4 settembre 2016

Afferra questo istante e stringi più che puoi

Il tempo è moneta, è bene, è capitale costruito e sottovalutato.
Ciascuno il suo sacchetto, ciascuno una vita durante la quale spenderlo, investirlo, buttarlo in gratt'evvinci stampati per non farti mai vincere il premio grosso, quello per vincere il quale sei pronto a investirne la quota maggiore di quello a tua disposizione pensando che al prossimo turno capiterà a te il biglietto vincente che ti restituirà tutto quello investito.
Cresci sprecandolo, deprezzandolo, cedendolo in cambio di briciole d'attenzione, condivisione, il gioco ti sembra valere la candela e allora mani sulle orecchie e occhi serrati avanti a valigia, corri verso quella stazione alla quale ti hanno detto aspettarti il premio e invece non c'è, non c'è nella prima, non c'è nella seconda, mani sulle orecchie e occhi serrati non cedi e corri alla terza pensando sia un problema di pazienza quindi tuo e allora corri alla quarta, poi alla quinta, finché cresci e ti accorgi che.
Che non c'è un premio, che il tempo non è moneta accidenti, era il bene e non lo capivi, quello che credevi di dover barattare in cambio di qualcosa scopri essere il qualcosa e capisci il gioco, capisci il trucco, la truffa.
Ti avevano detto che il tempo era la moneta per raggiungere il traguardo e invece il traguardo era il tempo stesso, che intanto stavi sprecando sperando arrivasse il premio in cambio.
Ci metti anni ma un giorno ci arrivi e quando ci arrivi il tempo smette di essere moneta e diventa il bene più prezioso che hai, la moneta sei tu e ogni singolo minuto assume un valore mai avuto, il valore che solo le cose che una volta lasciate andare non tornano più assumono.
Crescere significa scoprire che il tempo non era il frattempo, non era moneta, non era baratto per un premio, era il bene e punto di arrivo.
In quell'esatto istante smetti di sprecarlo, di svalutarlo, di offrirlo a chi quando lo offri te lo rifiuta, a chi del tuo tempo non ha bisogno né sa cosa farsene, a chi ti dice grazie per averglielo offerto con lo stesso trasporto di una signora alla quale lasci il posto sull'autobus.
Cammini per il mondo con un timer in tasca che programmi per avvisarti quando il tempo messo sul tavolo è superiore a quello che forse, magari, chissà, potresti vincere in cambio.
Quando il tempo augurato diventa inferiore a quello che investi, il timer scatta e senza lasciar passare un solo secondo in più ti alzi e te ne vai.
Quel giorno scopri cosa vuol dire smettere di automortificarsi, la dignità, l'autostima.
Quell'esatto istante in cui realizzi che la tua merce non interessa e la tua merce sei tu, un solo istante in più e si chiamerà elemosina.
Crescere è diventare capaci di cogliere quell'istante, alzarsi un lampo prima e semplicemente dissolversi.
Il tempo riempito di qualsiasi cosa che non sia il nulla, la vita non è altro.
Diventare capaci di parlare con gli sconosciuti al tavolo accanto, farne arte, e insieme di capire che quella è l'unica alternativa al silenzio che i presenti ti riservano.
Aspettare che cadano briciole e scannarsi per contendersele non so che nome abbia, ma qualsiasi sia quel nome non è Vivere e se lo è non lo è per me.
Già dato, già inghiottito abbastanza, già perso.
Uscire da solo, stare da solo, cerchio che si può chiudere solo tornando a casa da solo.


