11 novembre 2009

Porca a Porca

Giovanardi telefona in diretta per replicare alle reazioni alle sue parole su Cucchi

G: "Prima di tutto mi scuso per la voce, non sto molto bene"
V: "Non è eccesso di droghe, immagino"

G: "AHAHAHAHAHAHAHAHAHAAHAHAH"
V: "AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH"


Così.

07 novembre 2009

Affinità

Facciamo così:
Io non dico nulla.
Metto solo uno screenshot.
Poi ognuno ci legga quello che vuole.



(col cazzo che vi metto il link, ché mica stiamo parlando di quelle mammolette del ministero del turismo, oh)

05 novembre 2009

Dio c'era

"Questa notizia ci spinge ancora una volta a riflettere sulle modalità di espressione della libertà, quando come in questo modo, diventano dichiaratamente lesive della libertà altrui e delle sensibilità di altre persone.

Esse possono essere regolamentate, senza causare nessun tipo di scandalo. Anzi devono esserlo."


Trovato qui.

Una delle tante reazioni lette nei giorni in cui venne impedito di far circolare bus con la comunicazione sulla non esistena di dio.
In quei giorni pare che il rispetto per la sensibilità di tutti fosse un valore da difendere a spada tratta e la decisione di impedire quel manifesto rallegrò non pochi difensori di questo principio, tra i quali gli autisti credenti che annunciarono che si sarebbero rifiutati di guidare bus che avessero veicolato quella campagna appellandosi all'obiezione di coscienza.
Si stabilì che il diritto all'obiezione era, come dire, sacrosanto.

Allora facciamo così:

Se le scuole dovessero seguire La Russa rifiutandosi di attuare la sentenza, i maestri contrari semplicemente non entrino più in classe.
Percepiranno lo stesso lo stipendio perché non sarà interruzione di pubblico servizio ma obiezione di coscienza e in Italia è un sacco cool.

Se invece le scuole dovessero (e)seguire la sentenza e la cosa dovesse in un primo momento turbare, ai bambini che, abituati a trovare ogni mattina la croce, eventualmente dovessero chiedere spiegazioni riguardo a quell'alone più chiaro sull'intonaco ingiallito della parete intorno, rispondano loro che è un'icona religiosa e rappresenta la resurrezione.

02 novembre 2009

Mai fermarsi

Esortata da tutti, faccio una telefonata a Lentz.
Mi sento come se avessi trascorso gli ultimi dieci anni seduta nello studio di Lentz. C’è anche Jeff, io sono accasciata sulla poltrona, praticamente orizzontale, e dimeno i piedi come una pazza. Li sollevo sopra la testa e li guardo dimenarsi a velocità incredibile.
“Ha visto le mie calze?” domando a Lentz, protendendo i piedi.
Lui lancia un’occhiata. “Molto graziose” , commenta.
Ha lo sguardo fisso sul computer e scrive qualcosa nella mia cartella clinica. Rovescia la testa all’indietro e si guarda il naso.
Vedo Lentz da quando avevo ventitrè anni. Lui mi ha visto in tutti gli stati possibili di follia, dalle manie vistose alle depressioni catatoniche. E mi ha visto assolutamente sana di mente. Si prende cura di leggere sempre i miei libri e gli articoli. Sembra che non gli importi niente se indosso un completo di sartoria o un pigiama disgustoso, un vecchio cappotto logoro, un paio di scarpe da giardinaggio. Per lui io non sono matta. Sono soltanto quello che sono.
Abbassa lo sguardo sul suo blocchetto per gli appunti e dice: “A quanto pare si sente un po’ accelerata”.
“Un po’. Soltanto un pochino. Proprio un pochino solo”, rispondo. “Ma devo riuscire a fare le mie cose. Non posso fermarmi adesso. Mi sta andando tutto bene”.
Lui fa un cenno di assenso e dice a Jeff: “Lei come direbbe che sta?”
“È completamente suonata”, risponde Jeff, Non ne sono per niente infastidita. Ho imparato a portare Jeff con me dal medico quando non mi sento a posto, dato che non capisco il senso delle cose. Sta seduto di fronte a me sul divanetto. Mi osserva, con aria preoccupata. Questo mi irrita profondamente. Sospiro rivolta a lui e mi lascio coinvolgere completamente dall’incredibile velocità dei miei piedi.
“Marya?” Lentz irrompe nei miei pensieri. Ora mi concentro sulla punta delle dita, perché sento un formicolio.
“Ho comprato un canarino”, annuncio, sollevando lo sguardo.
“Oh?”
“Non ha comprato nessun canarino”, sospira Jeff.
“Capisco”, dice Lentz. “Ha dormito?”
“Non proprio. Non mi piace dormire. Dormire è un gigantesco spreco di tempo. Il sonno è irrilevante in confronto alle mie cose. Che devo fare.”
“Dorme due ore circa per notte”, specifica Jeff. “In tutto. Si alza e poi si mette giù di nuovo.”
“Mi alzo e poi mi metto giù di nuovo”, concordo. Smetto momentaneamente di esaminare le mie dita e fisso il dottor Lentz con aria intenta. “Ma deve capirmi, io devo fare le mie cose.”
“So che deve farle”, dice Lentz, cercando nel suo piccolo Palm Pilot che ha il manuale farmaceutico incorporato.
“È importante che riesca a farle.”
“È molto importante”, dico.
“So che lo è. Non vogliamo rovinarle la concentrazione.”
“Molto importante”, ripeto, quando improvvisamente i miei piedi decollano nuovamente.
“Quanto Geodon sta prendendo?”
“Ottanta milligrammi”, risponde Jeff.
“Le aumenterò il Geodon”, dice Lentz.
Sollevo lo sguardo, preoccupata. “Mi farà ingrassare?”
“No”
“Mi farà sentire intontita?”
“No. Dovrebbe soltanto farla sentire un po’ meno nervosa.”
“Non posso perdere il mio nervosismo”, gli dico con tono di riprovazione.
“No di certo. Quanto lavora?” domanda Lentz a Jeff.
“Tutto il tempo. Lavora persino quando qualcuno le sta parlando. Non si cambia i vestiti perché dice che questo interromperebbe le sue ‘cose’.”
“Ieri ho scritto cinquanta pagine”, gli dico decisamente soddisfatta di me.
“Buon per lei. Mangia?” domanda Lentz.
“Non mangia”, risponde Jeff.
“Mangio”, dico, strabuzzando gli occhi.
“Mangia soltanto frutta.”
“Marya, deve mangiare anche qualcos’altro”
“No, non posso”, dico in tono brusco.
“Si taglia?”
“Ho fatto sparire tutti i rasoi”, spiega Jeff.
“No era affatto necessario”, dico di nuovo in tono brusco, e mi alzo e passeggio in cerchio per la stanza.
“Sente il bisogno di stare in ospedale?”, domanda Lentz.
“Assolutamente no!” esclamo, facendo un salto per protestare. “Come farei a lavorare? Non mi lasciano mai portare il computer. Non posso lavorare sul cartoncino!”
“Credo che abbia bisogno di stare in ospedale”, dice Jeff.
Giro su me stessa e metto un dito sul suo petto, facendo un altro salto e sferrandogli un calcio in uno stinco. “Niente affatto!” Non mi lasciando tenere il mio cellulare! È troppo importante!”
“Marya, lei è davvero molto accelerata”, osserva Lentz.
Mi metto seduta sulla sedia e mi aggrappo ai braccioli per dimostrargli il contrario.
“No”.
“D’accordo”, dice. A Jeff, dice “Se domani è ancora così, mi telefoni”.
“Lavorerò un sacco”, annuncio, molto compiaciuta.
“Cosa sta scrivendo?” domanda Lentz, alzandosi in piedi e stringendo la mano a Jeff.
Conto sulle dita: “Una commedia, un romanzo, un articolo, e una nuova serie di poesie.”
“Non vedo l’ora di leggerli”, commenta Lentz. “Prenda uno Zyprexa.”
“Non lo prenderò assolutamente”, dico seccata. “mi fa diventare intontita e grassa.”
Lentz sospira.
Jeff esce. Io saltello dietro di lui come un pulcino.



