23 dicembre 2016

dimostri chi sei quando vieni a capirmi

E Buon Natale.

Mi trovo in un punto della curva professionale in cui tutti i clienti che ho, nove volte su dieci, che tradotto significa ogni volta che possono, arrotondano per eccesso i consuntivi che mando.
Scrivere cifre che rendano incontestabile l'onestà e quindi la conseguente umiltà e per volontà altrui si autotrasformano in quello che il mondo pensa meriti sempre a forma di di più, è quella cosa che altri chiamano "Potere contrattuale" non sapendo che il concetto di Potere è tale quando hai bisogno di esercitarlo.
Il vero potere è invece fatto a forma di una cosa che costa fatica, sacrifici, perdite, un incredibile numero di perdite, e sottrazioni: diventare così bravo in ciò che fai che il problema di sentirsi dire No è di chi ha bisogno di te.
Tipo una storia d'amore ma senza l'amore, per darle un contorno comprensibile.

Dei quattro amici che ho collezionato in sei anni di vita a Torino che al netto dei viaggi di lavoro si riducono a un paio di settimane forse tre se includiamo un paio di ponti:
Una mi evita perché dice che parlare con me fa sentire sbagliati non su una cosa o su un'altra ma così, in assoluto; diventare l'inferno di qualcuno è così dannatamente veloce che un giorno semplicemente accade e tu non puoi farci che un gigantesco mastodontico nulla.
L'altra mi tiene lontano perché sono single e lei ci tiene alla sua coppia, mi riaprirà la porta della loro meravigliosa casa solo quando e se avrò qualcuna accanto; ho provato a chiederle se si rendesse conto dell'assurdo, mi ha guardato con quel meraviglioso sguardo un metro più avanti di me che aveva quando dieci anni fa ci amavamo e fine lì.
Uno sta aspettando che lo chiami per quella cena che due anni fa gli ho promesso per settimana prossima.
Uno non mi parla più perché non sa cosa sia peggio tra quello che gli direi io e quello che gli direbbe la sua fidanzata se lo facesse.
Una  mi regala ogni anno la palla di natale più bella tra quelle che ogni anno fanno il loro ingresso in casa e ieri ci siamo visti per la tradizionale cena di consegna, è tornata a casa in lacrime perché ha provato a darmi meno che ragione.
Proposito per il nuovo anno: rivedere il mio approccio a quel coso là che mi dicono chiamarsi mondo esterno.

Mio fratello è l'uomo migliore del mondo e tutti dovrebbero conoscerlo.

Vivo la mia vita come se la vedessi da lontano, spersonalizzata, è di un altro, motivo per cui non mi sento in diritto di intervenire per spostarla in una direzione che mi, anzi gli, faccia anche solo ipotizzare di prendere un giorno quella mano mentre ci vestiamo da qualcosa che vola, camminiamo sull'acqua, mangiamo per strada e giochiamo a star bene.

Il mio vicino di casa con il quale ho l'intimità da ascensore, l'altro giorno mi ha detto che aspetta il terzo figlio e che io sono l'unico al quale ha avuto voglia di dirlo. 
L'ho ammirato per sette piani e invidiato per due, arrivati al nono io ho infilato la chiave lui ha suonato il campanello e i nostri mondi si sono svolti in quei due gesti di due attori chiamati a mettere in scena Sliding Doors su un pianerottolo come palco e per pubblico il nostro passato.

Ho la fortissima tentazione di passare il capodanno guardando Carlo Conti su Rai1 insieme all'affollatissimo gruppo di persone che mi stanno nel cuore in maniera inversamente proporzionale alla distanza che li separa da me nel mondo reale.

Mi ha chiesto perché tu.
Perché il tuo non sapere di avere in mano la spiegazione di tutti i miei è il difetto peggiore che hai, il che rende tutti i restanti un pregio.
Non chiederesti né spiegheresti, sei esatta senza bisogno di dimostrarlo.
Non è impossibile che esista qualcuna più bella di così, è impossibile che sia caduta sulla terra più vicina di così, eventualità che rende la distanza sempre e comunque vicina e il fatto che le due volte l'anno che certamente ti vedevo siano passate a forse una se il caso lo vorrà, un trascurabile dettaglio che nessun effetto ha sul mio essere qui a pensare che se quel giorno [non] è domani non chiederò perché.
Lo so il perché e so anche di saperlo.



