C’è una sedia vuota al mio tavolo. Come spesso accade. Ci potrei far accomodare il mio compagno di viaggi libro.
Non avevo voglia di mangiare con gli altri quella sera. Troppo italiani, troppo azienda, troppo chiassosi. In fondo il mio lavoro l’avevo terminato, potevo concedermi il mio tempo e dedicarlo tutto a me.
Trovo folle quando sono in paese così bello, circondarmi di italiani. Impoverisce il sapore del mondo intorno.
Che silenzio in quel ristorante. Un bel silenzio. Un cameriere elegante mi chiede in francese, sottovoce, una roba che non capisco, visto che io non parlo francese, ma in fondo, se sei abituato a viaggiare, riesci sempre a parlare in qualche modo.
Il risultato di quella elegante chiacchierata è una buonissima zuppa tipica di marrakech, come desideravo. Volevo assaggiarla vera, certo che quella del buffet dell’albergo il giorno prima preparata per trecento persone non fosse quella vera. Avevo ragione. Intanto Chatwin mi racconta di quando l’hanno fatto prigioniero perché trovatosi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Bella coincidenza quelle pagine. Non sapevo ci avrei letto l’Africa e il suo parlare francese. Lo rendeva ancora di più compagno di cena. Intanto nella sedia accanto ci facevo accomodare immaginari ospiti che avrei voluto li con me. Piacevoli sorprese sedute su quella sedia mi fanno capire che a volte quando si ascolta l’immaginazione si scoprono un sacco di cose che si tende a negarsi o che semplicemente a volte non si ha l’occasione per scoprire.
Mi sono scoperto ad ospitare persone che mai avrei immaginato di volere accanto a me in quel momento. E piacevolmente scopro che forse ho perdonato più di quanto riesca ad ammettere a me stesso.
Sai, se mi leggessi saresti stupita di sapere che tu, davvero proprio tu, dopo anni, mi hai tenuto compagnia in una notte marocchina. Io mi sono stupito di vederti li con me. E poi hai lasciato il posto a mio padre, perenne viaggiatore in posti lontani, Quanto di lui c’è nel mio amare il viaggio. Chissà, magari una sera a marrakech me lo vedrò davvero spuntare al ristorante. Credo che non diremmo niente sulla sua organizzata scomparsa. Credo gli dirò solo “Siediti, e ascoltami, ho da raccontarti i miei posti del mondo e voglio ascoltare i tuoi”. E poi tu. Che come sempre mi hai accompagnato lontano, che come sempre hai reso più belle le serate lontane, che diventi così bella alla luce dell’Africa. Ti porterò in giro per il mondo. Ti mostrerò colori che non conosci e profumi che ignori. Ordinerò per te i piatti più buoni e ti verserò vino Kzar portato da un cameriere berbero.
La signora di fronte a me, fugge per un attimo lo sguardo del marito per regalare a me a ai miei immaginari compagni di cena un delicatissimo “Bon apetì”. Le sorrido. Non so come si risponde in francese, ma so che ha capito che è un gentile grazie, il mio.
Nei posti da fiaba i ristoranti non hanno pareti, ma vetrate, e le candele sui tavoli non servono a creare romantici effetti all’interno, ma semplicemente a non oscurare l’esterno, quando quell’esterno è una notte di palme e lanterne. C’è silenzio in quel posto. E si può leggere di paesi lontani immersi in paesi lontani. È un effetto strano. Fa sentire bene. Per un attimo hai diviso con me quella cena. Volevo farti vedere le lanterne tutto intorno e ti ho portata li accanto a me. Una sala con quattro tavoli in mezzo a centinaia di palme e stelle. A marrakech le fiabe sono così, non hanno bisogno di parlare del passato.
Sei bella, sai, tra i fiori del Marocco. Ne hanno ovunque. marrakech è un’oasi e ci tengono a farlo vedere riempiendo di fiori e arance ogni angolo. Non so cosa mi arriva offerto dalla cameriera, ma è buono. È una specie di uovo crudo caldo con qualche spezia, da bere in un bicchiere caldo per iniziare la cena. Chiedo scusa a Chatwin e chiudo il libro. Non ho voglia di leggere. Ho voglia di guardarmi intorno. E vedere te.