17 agosto 2016

Di Aceto, Arcobaleno, amore

"Vale la pena farlo? Ascolta questa notizia che viene da un antico commento ebraico alle Scritture: l'uomo fu creato singolo e solo per insegnare che chiunque distrugga una vita è come se distruggesse un mondo e chi salva una vita è come se salvasse il mondo intero. Questo pensiero mi ha fornito la risposta alla domanda di prima: per me ne vale la pena. La carità, di questo parlo, non si misura con un risultato perché non si trova esaudita in alcuna meta. A cosa serve? A niente, però stavolta questo è per me un valore. Quando uno si interroga sulla propria esistenza e si confonde nel capogiro di uno spreco insensato, quando anche quello che fu considerato buono appare vano, allora la carità offerta diventa l'unico gesto di simpatia tra un uomo e il resto del suo mondo. Non serve, su di essa non si può fondare una città, nemmeno una chiesa, ma un uomo sì.
Non ho voluto essere di esempio per qualcuno. Nessuno può vivere a imitazione di un altro. Ma la carità può suscitare una cosa impossibile. Ascolta: siate dunque perfetti come è perfetto il padre vostro celeste, questo dice Gesù, secondo Matteo. Se non è possibile seguire l'esempio di un altro è possibile essere come Dio. Solo questa imitazione è adatta all'uomo. E' impossibile? No, è invece il nostro miracolo, residuo dell'atto creativo originario.
Ho visto il male che gli uomini si fanno. E' un costume che non fa avanzare né indietreggiare, non solleva né abbassa. Il male non fa niente agli uomini. Ma un amore che escluda di arrendersi e non possa essere ricambiato, uno che abbia in sé questa specie di musicista perpetuo può fare qualcosa agli uomini. Questo trasforma la propria vita in arte. Per materia ci fu chi scelse di imprimere segno nel marmo, nella tela, sulle pagine e chi si incise sul volto degli uomini."

Erri De Luca - Aceto, arcobaleno.
Il libro con cui, finalmente, racconta quel passato di morte colpevole dal quale fuggire.

25 luglio 2016

Due fazze due razze

Sbarco sull'isola in notturna, Dimitris mi viene a prendere inaeroporto e mi porta in hotel, faccio il checkin e gli chiedo se quel bar fuori resta aperto, mi dice "Fino alle 5!" e gli propongo una birra per ringraziarlo dello sbattimento notturno.
Ci sediamo, offro io, arriva il padrone, chiacchiera e io felice, come al solito nel giro di mezz'ora dall'arrivo ho già il mio pub. gli amici, risiedo.
Il padrone racconta due aneddoti, chiacchiera Chi sei cosa fai, visibilmente brillo mi saluta in greco, non capisco  e chiedo a Dimitris, che come mi raccontasse cosa ha fatto oggi mi dice "niente, significa Italiano mafioso".
Mi girano i coglioni in tempo zero, io sapevo che per i greci siamo fascisti, non mafiosi, e in ogni caso immaginavo che dopo il fallimento della nazione avessero trovato una nuova forma di riguardo per gli ospiti, mi sbagliavo.
Dimitris intuisce e sta in silenzio, lo rompo io chiedendogli "per voi è divertente?", mi risponde "E' umorismo, non voleva offendere", io gli dico se quando si siede uno statunitense lo accolgono con "ehi killer di bambini in Afghanistan cosa bevi?" o se quando arriva una nuova ospite donna la salutano con "Ciao puttana, cosa prendi a parte cazzi dagli sconosciuti?"
A mezz'ora dall'arrivo avevo già due amici, a trentacinque minuti mi dovevo già guardare le spalle, Dimitris saluta, io gli dico "Ecco bravo ciao", la fortuna di quel posto è che non sono davvero mafioso, la sua sfortuna è che intorno è pieno di altri pub immediatamente eletti mia nuova base, mi hai visto? non mi vedi più.
La vacanza è sul modello ormai sperimentato "Tutti fuori dalle balle" che semestralmente bussa e cioè da solo con i libri, una bici, persone conosciute nei posti mappati come base quindi il posto mare almeno un pub e il bar del pre-cena.
La voce "Persone conosciute" a questo giro va un po' rivista perché mi sono bastati due giorni per scoprire quanto l'italiano sia ben visto da queste parti, si fottano, il mare è stupendo, il mio (secondo) pub è stato subito eletto, la bici ce l'ho, di ristoranti è pieno, io non parlo nemmeno con me stesso: non lo chiamo paradiso perché anche ci assomigliasse, e non ci assomiglia, gli mancherebbe comunque l'unico elemento a sigillo della definizione e cioè tu, ma diciamo che per i prossimi dieci giorni c'è tutto quello che serve.