11 dicembre 2016

Connessioni

Nonna non ha perso uno dei fratelli, ha perso quello che amava così tanto da essere l'equivalente di un unico fratello.
Da giorni osservo il suo silenzioso rapporto con questa perdita, un silenzio esteriore e per questo di nessuna utilità per capire, misurare, cercare in qualche modo di imparare come si faccia a restare in piedi di fronte a quella che se la ipotizzo su di me mi appare l'unica sfida che il mio cuore non saprebbe vincere.
Ma anche su questo mi sta insegnando la dignità del dolore, la necessità di non coinvolgere il mondo esterno in un'elaborazione che mai come in questo caso di esterno non potrebbe avere comunque nulla e si farebbe solo commiserazione, come la esterni la fine di quasi novant'anni di confidenze, parole, sostegni, dediche, cura, segreti, se non con il suo equivalente più rappresentativo e cioè il totale silenzio, un silenzio che non è assenza di racconto di come stai abitando quella fine ma il suo racconto più perfetto.
Stasera mi sono concesso una sola piccola finestra a forma di domanda che della curiosità della quale non poteva che vestirsi non portava nessun contenuto, avrei potuto evitare l'intonazione interrogante per farle capire che non chiedevo risposta ma solo dirle che il mio silenzio è rispetto, non disinteresse.
Le chiedo come va il rapporto con il pensiero di lui, se ce la sta facendo, abbassa gli occhi e ammette la fatica, non serve andare oltre, quello che dovevo dire a lei l'ho detto, quello che doveva dire al mondo esterno l'ha risposto, ogni aggiunta sarebbe morbosità e violazione.

L'età le sta facendo perdere la memoria e a nulla serve dirle ogni volta che non è questione di età dato che io ne ho meno di lei, non serve perché dimentica l'avermelo detto la sera prima e anche quella prima ancora e insieme alle sue parole dimentica le mie risposte che per questo possono permettersi il lusso di essere sempre uguali.
Lo chiamo lusso perché tale è, essendo l'unico essere vivente che non mi fa pagare il giorno dopo cose dette il giorno prima o il mese prima o l'anno prima, sono qui con lei ormai da sei anni ed è come se fossi qui da un giorno, sempre lo stesso bellissimo primo giorno in cui mi trovò dietro la porta di una casa che non sapeva essere diventata mia con in mano una valigia che conteneva il necessario per il per sempre e nemmeno il sospetto del peso e della violenza che mi porto in dote e scarico addosso a chiunque si avvicini a meno di due metri dalle mie vene, la gioia di oggi è la stessa di quel giorno, il dolore lo dimentica ogni giorno o per amore si comporta come se, il risultato è uguale e io sono a casa, luogo che persone più fortunate e pratiche della questione mi dicono avere questa forma qui.
Potessi alleviarle la paura che la perdita della memoria le sta imponendo farei l'unica cosa che manca per farla riposare ma non si può, perdere la memoria la sta spaventando forse più del perdere un fratello perché si rende conto che significa perdere anche i vivi, chi non ne sarebbe terrorizzato.
Guardiamo in tv Ligabue, le piace la musica, la commenta, mi racconta dettagli della vita ricavati dalle riviste con l'affetto che si riserva alle notizie dei parenti, è il rapporto che gli anziani hanno con la tv e che finirà con loro, vorrebbe raccontarmi di quell'altra canzone che ha sentito dalla parrucchiera e che le è sempre piaciuta ma non ricorda né la canzone né di chi sia, torna la paura, si riabbassa lo sguardo, la fatica, le propongo di giocare ad arrivarci per tentativi così da insegnarle indirettamente, la finalità le risulterebbe certificante e quindi la respingerebbe, un modo per non cadere sotto il peso della sconfitta dell'inutile ricerca del ricordo confezionato, lo si può evocare anche un pezzo alla volta, se impara il meccanismo per un po' siamo a posto, accetta e allora le dico che bisogna partire dal macro: è maschio o femmina?
Con il mezzo sorriso del pudore di chi non offenderebbe nemmeno il suo nemico ma che nello stesso momento non riesce a trattenere la voglia di sfotterlo un po', mi risponde "metà uno e metà l'altra".
"Tiziano Ferro!"
Capisce quanto merito vada al suo aver risposto come una che aveva preso seriamente il gioco e sorpresa dall'efficacia scoppia a ridere come non la sentivo ridere da tempo e come cinque minuti prima non avrei detto possibile.
Ci aiutiamo così, capendoci al volo con non più di due parole una delle quali è sempre scelta a caso tra Fortuna e Amore.

Mi sono comprato un bellissimo quanto inutile camino da tavolo.
L'altra sera mio fratello è venuto a trovarmi e notato lo strano oggetto mi chiede cosa sia.
Gli dico che è un bellissimo quanto inutile camino da tavolo che ha il pregio di fare una fiamma bellissima e il difetto di spargere nell'aria odore di combustibile, per cui gli avrei risparmiato la condanna.
Mi chiede di accenderlo lo stesso, lo incuriosiva, lo guarda per un po' e stabilisce che è bellissimo.
E' stato con me mezz'ora, ci siamo bevuti una birra davanti al mio nuovo camino in silenzio come si fa davanti ai bellissimi camini, un bellissimo quanto inutile camino da tavolo che ha il pregio di spargere nell'aria parole contate in numero mai superiore a due scelte a caso tra Fortuna e Amore incartate in un unico foglio d'oro fatto di metà uno e metà l'altra.