È per questo che quando sono lontano mi piace mangiare da solo.
Mi da la possibilità di guardarmi dentro e inventarmi momenti in due con chi ogni volta mi fa sentire il desiderio di dividere la mia fortuna di viaggiatore. Mangiare da solo non è triste. Mangiare da solo è semplicemente il giusto silenzio per gustare sapori lontani, per sentire odori lontani e colori lontani.
Mangiare da solo, a marrakech, mi da la possibilità di avere seduti accanto a me i miei sogni e quegli occhi lontani che, tornato in camera, dopo una passeggiata tra palme, stelle e lanterne, si chiudono insieme ai miei.
Vicino a me, ogni notte.
Ovunque io sia.
14 marzo 2004
4 marzo 2004
Proserpina
Stasera volevo vedere il festival, ma visto che poi Proserpina mi cazzia non lo faccio, e, visto che lei oltre alla cazziata non si è minimamente sbattuta per trovarmi un’alternativa, io mo la frego e parlo di lei.
Che poi a lei non so se farà piacere, ma tanto se lei è lei, io sono io, e di quello che può far piacere o meno, come è noto, me ne sono sempre fregato.
Proserpina la riconosci quando sali su un treno perché lei c’è.
Sempre.
Lei prende treni.
Noi caffè la mattina, lei treni.
Passa metà della sua vita a fotografare la sua Puglia e l’altra metà a portare in giro le foto, su rotaia.
È a spasso per l’Italia così tanti giorni all’anno che il suo è l’unico blog itinerante, visto che inspiegabilmente non smette di scrivere, né di viaggiare, nemmeno un giorno all’anno.
Proserpina, poi, è anche il nome di una cartella nel mio computer che contiene tante foto di tante tette che un giorno misi da parte perché lei chiese di disegnarle un logo che aveva un sacco di caratteristiche, e cioè doveva avere le tette e le mani, e io quel giorno, non avendo una macchina digitale per fotografarmi le mani, iniziai intanto a raccogliere foto di tette che ancora oggi conservo con un pizzico di nostalgia, anche.
Oggi ho comprato una macchina digitale.
Difficilmente abbandono un sogno.
Proserpina un giorno passò da Milano e venne a trovarmi, ma essendosi messa come al solito pessimisticamente d’accordo col suo amico al quale aveva detto “Tra mezz’ora chiamami e dimmi che hai anticipato l’orario”, fu costretta dalla trappola da lei stessa creata a tornare il giorno dopo, giorno che segnò, avendomi visto anche col sole tra banchi di mercato e basilico per il pesto, il definitivo tracollo di qualsiasi sua capacità di controllo su se stessa, nonostante si ostini a dire il contrario.
Mi amò da quel giorno in poi.
Le regalai un fotogramma del mio film con tanto di autografo perché mi sembrava doveroso verso una mia così preziosa fan.
Proserpina si diverte un sacco a riempire il suo blog di lettori per poi, ogni tre settimane, minacciare di scomparire perché in preda ad ascesso da eccesso di accessi, per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Anche sua mamma ormai ha imparato e si limita a comprare qualche bottiglietta di Bacardi Lemon in più in quei periodi, certa che l'alcol sia la giusta soluzione alle notti e notti in cui è costretta a rimanere sveglia per colpa dei Carmina Burana che in ognuno di questi periodi, puntualmente, riempiono di gioia le notti di casa Proserpina.
Proserpina un giorno mi chiese un regalo per il compleanno, ed essendo lei la presidentessa del mondo dei blog, e io (in quanto a bellezza) la Marilin Monrò dello stesso mondo, le regalai un “Eppi bordei” che purtroppo ancora non avevo la macchina digitale, perché se no un bel filmatino d’archivio per i prossimi vent’anni di tivvù non ce lo levava nessuno.
Mi amò pure di più da quel giorno in poi.
Proserpina vanta poteri paranormali, anzi, direi millanta.