Il libro finito il primo giorno segue la strada aperta alla vacanza precedente con "Il combattente" e ripresa a questo giro con "Kobane dentro" e così sono di nuovo con l'YPJ a Kobane, con la differenza che se al giro precedente ero in trincea, a questo sono nelle retrovie con gli occhi di Ivan, giornalista, che vede quello che non vedono i combattenti e non vede quello che i combattenti vedono.
E' incredibile la bellezza del popolo curdo, la sua fierezza, la sua nobiltà, il suo senso di giustizia.
Ci si chiede come sia possibile che un popolo così piccolo e disarmato sia l'unico sul pianeta a riuscire a tener testa a quei macellai dell'ISIS, armati e finanziati così tanto che a stanare ogni singolo curdo armato di un semplice AK47 ci mandano droni supermoderni in grado di riconoscere i cellulari.
Eppure ce la fanno, ce la fanno le donne più donne del pianeta, con il sogno della democrazia più democrazia del pianeta, l'ISIS si sta prendendo il mediterraneo metro dopo metro ma nel Kurdistan non passa, quattro pastori armati di un sogno di libertà e una pistola guidati da donne soldato così gigantesche da meritare, loro sì, il nobel per la pace, li hanno combattuti e cacciati.
E' curioso come sia questo che il precedente siano scritti in forma diario, così come è curioso che entrambi raccontino di Kobane e del YPJ non le azioni in guerra ma il prima e il dopo, il quotidiano, la vita normale, come se chiunque entrasse a Kobane anche solo per qualche settimana toccasse un mondo nel quale la guerra è insieme quotidiano e sfondo marginale, una cosa che va fatta malgrado tutto, nell'attesa, nelle pause tra un popolo meraviglioso e il suo futuro tanto negato quanto sognato.
"Kobane dentro" è diviso in due, scritto a due mani, nella prima parte Ivan racconta i suoi giorni da ospite di quel popolo, accolto come occhi per trasmettere al mondo il miracolo che sta compiendo quel gruppetto di sognatori che aspirano alla vera terra promessa.
Nella seconda parte Nicola Romanò prende quanto raccontato dei giorni di Ivan e lo usa come base per entrare nel progetto di società del Rojava e raccontarne le radici anarco-socialiste che hanno portato alla scrittura della "Carta del contratto sociale del Rojava", una carta costituzionale talmente bella che viene da chiedersi come sia possibile che l'abbia scritta un popolo così piccolo e così odiato, la leggi e pensi che se solo divenisse costituzione universale di tutto il pianeta in un istante la pace sarebbe così conseguente che tutte le parole necessarie per presentarla sarebbero quelle due che una qualsiasi Miss Italia pronuncia durante le selezioni, quel "Vorrei la pace nel mondo" che tanta ilarità solleva e che invece è davvero così semplice, se solo si incaricasse il popolo Curdo di spiegare al mondo come si faccia, per vederlo semplicemente prendere quella carta e leggerla al mondo per poi chiudere con "Fate così".
Che popolo meraviglioso.

Vado a cena a iniziare il prossimo, nell'attesa di avere te ad ascoltarli


10 luglio 2016

Lo soffia il cielo

C'è un tasto, premilo.
Rientrato il bang del muro del suono e il lampo dello spazio tempo quello che vedi intorno è un pianeta diverso, è cubico, angoli retti e spigoli, ruota sui tre assi.
Non ci sono continenti ma facce, ciascuna ha terre e mari e su ogni spigolo il mare è cascata che alimenta il mare della faccia contigua, a ogni stagione la rotazione passa a uno degli altri due assi e le cascate si fanno risacca o nuvole a seconda dell'asse stagionale, se è risacca quello che prima era mare diventa terra e quello che era terra diventa mare, se sono nuvole viceversa.
Dura un giorno a stagione questo processo e per tutto il giorno le persone devono essere molto veloci a tuffarsi o surfare, la natura è implacabile e non aspetta i titubanti e i paurosi, li seleziona e uccide e per tutta la nuova stagione si piange il dolore per chi non ce l'ha fatta e la gioia per i nuovi arrivi a sostituirli, chi ce la fa surfando, i migliori, può trovarsi nella faccia contigua e ripartire da quella, quanto lasciato alle spalle sarà sempre alle spalle a meno di non essere capaci di farsi nuvole, unico mezzo di trasporto che staccato da terra la natura mette a disposizione per valicare gli spigoli e trovarsi nelle altre facce.
La concordia regna perché la tesi secondo la quale il pianeta è piatto è sia vera che falsa, nessuno riesce a dimostrarla né negarla, quelli che parlano di spigoli sono chiamati Matti, quelli che arrivano dalla faccia contigua a bordo di una nuvola Sognatori, parlano di terre nelle quali l'acqua è la stessa ma invece di uccidere fa nascere, di terre che invece di affamare fanno germogliare, non esistono albe e non esistono tramonti, gli spigoli fanno sì che il sole o c'è o non c'è, nessuna sfumatura, nessuna cartolina lo ritrae, nessuna canzone lo celebra.