26 novembre 2016

Donne di cuori

Quando ami davvero una persona la ami in quello che pensi essere l'unico modo in cui la si possa amare e cioè pensando che non potrai che amarla per tutta la vita.
Arriva un punto della vita nel quale scopri che esiste un livello superiore di amore, quello in cui che non potrai che amarla per tutta la vita non lo pensi, lo sai.
Il dimenticato lo so fare, anche bene data l'esperienza e l'incontrastabile reiterarsi di quello che sembra proprio voler continuare a presentarsi con l'innegabile forma del fine pena mai per scontare non so davvero cosa, anche contandole tutte non chiudo un cerchio talmente ampio che se stesse su uno dei libri del mio amico Erri sarebbe narrato Vita precedente di scorpione in universo creato da un dio rana, così so stare al mio posto, assumere la consistenza della gomma, diventare trasparente e quando necessario dissolvermi.
Ma arriva un punto della vita nel quale scopri che esiste un livello superiore di dimenticanza, quello in cui non sei stato nemmeno memorizzato e quello non so proprio come vesta, quali cose dica, come si sieda, come cammini per il mondo e se abbia o possa mai avere una casa in cui tornare.
E se anche sul non avere una casa in cui tornare ho sviluppato una certa maestria non foss'altro per il mio spostarla ogni volta che diventa il luogo della deroga alla dignità, passo immediatamente precedente al suo sacrificio sull'altare di un epico nulla, sul non averne due mi riconosco drammaticamente impreparato e, quindi, in grado di reagire con l'unica emozione che si può opporre alla realizzazione di non avere punti di partenza né di arrivo, perché a verifica non se ne possono esporre almeno due uniti dall'unica connessione che quando presente li sostituisce entrambi se assenti e cioè una corda fatta dall'intreccio di un ricordo per ciascuno dei cinque sensi.
Quell'emozione ha un nome ma non lo conosco perché fino a oggi mai l'avevo incontrata, un millimetrico incastro tra la forma di amore più puro che abbia mai provato e la paralizzante paura di scoprire di averlo scritto sulla sabbia.
Ogni volta che credo di aver capito mio padre scopro che mi mancava un altro metro e mai come ieri mi è apparso così ultimo da poterlo quasi toccare.
L'incredibile meraviglia di un cammino che dire inutile non rende abbastanza, un bellissimo galeone in bottiglia.


29 ottobre 2016

Non dirgli mai di come è stato bello quella notte al mare

Se questo fosse il vecchio blog stasera porterei tra queste righe tutti i suoi personaggi, per raccontare loro dei cerchi che mi hanno aiutato ad aprire, attraversare e qualche volta chiudere non sempre come avremmo voluto e a volte meritato, altre volte sì.
Mario l'altra sera era insieme a Mario Bros come spesso capita da quando Mario se n'è andato da Milano, il suo lavoro di supereroe sempre in viaggio gli ha insegnato che le distanze non esistono se non nella mente, ogni altra è solo una scelta, una voglia, un metro che puoi moltiplicare per un milione sempre un metro resta e il Per (enne) che fa variabile è quell'istante della vita in cui realizzi che fare un metro e non farlo sono scelte separate solo da un foglio con due colonne, nella prima gli errori commessi, nella seconda lo stesso elenco ma a forma di nomi e il titolo Amici persi per stupidità, perché da giovani ci si pensa capaci di tutto e bisognosi di nessuno e quanto quella sensazione sia il titolo della prima delle due colonne lo si scopre quando l'elenco non potrà mai essere recuperato per intero.
Torino e Milano sono un'unica città, in una vivo nell'altra esco la sera, chi l'avrebbe detto sei anni fa che mi sarei trovato oggi a prendere treni per passare le serate con mio fratello, un passaggio da lei oggi che quel passaggio non ha più un prezzo, accompagnare a casa l'amico dopo aver finalmente accettato i suoi mille inviti per la voglia di raccontarmi cosa fa oggi che ha scelto di fare il salto, andare a leggere nel mio pub abituale che in sei anni non è riuscito a farsi sostituire da analogo torinese e allora cosa si fa, non si può non uscire, si prende un treno e si va a bere una birra a Milano nel pub più familiare del mondo, la città è un'unica città molto grande come nei sogni di chi le progettò entrambe pensando che un giorno si sarebbero espanse così tanto da unirsi ed eccoci qua, è successo.
Mario Bros mi chiede perché non torni a Torino la sera finite le riunioni così risparmierei ristorante e albergo, gli rispondo che se non lavorassi per pagarmi quello che desidero non avrebbe senso il sacrificio che mi richiede e dato che quando esco con lui sto bene fermarmi dà un senso al mio lavoro, ne è felice e lo capisco perché non lo esterna, mezz'ora a offrirci mezzo bicchiere di rhum mi saluta e va a dormire, io mi fermo a godermi la bellezza; quindici anni fa i birilli era erano gli stessi ma disposti esattamente all'opposto, esternava la felicità di stare con me, non lo era, io capivo fischi e bevevamo insieme decine di fiaschi, non dormivamo, morivamo ogni notte e chi non ci riusciva salvava l'altro.
Chiamerei Mario Senior per raccontargli come stia andando il progetto, la fatica di tenere insieme i pezzi, di lavorare sugli altri per impedire che il necessario tempo sommato a quello prevedibilmente imprevisto si faccia distrazione, dissuasione o cambio di direzione, di fare riunioni in cui alzarmi in piedi e recitare il mio show così che l'avvocato sappia, il socio capisca, vedere che l'unica voce dell'elenco dei problemi sembra incredibilmente l'entusiasmo di chiunque arrivato a fine performance scopre che davvero non esista nulla di simile a me in tutta italia e allora chi ci mette i soldi no grazie voglio solo i suoi, chi vorrebbe metterci la sede no grazie dev'essere Torino, chi ci metterebbe la sua assistente e parliamone perché l'ho vista, non mi stava ascoltando mi stava sposando, e quanto cambierebbe idea Mario Senior se vedesse dove si possa arrivare anche senza aver studiato, senza aver avuto nessuno, diavolo davvero nessuno, vicino negli anni in ginocchio a dirmi che ce l'avrei fatta a fare almeno una cosa nella vita come non la fa nessun altro.
Chiamerei lei che queste righe tanti anni fa abitò a forma di violenza, odio, buio della ragione e paura, per farle sapere che il tempo ci ha già perdonati e spiegati, per chiederle se quella foto scattata quindici anni dopo nel suo oggi è il suo racconto di direzioni inevitabili quanto il non poter uscire mai più da corpi amati nell'unico modo possibile e cioè oltre quel buio, oltre quella paura, così oltre qualsiasi ostacolo da raggiungere un cuore che quando ha provato a battere a sincrono non può più smettere di farlo, a meno di farlo rimettendo in scena lo spettacolo o chiudere il sipario e salutare il pubblico.
E chiamerei il Grande Regista Superiore, il personaggio dei personaggi, per chiedergli se sa che così come il mio perdono è arrivato il giorno del mio compleanno, quella foto, l'ho realizzato oggi, è arrivata il giorno del suo.
Domanda inutile, certo che lo sa, non sarebbe altrimenti il Grande Regista Superiore che innegabilmente è.
Quanto sa essere strana la vita quando non vuole smetterla di essere un film, un romanzo, una guerra e una pace.