E io che ci sono cascato perché sono credulone, ogni volta che ho un sogno erotico che la riguarda, spesso generato da quelle foto che ritrovo casualmente nella cartella che porta il suo nome, la chiamo per dirglielo facendo in modo che lei mi prometta di usare quei poteri per venirmi a trovare in sogno.
Mi preparo per la notte, ogni volta, mi lavo tutto tutto, cambio le lenzuola, mi metto anche un po’ di profumo e aspetto, in genere finchè la Clerici non mi sveglia urlando “Pronti, cuochi, via!”.
Ma io non dispero.
Perché lei dice che è vero e allora penso sempre che quella notte aveva di meglio da fare.
Anche se mi chiedo cosa.
Proserpina una sera mi invitò ad una festa di suoi amici e io andai solo perché volevo vedere lei e dato che andai solo per lei, a lei mi incollai a cozza e, anche se per poco, alla giusta distanza.
Dopo quella sera affinai le mie chiavi di ricerca per trovare le immagini relative al logo di cui sopra.
Proserpina quella sera mi disse “Sono contenta di vederti”.
E io risposi “Anch’io”
E poi scomparì tutta la notte con un altro.
Ma io ero contento lo stesso perché l’avevo vista e soprattutto perché mi aveva lasciato insieme alla sua amica che in quanto a “Sono contento di vederti” non aveva nulla da invidiarle.
Sarà la Puglia.
Proserpina ancora oggi mi parla ogni tanto ma un po’ meno di una volta, perché adesso la tigre di notte la fa davvero e io che sono uomo lo so perché non sta più tanto a giocare col telefono.
Proserpina dice che vuole fare la giornalista, e dato che qualcuno un giorno le disse che per fare la giornalista bisogna avere tanti nemici politici, lei continua da quel giorno a scrivere sia sul giornale della sua città che sul suo blog che il sindaco (perché lei punta in alto già da subito che così non si perde tempo) non accetta che sul giornale della città scriva una che sul proprio blog parla male sia della sua città che di lui, e lei, sia sul suo blog che sul giornale, dice che lui non sa leggere e quindi non ce la poteva avere con lui, né sul giornale, né sul suo blog.
Proserpina si batte perché possa camminare in piazza nella sua città, quella del giornale, senza essere guardata come quella che ce l’ha col sindaco perché la libertà, lo diceva anche Martin Luter King, è un diritto.
Ma il sindaco è un uomo strano e quindi ancora non ci riesce.
Ma tanto Proserpina un giorno andrà a fare la giornalista in un’altra città.
L’ha detto il sindaco.
Non scritto, ma detto si.
Proserpina un giorno voleva sentirsi dire che è bellissima e quindi un giorno scrisse un post dove diceva “Ditemi che sono bellissima se no vi fulmino con le fiamme della mia coda!” e tutti, me compreso, scrivemmo che è bellissima.
Poi, gustato il sapore del potere, non contenta come un orso che assaggia il sangue, decise che voleva proprio sentirseli dire a voce e disse a tutti “E adesso voglio che lo diciate a voce” e tutti, me compreso, dicemmo a voce che è bellissima.
Proserpina è questo.
Una che quando dice una cosa la gente la fa.
Sindaco escluso.
E io che la conosco ma non lo dico nei colloqui di lavoro quando ci sono di mezzo testate di giornali, ne vado abbastanza orgoglioso, contento anche di avere un discreto materiale per i miei sogni erotici che la riguardano ma solo nel senso di attesa sempre disattesa che poi in fondo è il segreto dell’ammmmmore.
E in quelle sere nelle quali mi capita di riaprire quella cartella che c’ha dentro tutte quelle foto di tette io lo sento che in fondo qualche anno fa dalla mia porta non è entrata una tigre ma nemmeno una persona qualunque.