In una delle sei facce viveva Fato, da tutti considerato una via di mezzo tra un matto e un sognatore perché risultava nato sempre nella faccia in cui lo incontravi, ma della sua storia non c'erano tracce se non nelle altre cinque e questo avveniva a ogni stagione in una faccia diversa.
C'era chi giurava di averlo visto surfare, chi narrava di averlo visto cavalcare nuvole, lui ogni volta diceva né onde né nuvole e tutti a bocca aperta ad attendere che rivelasse il modo per valicare gli spigoli, quanto amava il silenzio che offriva in risposta.
In una delle altre facce viveva Regola, leggenda narra che fu così battezza dal padre che non trovò miglior declinazione femminile al regalo che fu, se solo si fossero parlati lei non sarebbe cresciuta convinta di essere stata messa al mondo per fermarsi sempre un metro prima dello spigolo.
Gli abitanti della sua faccia ne ammiravano la precisione e il rigore, a ogni edizione di Miss Faccia vinceva lei, non bastasse l'incredibile bellezza sbaragliava qualsiasi concorrenza raccontando ai presenti quanto la pace nel mondo fosse già raggiunta, si trovava in una pentola alla fine dell'arcobaleno che, in barba a qualsiasi legge dell'ottica del pianeta cubico, continuava a essere tondo.
Non che l'incongruenza levasse il sonno a qualche abitante delle facce, troppo impegnati a seppellire morti e mettere al mondo sostituti a ogni cambio di asse, però quell'anomalia il suo posto nella storia del pianeta cubico non lo reclamava soltanto, lo prendeva proprio, ma sotto forma di fiabe in alcune delle quali compariva un personaggio che leggenda dice si chiamasse Fato, chiunque dicesse di averlo incontrato poteva raccontarlo solo come ricordo perché ogni volta che lo vedevi non facevi in tempo a chiamarlo che lui era già in una delle altre facce, l'unico sul pianeta che aveva trovato il modo di passare da una faccia all'altra e nessuno che capisse come ci riuscisse perché lui diceva no cascate, no nuvole, e allora cosa?
Regola intanto continuava a vincere concorsi di Miss Faccia, nessuna che riuscisse a superarla nel racconto dell'arcobaleno rotondo del mondo cubico alla fine del quale c'era la pentola con la pace dentro.

Un giorno qualsiasi di una stagione qualsiasi il cambio di asse fece sì che le cascate e le nuvole si trovassero in una combinazione che portò Fato a trovarsi nella stessa faccia del pianeta nella quale viveva Regola che, incontrandolo, riconobbe il personaggio del quale tutte le fiabe parlavano, quello che conosceva il segreto per valicare gli spigoli, e gli chiese di rivelarglielo.
Lui la portò sulla cima di una delle terre di spigolo dalla quale partivano le cascate che alimentavano il mare dell'altra faccia, le indicò le nuvole, poi il sole, cosa vedi?
"L'arcobaleno" disse lei "quello alla fine del quale c'è la pace nel mondo".
"No" disse lui "alla fine dell'arcobaleno c'è la pace di una sola delle sue facce, la pace del mondo intero è dove l'arcobaleno inizia"
"Ma io non l'ho mai visto dove inizia" disse lei.
"Perché non hai mai provato a salirci sopra" le rispose "Inizia da dove arrivo io ed essendo curvo del sole durante il viaggio puoi vivere l'attesa".

C'è un tasto, ripremilo.
Rientrato il bang del muro del suono e il lampo dello spazio tempo sarai di nuovo sul pianeta con un solo asse e una regola senza nessuno spigolo a darle un senso.