Di nuovo auguri, Angela.
A te a a lui.


20 ottobre 2016

Asse-dio

"Traditore è colui che cambia agli occhi di coloro che non possono cambiare e non cambierebbero mai e odiano cambiare e non lo concepiscono, a parte il fatto che vogliono continuamente cambiare te: così la penso io. In altre parole agli occhi del fanatico il traditore è chiunque cambi. Triste alternativa quella fra il diventare un fanatico o un traditore. In un certo senso, non essere fanatici significa essere un traditore agli occhi dei fanatici. […]
E forse è giunto il tempo che ogni accademia, ogni università tenga quanto meno un paio di corsi sul fanatismo comparato, visto che esso dilaga ovunque. Non mi riferisco alle ovvie manifestazioni di fondamentalismo e oltranzismo. Non mi riferisco soltanto a questi fenomeni eclatanti, quelli che vediamo da noi attraverso la televisione, laddove folle isteriche agitano i pugni contro le telecamere e urlano slogan in lingue a noi ignote. No, perché il fanatismo è praticamente dappertutto, e nelle sue forme più silenziose e civili è presente tutto intorno a noi, e fors'anche dentro di noi. […] Insomma, non voglio certo dire che chiunque levi la voce contro qualunque cosa sia un fanatico. Non voglio lasciare intendere che ogni opinione convinta sia una forma di fanatismo, certo che no. Però penso che il seme del fanatismo si annidi immancabilmente nella rettitudine inflessibile, piaga di molti secoli. […] E tuttavia i fanatici hanno indistintamente una particolare predisposizione, un senso tutto loro del kitsch. Il più delle volte il fanatico riesce a contare solo fino a uno, perché due è un'entità troppo grande per lui. Al tempo stesso i fanatici sono quasi sempre degli incorreggibili romantici, preferiscono il sentimento al pensiero, e sono affascinati dalla loro stessa morte. Disprezzano questo mondo e lo barattano volentieri in cambio del "cielo". Il loro cielo, a ogni buon conto, è normalmente concepito in maniera non dissimile dal lieto fine cli un brutto film.
Conformismo e uniformità, il bisogno di appartenere e il desiderio che tutti gli altri appartengano sono tra le forme più diffuse, benché non pericolose, di fanatismo. […] In verità, dopo aver detto che il conformismo e l'uniformità sono forme lievi ma diffuse di fanatismo, debbo aggiungere che spessissimo il culto della personalità, l'idealizzazione di capi politici e religiosi, la venerazione di individui particolarmente brillanti, lo sono non di meno. E il xx secolo è stato generoso per quanto riguarda entrambe le forme. […]
Ritengo che l'essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell'inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere. Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è un grande altruista. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso, di solito. Vuole salvarti l'anima, vuole redimerti, vuole affrancarti dal peccato, dall'errore, dal fumo, dalla tua fede o dalla tua incredulità, vuole migliorare le tue abitudini alimentari, vuole impedirti di bere odi votare nel modo sbagliato. Il fanatico si preoccupa assai di te, e o ti si butta al collo perché ti vuol bene sul serio o punta alla gola, nell'eventualità che ti dimostri irriducibile. In entrambi i casi, da un punto di vista topografico il gesto è più o meno lo stesso. In un modo o nell'altro, il fanatico è più interessato a voi che a se stesso, per la semplice ragione che il fanatico ha un io molto piccolo, quando non ce l'ha affatto."