E in quelle sere a volte smetto di guardare quelle foto di tette e me ne frego se il sindaco sa leggere, se lei chiude il suo blog o no, se apre l’ennesimo blog-ritrovo che unisce tutti quelli uniti da quegli interessi comuni che li avevano fatti aderire a ciascuno dei blog-ritrovi precedenti che lei apre solo per vedere quanta gente riesce a spostare solo dicendolo per testare la sua prossima discesa in campo, e mi metto a guardare quel filmato che mi mandò, di pochi secondi, di quella Puglia, da parte di padre anche mia, nella quale un albero si muove, in silenzio, spinto dal vento.
Che poi a lei non so se farà piacere, ma tanto se lei è lei, io sono io, e di quello che può far piacere o meno, come è noto, me ne sono sempre fregato.
Proserpina la riconosci quando sali su un treno perché lei c’è.
Sempre.
Lei prende treni.
Noi caffè la mattina, lei treni.
Passa metà della sua vita a fotografare la sua Puglia e l’altra metà a portare in giro le foto, su rotaia.
È a spasso per l’Italia così tanti giorni all’anno che il suo è l’unico blog itinerante, visto che inspiegabilmente non smette di scrivere, né di viaggiare, nemmeno un giorno all’anno.
Proserpina, poi, è anche il nome di una cartella nel mio computer che contiene tante foto di tante tette che un giorno misi da parte perché lei chiese di disegnarle un logo che aveva un sacco di caratteristiche, e cioè doveva avere le tette e le mani, e io quel giorno, non avendo una macchina digitale per fotografarmi le mani, iniziai intanto a raccogliere foto di tette che ancora oggi conservo con un pizzico di nostalgia, anche.
Oggi ho comprato una macchina digitale.
Difficilmente abbandono un sogno.
Proserpina un giorno passò da Milano e venne a trovarmi, ma essendosi messa come al solito pessimisticamente d’accordo col suo amico al quale aveva detto “Tra mezz’ora chiamami e dimmi che hai anticipato l’orario”, fu costretta dalla trappola da lei stessa creata a tornare il giorno dopo, giorno che segnò, avendomi visto anche col sole tra banchi di mercato e basilico per il pesto, il definitivo tracollo di qualsiasi sua capacità di controllo su se stessa, nonostante si ostini a dire il contrario.
Mi amò da quel giorno in poi.
Le regalai un fotogramma del mio film con tanto di autografo perché mi sembrava doveroso verso una mia così preziosa fan.
Proserpina si diverte un sacco a riempire il suo blog di lettori per poi, ogni tre settimane, minacciare di scomparire perché in preda ad ascesso da eccesso di accessi, per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Anche sua mamma ormai ha imparato e si limita a comprare qualche bottiglietta di Bacardi Lemon in più in quei periodi, certa che l'alcol sia la giusta soluzione alle notti e notti in cui è costretta a rimanere sveglia per colpa dei Carmina Burana che in ognuno di questi periodi, puntualmente, riempiono di gioia le notti di casa Proserpina.
Proserpina un giorno mi chiese un regalo per il compleanno, ed essendo lei la presidentessa del mondo dei blog, e io (in quanto a bellezza) la Marilin Monrò dello stesso mondo, le regalai un “Eppi bordei” che purtroppo ancora non avevo la macchina digitale, perché se no un bel filmatino d’archivio per i prossimi vent’anni di tivvù non ce lo levava nessuno.
Mi amò pure di più da quel giorno in poi.
Proserpina vanta poteri paranormali, anzi, direi millanta.
E io che ci sono cascato perché sono credulone, ogni volta che ho un sogno erotico che la riguarda, spesso generato da quelle foto che ritrovo casualmente nella cartella che porta il suo nome, la chiamo per dirglielo facendo in modo che lei mi prometta di usare quei poteri per venirmi a trovare in sogno.
Mi preparo per la notte, ogni volta, mi lavo tutto tutto, cambio le lenzuola, mi metto anche un po’ di profumo e aspetto, in genere finchè la Clerici non mi sveglia urlando “Pronti, cuochi, via!”.
Ma io non dispero.
Perché lei dice che è vero e allora penso sempre che quella notte aveva di meglio da fare.
Anche se mi chiedo cosa.
Proserpina una sera mi invitò ad una festa di suoi amici e io andai solo perché volevo vedere lei e dato che andai solo per lei, a lei mi incollai a cozza e, anche se per poco, alla giusta distanza.
