi per interpretare mi esprime l'ipotesi, ipotesi per lei - sogno per me, di tre secondi extra mura per un saluto fuori dal confine del dovere e io subito li sogno con Bole come soundtrack dove infatti le dico mi troverà quando stacca.
Tre secondi che alla fine non accadono e va bene così, l’accordo prevedeva che uscire da quella porta equivalesse a dissolversi e dissolvenza in uscita sia, faccio video e so che anche in quei due secondi c’è la differenza tra un bel racconto e un prodotto su commissione, ho l’età giusta per sapere e vivere di conseguenza, non si cambia teatro per un’opera che bella lo è stata perché svolta in quello e solo in quello, è stato bello pensarlo possibile anche solo per qualche secondo ma il pianeta sul quale possibile lo sarebbe stato davvero non è questo.
Finisco la serata con Bole e i suoi amici più ubriachi e fatti di lui, si parla di musica e di amore per la stessa, dopo dieci giorni il mio inglese è tornato fluido quanto il quarto whiskey che devo per forza bere perché quelli sono croati e gli italiani, l’ho imparato viaggiando, o li dissetano o li menano, non accettare è peggio che rifiutare un caffè a Palermo.
Non vorrei essere altrove ma so che da lì a poco sarò altrove e lo so in italiano e in inglese, non ancora in spagnolo.
Ho due mesi per imparare a dirlo in spagnolo, quelli che mi separano dal prossimo volo già preso per il prossimo ritorno, due mesi nei quali -intanto- l'amica Desiree si è offerta per trovarmi quello che al prossimo giro sarà il passo successivo all’hotel e cioè un appartamento tutto mio.
Mi chiede “Temporaneo?” rispondo “Non escludiamo nulla” mi si dice “Allora passiamo dal canale residenti e non da quello per turisti” rispondo “Ecco facciamo che passiamo da quello”.
Passi di bimbo, per chiudere il cerchio delle citazioni cinematografiche.

"Vacanza" è quando vai da qualche parte... e non ti fai più rivedere.
Forrest Gump