Contro il fanatismo - Amos Oz



4 settembre 2016

Afferra questo istante e stringi più che puoi

Il tempo è moneta, è bene, è capitale costruito e sottovalutato.
Ciascuno il suo sacchetto, ciascuno una vita durante la quale spenderlo, investirlo, buttarlo in gratt'evvinci stampati per non farti mai vincere il premio grosso, quello per vincere il quale sei pronto a investirne la quota maggiore di quello a tua disposizione pensando che al prossimo turno capiterà a te il biglietto vincente che ti restituirà tutto quello investito.
Cresci sprecandolo, deprezzandolo, cedendolo in cambio di briciole d'attenzione, condivisione, il gioco ti sembra valere la candela e allora mani sulle orecchie e occhi serrati avanti a valigia, corri verso quella stazione alla quale ti hanno detto aspettarti il premio e invece non c'è, non c'è nella prima, non c'è nella seconda, mani sulle orecchie e occhi serrati non cedi e corri alla terza pensando sia un problema di pazienza quindi tuo e allora corri alla quarta, poi alla quinta, finché cresci e ti accorgi che.
Che non c'è un premio, che il tempo non è moneta accidenti, era il bene e non lo capivi, quello che credevi di dover barattare in cambio di qualcosa scopri essere il qualcosa e capisci il gioco, capisci il trucco, la truffa.
Ti avevano detto che il tempo era la moneta per raggiungere il traguardo e invece il traguardo era il tempo stesso, che intanto stavi sprecando sperando arrivasse il premio in cambio.
Ci metti anni ma un giorno ci arrivi e quando ci arrivi il tempo smette di essere moneta e diventa il bene più prezioso che hai, la moneta sei tu e ogni singolo minuto assume un valore mai avuto, il valore che solo le cose che una volta lasciate andare non tornano più assumono.
Crescere significa scoprire che il tempo non era il frattempo, non era moneta, non era baratto per un premio, era il bene e punto di arrivo.
In quell'esatto istante smetti di sprecarlo, di svalutarlo, di offrirlo a chi quando lo offri te lo rifiuta, a chi del tuo tempo non ha bisogno né sa cosa farsene, a chi ti dice grazie per averglielo offerto con lo stesso trasporto di una signora alla quale lasci il posto sull'autobus.
Cammini per il mondo con un timer in tasca che programmi per avvisarti quando il tempo messo sul tavolo è superiore a quello che forse, magari, chissà, potresti vincere in cambio.
Quando il tempo augurato diventa inferiore a quello che investi, il timer scatta e senza lasciar passare un solo secondo in più ti alzi e te ne vai.
Quel giorno scopri cosa vuol dire smettere di automortificarsi, la dignità, l'autostima.
Quell'esatto istante in cui realizzi che la tua merce non interessa e la tua merce sei tu, un solo istante in più e si chiamerà elemosina.
Crescere è diventare capaci di cogliere quell'istante, alzarsi un lampo prima e semplicemente dissolversi.
Il tempo riempito di qualsiasi cosa che non sia il nulla, la vita non è altro.
Diventare capaci di parlare con gli sconosciuti al tavolo accanto, farne arte, e insieme di capire che quella è l'unica alternativa al silenzio che i presenti ti riservano.
Aspettare che cadano briciole e scannarsi per contendersele non so che nome abbia, ma qualsiasi sia quel nome non è Vivere e se lo è non lo è per me.
Già dato, già inghiottito abbastanza, già perso.
Uscire da solo, stare da solo, cerchio che si può chiudere solo tornando a casa da solo.