“Una vita bipolare”
è un libro con un meccanismo dentro.
Non dentro nel senso di tra le righe, ma dentro nel senso di meccanismo esplicitato dalle righe.

Le pagine sono divertenti al limite della comicità.
Le pagine, le stesse, sono drammatiche al limite dell’angoscia.
È un libro bipolare.
Nella sostanza, nella forma.
Non parla di bipolare, È bipolare.
È un libro meravigliosamente, drammaticamente, bipolare.

Se hai compreso questa specie di recensione, significa che il germe del bipolare che come tutti porti in te è in progressione avanzata e mi dispiace tu l’abbia saputo così, un giorno improvviso d’autunno, ma qualcuno doveva dirtelo, prima o poi, che quelli non erano solo episodi, che quelli erano episodi.



(Jeff, che mentre il mondo si impegna per amare molto, ha saputo amarla abbastanza)

25 ottobre 2009

Question time

Nel gennaio scorso ho ricevuto una mail contenente una domanda.
Gli ultimi sette mesi li ho impegnati interamente a formulare la risposta.

Ci ho messo un po’ perché la domanda non era semplice e per rispondere sono dovuto entrare lievemente nel dettaglio.
Lievemente come possono essere lievi duecentotre pagine di risposta.
Duecento-tre-pagine-di-risposta.
A una sola singola domanda.

Quando l’ho consegnata, il suono che il grande regista ha messo in sottofondo è stato l’audio di quei soldati che buttano la granata nel bunker al grido di “Bomba in bucaaaaaa!” per avvisare tutti di ripararsi in attesa della detonazione.
Ora attendo la detonazione.
Che ci sarà e farà macerie, molte macerie, più di tutte quelle viste fino a oggi sulle quali si è sviluppata la risposta.
Che è esattamente ciò che voglio, perché se si vuole ricostruire sopra un terreno bombardato, la prima cosa da fare è radere al suolo tutto e totalmente per poter ripartire realmente da zero.

Non si torna più indietro, ora.

Morale della favola:
Se vuoi una risposta, devi fare la domanda.

Morale della favola due:
Se vuoi una risposta breve, non fare domande a me.

Morale della favola tre:
Ora ho di nuovo tempo per scrivere, se qualcuno ha qualcosa da chied…ehi…dove andat.. oh…ferm…ehi…

Detto questo, continuo a pensare che Brezsny sia semplicemente im-pre-ssio-nan-te.