Dopo quella sera affinai le mie chiavi di ricerca per trovare le immagini relative al logo di cui sopra.
Proserpina quella sera mi disse “Sono contenta di vederti”.
E io risposi “Anch’io”
E poi scomparì tutta la notte con un altro.
Ma io ero contento lo stesso perché l’avevo vista e soprattutto perché mi aveva lasciato insieme alla sua amica che in quanto a “Sono contento di vederti” non aveva nulla da invidiarle.
Sarà la Puglia.
Proserpina ancora oggi mi parla ogni tanto ma un po’ meno di una volta, perché adesso la tigre di notte la fa davvero e io che sono uomo lo so perché non sta più tanto a giocare col telefono.
Proserpina dice che vuole fare la giornalista, e dato che qualcuno un giorno le disse che per fare la giornalista bisogna avere tanti nemici politici, lei continua da quel giorno a scrivere sia sul giornale della sua città che sul suo blog che il sindaco (perché lei punta in alto già da subito che così non si perde tempo) non accetta che sul giornale della città scriva una che sul proprio blog parla male sia della sua città che di lui, e lei, sia sul suo blog che sul giornale, dice che lui non sa leggere e quindi non ce la poteva avere con lui, né sul giornale, né sul suo blog.
Proserpina si batte perché possa camminare in piazza nella sua città, quella del giornale, senza essere guardata come quella che ce l’ha col sindaco perché la libertà, lo diceva anche Martin Luter King, è un diritto.
Ma il sindaco è un uomo strano e quindi ancora non ci riesce.
Ma tanto Proserpina un giorno andrà a fare la giornalista in un’altra città.
L’ha detto il sindaco.
Non scritto, ma detto si.
Proserpina un giorno voleva sentirsi dire che è bellissima e quindi un giorno scrisse un post dove diceva “Ditemi che sono bellissima se no vi fulmino con le fiamme della mia coda!” e tutti, me compreso, scrivemmo che è bellissima.
Poi, gustato il sapore del potere, non contenta come un orso che assaggia il sangue, decise che voleva proprio sentirseli dire a voce e disse a tutti “E adesso voglio che lo diciate a voce” e tutti, me compreso, dicemmo a voce che è bellissima.
Proserpina è questo.
Una che quando dice una cosa la gente la fa.
Sindaco escluso.
E io che la conosco ma non lo dico nei colloqui di lavoro quando ci sono di mezzo testate di giornali, ne vado abbastanza orgoglioso, contento anche di avere un discreto materiale per i miei sogni erotici che la riguardano ma solo nel senso di attesa sempre disattesa che poi in fondo è il segreto dell’ammmmmore.
E in quelle sere nelle quali mi capita di riaprire quella cartella che c’ha dentro tutte quelle foto di tette io lo sento che in fondo qualche anno fa dalla mia porta non è entrata una tigre ma nemmeno una persona qualunque.
E in quelle sere a volte smetto di guardare quelle foto di tette e me ne frego se il sindaco sa leggere, se lei chiude il suo blog o no, se apre l’ennesimo blog-ritrovo che unisce tutti quelli uniti da quegli interessi comuni che li avevano fatti aderire a ciascuno dei blog-ritrovi precedenti che lei apre solo per vedere quanta gente riesce a spostare solo dicendolo per testare la sua prossima discesa in campo, e mi metto a guardare quel filmato che mi mandò, di pochi secondi, di quella Puglia, da parte di padre anche mia, nella quale un albero si muove, in silenzio, spinto dal vento.
27 febbraio 2004
Si intitolava “Il frigo parlante”.
Sono stato in un film stasera.
Erano anni che volevo andare a vedere quel film.
Lo immaginavo così e volevo vederlo così.
Volevo starci così.
Parla di una famiglia strana, quel film.
È una famiglia nella quale il capofamiglia, il gatto, ogni tanto fa giocare i suoi bambini regalandogli qualche topo da schiacciare con i mattoni per insegnar loro che non bisogna far soffrire gli animali, per poi, finita la spiegazione, aprirsi la porta e andare a fare un giretto fuori.