17 agosto 2016

Di Aceto, Arcobaleno, amore

"Vale la pena farlo? Ascolta questa notizia che viene da un antico commento ebraico alle Scritture: l'uomo fu creato singolo e solo per insegnare che chiunque distrugga una vita è come se distruggesse un mondo e chi salva una vita è come se salvasse il mondo intero. Questo pensiero mi ha fornito la risposta alla domanda di prima: per me ne vale la pena. La carità, di questo parlo, non si misura con un risultato perché non si trova esaudita in alcuna meta. A cosa serve? A niente, però stavolta questo è per me un valore. Quando uno si interroga sulla propria esistenza e si confonde nel capogiro di uno spreco insensato, quando anche quello che fu considerato buono appare vano, allora la carità offerta diventa l'unico gesto di simpatia tra un uomo e il resto del suo mondo. Non serve, su di essa non si può fondare una città, nemmeno una chiesa, ma un uomo sì.
Non ho voluto essere di esempio per qualcuno. Nessuno può vivere a imitazione di un altro. Ma la carità può suscitare una cosa impossibile. Ascolta: siate dunque perfetti come è perfetto il padre vostro celeste, questo dice Gesù, secondo Matteo. Se non è possibile seguire l'esempio di un altro è possibile essere come Dio. Solo questa imitazione è adatta all'uomo. E' impossibile? No, è invece il nostro miracolo, residuo dell'atto creativo originario.
Ho visto il male che gli uomini si fanno. E' un costume che non fa avanzare né indietreggiare, non solleva né abbassa. Il male non fa niente agli uomini. Ma un amore che escluda di arrendersi e non possa essere ricambiato, uno che abbia in sé questa specie di musicista perpetuo può fare qualcosa agli uomini. Questo trasforma la propria vita in arte. Per materia ci fu chi scelse di imprimere segno nel marmo, nella tela, sulle pagine e chi si incise sul volto degli uomini."

Erri De Luca - Aceto, arcobaleno.
Il libro con cui, finalmente, racconta quel passato di morte colpevole dal quale fuggire.

25 luglio 2016

Due fazze due razze

Sbarco sull'isola in notturna, Dimitris mi viene a prendere inaeroporto e mi porta in hotel, faccio il checkin e gli chiedo se quel bar fuori resta aperto, mi dice "Fino alle 5!" e gli propongo una birra per ringraziarlo dello sbattimento notturno.
Ci sediamo, offro io, arriva il padrone, chiacchiera e io felice, come al solito nel giro di mezz'ora dall'arrivo ho già il mio pub. gli amici, risiedo.
Il padrone racconta due aneddoti, chiacchiera Chi sei cosa fai, visibilmente brillo mi saluta in greco, non capisco  e chiedo a Dimitris, che come mi raccontasse cosa ha fatto oggi mi dice "niente, significa Italiano mafioso".
Mi girano i coglioni in tempo zero, io sapevo che per i greci siamo fascisti, non mafiosi, e in ogni caso immaginavo che dopo il fallimento della nazione avessero trovato una nuova forma di riguardo per gli ospiti, mi sbagliavo.
Dimitris intuisce e sta in silenzio, lo rompo io chiedendogli "per voi è divertente?", mi risponde "E' umorismo, non voleva offendere", io gli dico se quando si siede uno statunitense lo accolgono con "ehi killer di bambini in Afghanistan cosa bevi?" o se quando arriva una nuova ospite donna la salutano con "Ciao puttana, cosa prendi a parte cazzi dagli sconosciuti?"
A mezz'ora dall'arrivo avevo già due amici, a trentacinque minuti mi dovevo già guardare le spalle, Dimitris saluta, io gli dico "Ecco bravo ciao", la fortuna di quel posto è che non sono davvero mafioso, la sua sfortuna è che intorno è pieno di altri pub immediatamente eletti mia nuova base, mi hai visto? non mi vedi più.
La vacanza è sul modello ormai sperimentato "Tutti fuori dalle balle" che semestralmente bussa e cioè da solo con i libri, una bici, persone conosciute nei posti mappati come base quindi il posto mare almeno un pub e il bar del pre-cena.
La voce "Persone conosciute" a questo giro va un po' rivista perché mi sono bastati due giorni per scoprire quanto l'italiano sia ben visto da queste parti, si fottano, il mare è stupendo, il mio (secondo) pub è stato subito eletto, la bici ce l'ho, di ristoranti è pieno, io non parlo nemmeno con me stesso: non lo chiamo paradiso perché anche ci assomigliasse, e non ci assomiglia, gli mancherebbe comunque l'unico elemento a sigillo della definizione e cioè tu, ma diciamo che per i prossimi dieci giorni c'è tutto quello che serve.