3 luglio 2016

Fegatelli

Stanco, ma tanto, da questo continuo incontro con gli anti, anti tutto, anti itaglioti, anti governo, anti banche, anti quelli che lavorano, anti quelli che hanno letto due libri, anti anti, escono dalle fottute pareti e nemmeno augurarsi che come ogni setta che si rispetti decidano a un certo punto di riunirsi su un'isola per il solenne suicidio di massa, affronto gli europei con un per me nuovo spirito patriottico che mi porta a godere della visione collettiva delle partite, al pub come da programma di quelli con l'autoradio sempre nella mano destra, quando ce la portavamo appresso.
Della partita effettivamente me ne frega meno di zero, ma quell'aria di collettività mi attrae e mi spinge, l'amico Andrea partita e birra mi sembra una piacevole combinazione e occasione da sfruttare.
Esco a fumare, accanto a me la mia missione di Paperinik del giorno è somalo e per motivi che non sto a indagare indossa il tricolore come fosse la sua bandiera.
Da una tavolata di una ventina di imbecilli iper eccitati e naturalmente in trance da dio patria e famiglia lo deridono e, con palesi motivazioni razziste, spezzettano il pane che hanno sul tavolo e glielo tirano facendo finta di nulla dopo ogni lancio.
E uno, e due, e tre, mi sposto e mi metto accanto a lui, li guardo, mi guardano, gli dico "Basta", mi dice "Basta cosa?" gli dico "Ho detto basta così", con il mio fisico da terrore della notte di quelli che gli sarebbe bastato tirare dell'altro pane per abbattere sia me che il somalo ottengo in risposta un "Boh" la faccia di chi finge di non capire e la finiscono, mi chiedo come mai mi riesca sempre, credo dipenda dal fatto che quando le persone vedono i miei 12 chili complessivi assumere posa di chi intima e minaccia, penseranno che o sono completamente folle e non è il caso di mettersi con uno completamente folle oppure ho in tasca una beretta, perché altrimenti non si spiega come non mi abbiano ancora riempito di botte.
Il somalo non si accorge di nulla sia perché è completamente ubriaco sia perché è troppo preso dalla partita, si accorge però che gli sto accanto e attacca bottone, in somalo, un dialogo inesistente ma utile per me a simulare che fossimo effettivamente amici così se devono tirare di nuovo il pane adesso lo devono tirare a due, anzi tre perché nel frattempo entro dentro da Andrea e gli dico che io continuo a vedere la partita da fuori e che dato che c'è la possibilità che mi metta a litigare con venti imbecilli è il caso che dopo un po' esca anche lui a darmi una mano, che poi grosso com'è significa che lui li mena tutti e venti con una mano sola e io faccio il tifo.
Il mio amico somalo intanto ha deciso che io parlo somalo e sputazzandomi da un centimetro dalla faccia mi racconta una serie di cose che non capirei manco se non fosse ubriaco, ma capisco che ce l'ha un po' con tutti e mi dice "polizia" e mi dice "documenti" e che bella idea ho avuto a ripetergli io "polizia" e "documenti" pensando capisse che era come dire "In che senso?" e invece quello scatta dritto tira fuori il portafoglio e mi consegna in documenti "Cazzo fai? Metti via quella roba!" per levarmi un po' dei duecento occhi che a quel punto avevo addosso, l'unico sulla terra capace di scambiarmi per un agente e ci sta, io in Somalia sarei muscoloso e bianco, quindi un agente.
Per risolvere il momento anche a favore di una platea ormai interessata a capire se me lo stessi portando via, chiamo il padrone del locale e chiedo se posso pagargli da bere, permesso accordato gli si porti una birra, lui è contento, io soo contento, Andrea a chiedersi chi glie l'ha fatta fare a uscire con me, io e il somalo ci abbracciamo fraternamente per guardare il resto della partita da amicissimi, sento qualcosa sul fianco, la bandiera copre la mano, la mano è nella mia tasca e mi sta sfilando i soldi.
Togli quella cazzo di mano da lì e vattene affanculo, somalo, ti lascio agli altri tuoi amici.
La rabbia mi invade come nemmeno quando la poveretta mi ha tradito con chiunque non mi assomigliasse, approfitto dell'impegno di Andrea per accettare di andarcene imemdiatamente, gli chiedo di portarmi e lasciarmi al parco perché ho bisogno d'aria, di tempo, di alberi, c'è un concerto tutta la notte ed è la situazione migliore per riprendere lo sguardo al cielo.