Si capisce che è il capofamiglia perché le porte le apre con la maniglia, e la finestrella nella porta del giardino serve solo ai topini del grano che ogni tanto vanno a rotolarsi nella colla per giocare alla rana.
Tra un topo e l’altro, uno dei bambini, come ogni bambino, quando la mamma non c’è si toglie la tuta ignifuga e si diverte a disegnare piastrelle sui muri e a buttare carta nel camino, mentre la mamma gli dice che quando torna non vuole trovare altri disegni sui muri.
Nel frattempo una coppia di americani litiga tra loro usando la voce di quattro italiani.
“Sei un uomo col cervello diviso in sei! No, tu sei una donna che non parcheggia in retromarcia!”
Il pesce cappello e il cane gommoso, intanto, si godono la vacanza saltando e ballando consapevoli che il pesce cappello e il cane gommoso siano fatti per quello.
Durante tutto questo, nel mondo all’incontrario gli ospiti assaporano una cena all’incontrario, un bicchiere di vino, il dolce, e la pasta anni 80.
Una famiglia che tiene sacchetti di riso nella custodia della chitarra perché la chitarra è servita per dormire più comodi.
Una famiglia meravigliosa al sapor di cioccolata per due moltiplicata per tre ma solo la parte a matita.
Una famiglia che vive nel paese dei barattoli che non si svuotano mai.
Dove ci si conosce tutti perché il mondo è piccolo.
Dove gli uomini si scrivono.
I gechi si disegnano.
I sogni si realizzano.
E io non lo so se sono una bella persona, se mi sto comportando bene, se sto facendo le cose giuste, se merito cose belle come quelle che ho visto stasera.
So solo che sto andando sempre dritto lungo la strada di uomo senza mappa fregandomene dei camion grossi grossi che lampeggiano per dirmi di farmi da parte pronto a dormire in una piazzola a bordo strada pur di rimanere sempre sincero contento anche solo di una spalla su cui appoggiarmi fidandomi solo del mio istinto di navigatore per arrivare in posti dove non sono mai stato ma che sono certo essere li.
Dove anch’io un giorno, girando a destra, troverò un frigorifero che mi dirà “Papà, coccole”.
Stasera non ero io l'uomo più bello del mondo.
Erano anni che volevo andare a vedere quel film.
Lo immaginavo così e volevo vederlo così.
Volevo starci così.
Parla di una famiglia strana, quel film.
È una famiglia nella quale il capofamiglia, il gatto, ogni tanto fa giocare i suoi bambini regalandogli qualche topo da schiacciare con i mattoni per insegnar loro che non bisogna far soffrire gli animali, per poi, finita la spiegazione, aprirsi la porta e andare a fare un giretto fuori.
Si capisce che è il capofamiglia perché le porte le apre con la maniglia, e la finestrella nella porta del giardino serve solo ai topini del grano che ogni tanto vanno a rotolarsi nella colla per giocare alla rana.
Tra un topo e l’altro, uno dei bambini, come ogni bambino, quando la mamma non c’è si toglie la tuta ignifuga e si diverte a disegnare piastrelle sui muri e a buttare carta nel camino, mentre la mamma gli dice che quando torna non vuole trovare altri disegni sui muri.
Nel frattempo una coppia di americani litiga tra loro usando la voce di quattro italiani.
“Sei un uomo col cervello diviso in sei! No, tu sei una donna che non parcheggia in retromarcia!”
Il pesce cappello e il cane gommoso, intanto, si godono la vacanza saltando e ballando consapevoli che il pesce cappello e il cane gommoso siano fatti per quello.
Durante tutto questo, nel mondo all’incontrario gli ospiti assaporano una cena all’incontrario, un bicchiere di vino, il dolce, e la pasta anni 80.
Una famiglia che tiene sacchetti di riso nella custodia della chitarra perché la chitarra è servita per dormire più comodi.
Una famiglia meravigliosa al sapor di cioccolata per due moltiplicata per tre ma solo la parte a matita.