Il libro finito il primo giorno segue la strada aperta alla vacanza precedente con "Il combattente" e ripresa a questo giro con "Kobane dentro" e così sono di nuovo con l'YPJ a Kobane, con la differenza che se al giro precedente ero in trincea, a questo sono nelle retrovie con gli occhi di Ivan, giornalista, che vede quello che non vedono i combattenti e non vede quello che i combattenti vedono.
E' incredibile la bellezza del popolo curdo, la sua fierezza, la sua nobiltà, il suo senso di giustizia.
Ci si chiede come sia possibile che un popolo così piccolo e disarmato sia l'unico sul pianeta a riuscire a tener testa a quei macellai dell'ISIS, armati e finanziati così tanto che a stanare ogni singolo curdo armato di un semplice AK47 ci mandano droni supermoderni in grado di riconoscere i cellulari.
Eppure ce la fanno, ce la fanno le donne più donne del pianeta, con il sogno della democrazia più democrazia del pianeta, l'ISIS si sta prendendo il mediterraneo metro dopo metro ma nel Kurdistan non passa, quattro pastori armati di un sogno di libertà e una pistola guidati da donne soldato così gigantesche da meritare, loro sì, il nobel per la pace, li hanno combattuti e cacciati.
E' curioso come sia questo che il precedente siano scritti in forma diario, così come è curioso che entrambi raccontino di Kobane e del YPJ non le azioni in guerra ma il prima e il dopo, il quotidiano, la vita normale, come se chiunque entrasse a Kobane anche solo per qualche settimana toccasse un mondo nel quale la guerra è insieme quotidiano e sfondo marginale, una cosa che va fatta malgrado tutto, nell'attesa, nelle pause tra un popolo meraviglioso e il suo futuro tanto negato quanto sognato.
"Kobane dentro" è diviso in due, scritto a due mani, nella prima parte Ivan racconta i suoi giorni da ospite di quel popolo, accolto come occhi per trasmettere al mondo il miracolo che sta compiendo quel gruppetto di sognatori che aspirano alla vera terra promessa.
Nella seconda parte Nicola Romanò prende quanto raccontato dei giorni di Ivan e lo usa come base per entrare nel progetto di società del Rojava e raccontarne le radici anarco-socialiste che hanno portato alla scrittura della "Carta del contratto sociale del Rojava", una carta costituzionale talmente bella che viene da chiedersi come sia possibile che l'abbia scritta un popolo così piccolo e così odiato, la leggi e pensi che se solo divenisse costituzione universale di tutto il pianeta in un istante la pace sarebbe così conseguente che tutte le parole necessarie per presentarla sarebbero quelle due che una qualsiasi Miss Italia pronuncia durante le selezioni, quel "Vorrei la pace nel mondo" che tanta ilarità solleva e che invece è davvero così semplice, se solo si incaricasse il popolo Curdo di spiegare al mondo come si faccia, per vederlo semplicemente prendere quella carta e leggerla al mondo per poi chiudere con "Fate così".
Che popolo meraviglioso.

Vado a cena a iniziare il prossimo, nell'attesa di avere te ad ascoltarli


10 luglio 2016

Lo soffia il cielo

C'è un tasto, premilo.
Rientrato il bang del muro del suono e il lampo dello spazio tempo quello che vedi intorno è un pianeta diverso, è cubico, angoli retti e spigoli, ruota sui tre assi.
Non ci sono continenti ma facce, ciascuna ha terre e mari e su ogni spigolo il mare è cascata che alimenta il mare della faccia contigua, a ogni stagione la rotazione passa a uno degli altri due assi e le cascate si fanno risacca o nuvole a seconda dell'asse stagionale, se è risacca quello che prima era mare diventa terra e quello che era terra diventa mare, se sono nuvole viceversa.
Dura un giorno a stagione questo processo e per tutto il giorno le persone devono essere molto veloci a tuffarsi o surfare, la natura è implacabile e non aspetta i titubanti e i paurosi, li seleziona e uccide e per tutta la nuova stagione si piange il dolore per chi non ce l'ha fatta e la gioia per i nuovi arrivi a sostituirli, chi ce la fa surfando, i migliori, può trovarsi nella faccia contigua e ripartire da quella, quanto lasciato alle spalle sarà sempre alle spalle a meno di non essere capaci di farsi nuvole, unico mezzo di trasporto che staccato da terra la natura mette a disposizione per valicare gli spigoli e trovarsi nelle altre facce.
La concordia regna perché la tesi secondo la quale il pianeta è piatto è sia vera che falsa, nessuno riesce a dimostrarla né negarla, quelli che parlano di spigoli sono chiamati Matti, quelli che arrivano dalla faccia contigua a bordo di una nuvola Sognatori, parlano di terre nelle quali l'acqua è la stessa ma invece di uccidere fa nascere, di terre che invece di affamare fanno germogliare, non esistono albe e non esistono tramonti, gli spigoli fanno sì che il sole o c'è o non c'è, nessuna sfumatura, nessuna cartolina lo ritrae, nessuna canzone lo celebra.

In una delle sei facce viveva Fato, da tutti considerato una via di mezzo tra un matto e un sognatore perché risultava nato sempre nella faccia in cui lo incontravi, ma della sua storia non c'erano tracce se non nelle altre cinque e questo avveniva a ogni stagione in una faccia diversa.
C'era chi giurava di averlo visto surfare, chi narrava di averlo visto cavalcare nuvole, lui ogni volta diceva né onde né nuvole e tutti a bocca aperta ad attendere che rivelasse il modo per valicare gli spigoli, quanto amava il silenzio che offriva in risposta.
In una delle altre facce viveva Regola, leggenda narra che fu così battezza dal padre che non trovò miglior declinazione femminile al regalo che fu, se solo si fossero parlati lei non sarebbe cresciuta convinta di essere stata messa al mondo per fermarsi sempre un metro prima dello spigolo.
Gli abitanti della sua faccia ne ammiravano la precisione e il rigore, a ogni edizione di Miss Faccia vinceva lei, non bastasse l'incredibile bellezza sbaragliava qualsiasi concorrenza raccontando ai presenti quanto la pace nel mondo fosse già raggiunta, si trovava in una pentola alla fine dell'arcobaleno che, in barba a qualsiasi legge dell'ottica del pianeta cubico, continuava a essere tondo.
Non che l'incongruenza levasse il sonno a qualche abitante delle facce, troppo impegnati a seppellire morti e mettere al mondo sostituti a ogni cambio di asse, però quell'anomalia il suo posto nella storia del pianeta cubico non lo reclamava soltanto, lo prendeva proprio, ma sotto forma di fiabe in alcune delle quali compariva un personaggio che leggenda dice si chiamasse Fato, chiunque dicesse di averlo incontrato poteva raccontarlo solo come ricordo perché ogni volta che lo vedevi non facevi in tempo a chiamarlo che lui era già in una delle altre facce, l'unico sul pianeta che aveva trovato il modo di passare da una faccia all'altra e nessuno che capisse come ci riuscisse perché lui diceva no cascate, no nuvole, e allora cosa?
Regola intanto continuava a vincere concorsi di Miss Faccia, nessuna che riuscisse a superarla nel racconto dell'arcobaleno rotondo del mondo cubico alla fine del quale c'era la pentola con la pace dentro.