Dance All le chiamano a Torino, after hours all'aperto giusto un metro prima dell'illegale, ci sono bancarelle di birra e di libri anti, anti fascisti, anti sistema, anti stato, anti tutto, mi fermo a una bancarella sulla quale un attivista di 70 anni vende libri sulle carceri, lettere dalle carceri, opuscoli autoprodotti con informazioni sulle loro attività nelle carceri, ci mettiamo a chiacchierare di quel poco che so io e quel molto che sa lui, dopo una mezz'ora di chiacchiere gli chiedo se ci è stato, mi guarda e mi sorride in quel modo in cui sorride chi ti dice che solo chi c'è stato può avere a cuore quelli che ancora ci stanno, gli compro tutto quello che mi offre e non fa un prezzo, è tutto un Fai tu.
Lo saluto e passo alla bancarella accanto, la gestisce un ragazzetto che non avrà 25 anni e la faccia di chi ne ha passati 24 a kombattere il sistema, vedo un libro autoprodotto a tema ISIS, leggo il retro di copertina dove mi si spiega che l'ISIS in realtà altro non è che un popolo che cerca la legittima via per rispondere all'imperialismo capitalista, guardo il ragazzetto e gli chiedo se davvero vende una apologia del terrorismo islamico, mi guarda come gli avessi parlato in somalo e mi dice "Ma io che ne so" gli dico "Beh dovresti saperlo, visto che lo vendi, leggi qui e poi te lo compro" e glielo passo con intuibile simpatia, lo guarda il tempo di leggere quattro parole spazi compresi e mi dice che secondo lui no, prendo il vero libro che avevo intenzione di comprare appena visto sul banco e cioè "Kobane dentro", quelle donne soldato sono magnetiche, mi fa il totale dei due e gli spiego che l'altro può tenerselo perché prendo quest'altro, nessuna speranza che il coglione capisca che chi compra un libro che celebra il coraggio delle donne dell'Ypj non ci compra insieme un libro che nobilita quelli che le decapitano ma per stasera mi son fatto già troppi amici e quindi chiudo lì, non è serata da concerto, non è serata da nulla, vado al baracchino a ordinarmi una cena e me ne torno a casa.

La mia notte cinema inizia con "Now you see me", un film che avevo intuito essere l'imperiale stronzata che in effetti si è confermata essere, nella prima scena il mago scorre il mazzo e chiede di scegliere una carta, come l'avesse chiesto a me proprio a me scelgo il sette di quadri, il mago rimescola, suggerisce di non guardare mai le cose da vicino ma di allargare il campo, lancia il mazzo in aria, le finestre del palazzo si illuminano a formare il sette di quadri, avrò visto il trailer vai a sapere.
Guardo il resto del film sperando di ricevere altri segnali dal Grande Regista Superiore ma nulla, un film troppo idiota per contenere due lampi.

Apro la mail e per trovare un po' di aria vado a cercare la ricevuta del mio ultimo acquisto di ieri, quando con la solita ponderazione e lenta valutazione che impiego quando scatta il click della fuga e cioè non più di cinque minuti tra idea e pagamento, mi ritrovo con un biglietto aereo e una casa in riva al mare per dieci giorni.
Non sapevo nemmeno dove andare, la fuga non è meta e io d'estate non ci vado nemmeno mai in vacanza, quindi come sempre passo prima dai voli e guardo cosa parte da Torino, cosa è in offerta, seleziono un paio tra le destinazioni proposte, vado a vedere se ci sono alberghi o case, se le due cose coincidono in uno spazio di tempo meno breve del tempo che ci metto a tornare consapevole della differenza tra dire e fare, clicco e pago come l'avessi organizzato da giorni e avessi finito la trafila di valutazioni, non una delle vacanze fatte negli ultimi due anni sono state comprate a più di cinque minuti dal momento in cui nemmeno ci pensavo.
Io e i miei libri a questo giro ce ne andiamo a Messonghi, una fazza una razza e, ma a questa cosa devo pensarci ben più di cinque minuti, se mi gira pure una ragazza.
Intanto la casa l'ho presa come sempre per due, ho tempo per pensarci.
Tu hai tempo fino al 22 luglio per chiedermi se intendessi te e sentirti rispondere "Ma certo, chi altre, fai la valigia per sempre ché si parte per ovunque".