Una famiglia che vive nel paese dei barattoli che non si svuotano mai.
Dove ci si conosce tutti perché il mondo è piccolo.
Dove gli uomini si scrivono.
I gechi si disegnano.
I sogni si realizzano.
E io non lo so se sono una bella persona, se mi sto comportando bene, se sto facendo le cose giuste, se merito cose belle come quelle che ho visto stasera.
So solo che sto andando sempre dritto lungo la strada di uomo senza mappa fregandomene dei camion grossi grossi che lampeggiano per dirmi di farmi da parte pronto a dormire in una piazzola a bordo strada pur di rimanere sempre sincero contento anche solo di una spalla su cui appoggiarmi fidandomi solo del mio istinto di navigatore per arrivare in posti dove non sono mai stato ma che sono certo essere li.
Dove anch’io un giorno, girando a destra, troverò un frigorifero che mi dirà “Papà, coccole”.
Stasera non ero io l'uomo più bello del mondo.
26 febbraio 2004
Avrei voluto dirti Auguri
Stasera era il compleanno di mio fratello.
Era tutto il giorno che pensavo alle parole da scrivergli.
Purtroppo, come spesso accade, le cose sono andate diversamente da come desidero io.
Auguri, Valentino.
In altre serate sarei stato capace di scriverteli meglio.
Ma adesso proprio non riesco a far altro che limitarmi al mio solito “Ti amo”.
La tua battaglia renderà le mie sempre delle sciocchezze.
La vera forza è la tua contro il tuo nemico.
Buon compleanno.
Non è facile, per chi intende "fratello" come lo intendo io, non passarlo accanto a te.
Ma così è la nostra vita.
Fatta di "non è facile".
E di "Ce l'abbiamo fatta".
Non chiedo altro che continui ad averne uno più di me.
E che ogni giorno che passa, finchè sei dove sei adesso, continuino a proteggerti da quel brutto del mondo dal quale non avresti la forza di difenderti.
Buon compleanno Valentino.
Mi manchi un po', ogni tanto.
Il tuo Mario Bros.
che terrà in mano un fiore, fino al giorno in cui riavrà la tua mano a sostituirlo.
Era tutto il giorno che pensavo alle parole da scrivergli.
Purtroppo, come spesso accade, le cose sono andate diversamente da come desidero io.
Auguri, Valentino.
In altre serate sarei stato capace di scriverteli meglio.
Ma adesso proprio non riesco a far altro che limitarmi al mio solito “Ti amo”.
La tua battaglia renderà le mie sempre delle sciocchezze.
La vera forza è la tua contro il tuo nemico.
Buon compleanno.
Non è facile, per chi intende "fratello" come lo intendo io, non passarlo accanto a te.
Ma così è la nostra vita.
Fatta di "non è facile".
E di "Ce l'abbiamo fatta".
Non chiedo altro che continui ad averne uno più di me.
E che ogni giorno che passa, finchè sei dove sei adesso, continuino a proteggerti da quel brutto del mondo dal quale non avresti la forza di difenderti.
Buon compleanno Valentino.
Mi manchi un po', ogni tanto.
Il tuo Mario Bros.
che terrà in mano un fiore, fino al giorno in cui riavrà la tua mano a sostituirlo.
19 febbraio 2004
Metti una sera al lago
E tu che la aspetti nella hall perché lei, come ogni donna, deve rinfrescarsi prima di uscire.
E la vedi scendere truccata da donna che vuoi tu.
E le guardi le gambe anche se non puoi.
Fasciate da quelle calze bianche che risaltano sotto quegli stivali neri, che oggi, hai davanti come fosse ieri.
E le guardi le labbra anche se non puoi.
Rosse al punto da da sembrare finte, tanto sono belle.
E pensi alla sua pelle bianca anche se non puoi.
“Non puoi” ti dice la tua coscienza.
Eppure le guardi persino le mani, immaginandole addosso a te.
E lei ti guarda immaginando le tue addosso a lei.
Metti una sera al lago.
Di quelle che l’alcool ti fa salire sul tavolo del ristorante insieme ai tuoi amici a regalare alle donne presenti un ballo in loro onore.
E loro a e a tirar monete invece che mettere banconote nei pantaloni perché le donne, quando sono tue, devono dirti che non sei niente.
E tu a ridere perché vedi che lei ride, perché non è tua e può permettersi di apprezzare.
Metti una sera al lago.
Di quelle che al ritorno in macchina le mani sul cambio sono due.
E si stanno dicendo “Quanto manca all’albergo”?
Di quelle che per organizzazione galeotta tu dormi con lei.
Ed esci dalla doccia.
E ti metti buono buono nel letto accanto a dire a te stesso “Dammi solo un pezzo di quel corpo per dormirci, le labbra”.
E lei ti dice “Vieni qui”.
E tu vai li.
E la tua coscienza ti regala cinque minuti di pelle, di baci, di quel seno che tanto sognavi, per poi ricordarti chi è, chi non è, e soprattutto chi sei tu.
Metti una sera al lago.
Di quelle che tu hai pagato un prezzo troppo grande per ciò che hai dato a chi nemmeno c’era.
Perché non ti sei mai pentito di quella scelta.
Non ti sei mai pentito di aver tenuto fede ai tuoi principi.
Non ti sei mai pentito di non aver assaporato quel piacere.
Ti sei semplicemente pentito di aver lasciato andare ciò che forse, in un altro mondo, in un’altra vita, in un altro albergo, sarebbe stata la tua felicità.
Grazie per la canzone che mi hai regalato.
Pochi hanno saputo capire così tanto di me.
Grazie per quella sera al lago.
Da quella sera, ancora oggi, ogni volta che guardo le tue mani, tu non te ne accorgi, faccio l’amore con te.
E la vedi scendere truccata da donna che vuoi tu.
E le guardi le gambe anche se non puoi.
Fasciate da quelle calze bianche che risaltano sotto quegli stivali neri, che oggi, hai davanti come fosse ieri.
E le guardi le labbra anche se non puoi.
Rosse al punto da da sembrare finte, tanto sono belle.
E pensi alla sua pelle bianca anche se non puoi.
“Non puoi” ti dice la tua coscienza.
Eppure le guardi persino le mani, immaginandole addosso a te.
E lei ti guarda immaginando le tue addosso a lei.
Metti una sera al lago.
Di quelle che l’alcool ti fa salire sul tavolo del ristorante insieme ai tuoi amici a regalare alle donne presenti un ballo in loro onore.
E loro a e a tirar monete invece che mettere banconote nei pantaloni perché le donne, quando sono tue, devono dirti che non sei niente.
E tu a ridere perché vedi che lei ride, perché non è tua e può permettersi di apprezzare.
Metti una sera al lago.
Di quelle che al ritorno in macchina le mani sul cambio sono due.
E si stanno dicendo “Quanto manca all’albergo”?
Di quelle che per organizzazione galeotta tu dormi con lei.
Ed esci dalla doccia.
E ti metti buono buono nel letto accanto a dire a te stesso “Dammi solo un pezzo di quel corpo per dormirci, le labbra”.
E lei ti dice “Vieni qui”.
E tu vai li.
E la tua coscienza ti regala cinque minuti di pelle, di baci, di quel seno che tanto sognavi, per poi ricordarti chi è, chi non è, e soprattutto chi sei tu.
Metti una sera al lago.
Di quelle che tu hai pagato un prezzo troppo grande per ciò che hai dato a chi nemmeno c’era.
Perché non ti sei mai pentito di quella scelta.
Non ti sei mai pentito di aver tenuto fede ai tuoi principi.
Non ti sei mai pentito di non aver assaporato quel piacere.
Ti sei semplicemente pentito di aver lasciato andare ciò che forse, in un altro mondo, in un’altra vita, in un altro albergo, sarebbe stata la tua felicità.
Grazie per la canzone che mi hai regalato.
Pochi hanno saputo capire così tanto di me.
Grazie per quella sera al lago.
Da quella sera, ancora oggi, ogni volta che guardo le tue mani, tu non te ne accorgi, faccio l’amore con te.
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