Un giorno qualsiasi di una stagione qualsiasi il cambio di asse fece sì che le cascate e le nuvole si trovassero in una combinazione che portò Fato a trovarsi nella stessa faccia del pianeta nella quale viveva Regola che, incontrandolo, riconobbe il personaggio del quale tutte le fiabe parlavano, quello che conosceva il segreto per valicare gli spigoli, e gli chiese di rivelarglielo.
Lui la portò sulla cima di una delle terre di spigolo dalla quale partivano le cascate che alimentavano il mare dell'altra faccia, le indicò le nuvole, poi il sole, cosa vedi?
"L'arcobaleno" disse lei "quello alla fine del quale c'è la pace nel mondo".
"No" disse lui "alla fine dell'arcobaleno c'è la pace di una sola delle sue facce, la pace del mondo intero è dove l'arcobaleno inizia"
"Ma io non l'ho mai visto dove inizia" disse lei.
"Perché non hai mai provato a salirci sopra" le rispose "Inizia da dove arrivo io ed essendo curvo del sole durante il viaggio puoi vivere l'attesa".

C'è un tasto, ripremilo.
Rientrato il bang del muro del suono e il lampo dello spazio tempo sarai di nuovo sul pianeta con un solo asse e una regola senza nessuno spigolo a darle un senso.




3 luglio 2016

Fegatelli

Stanco, ma tanto, da questo continuo incontro con gli anti, anti tutto, anti itaglioti, anti governo, anti banche, anti quelli che lavorano, anti quelli che hanno letto due libri, anti anti, escono dalle fottute pareti e nemmeno augurarsi che come ogni setta che si rispetti decidano a un certo punto di riunirsi su un'isola per il solenne suicidio di massa, affronto gli europei con un per me nuovo spirito patriottico che mi porta a godere della visione collettiva delle partite, al pub come da programma di quelli con l'autoradio sempre nella mano destra, quando ce la portavamo appresso.
Della partita effettivamente me ne frega meno di zero, ma quell'aria di collettività mi attrae e mi spinge, l'amico Andrea partita e birra mi sembra una piacevole combinazione e occasione da sfruttare.
Esco a fumare, accanto a me la mia missione di Paperinik del giorno è somalo e per motivi che non sto a indagare indossa il tricolore come fosse la sua bandiera.
Da una tavolata di una ventina di imbecilli iper eccitati e naturalmente in trance da dio patria e famiglia lo deridono e, con palesi motivazioni razziste, spezzettano il pane che hanno sul tavolo e glielo tirano facendo finta di nulla dopo ogni lancio.
E uno, e due, e tre, mi sposto e mi metto accanto a lui, li guardo, mi guardano, gli dico "Basta", mi dice "Basta cosa?" gli dico "Ho detto basta così", con il mio fisico da terrore della notte di quelli che gli sarebbe bastato tirare dell'altro pane per abbattere sia me che il somalo ottengo in risposta un "Boh" la faccia di chi finge di non capire e la finiscono, mi chiedo come mai mi riesca sempre, credo dipenda dal fatto che quando le persone vedono i miei 12 chili complessivi assumere posa di chi intima e minaccia, penseranno che o sono completamente folle e non è il caso di mettersi con uno completamente folle oppure ho in tasca una beretta, perché altrimenti non si spiega come non mi abbiano ancora riempito di botte.
Il somalo non si accorge di nulla sia perché è completamente ubriaco sia perché è troppo preso dalla partita, si accorge però che gli sto accanto e attacca bottone, in somalo, un dialogo inesistente ma utile per me a simulare che fossimo effettivamente amici così se devono tirare di nuovo il pane adesso lo devono tirare a due, anzi tre perché nel frattempo entro dentro da Andrea e gli dico che io continuo a vedere la partita da fuori e che dato che c'è la possibilità che mi metta a litigare con venti imbecilli è il caso che dopo un po' esca anche lui a darmi una mano, che poi grosso com'è significa che lui li mena tutti e venti con una mano sola e io faccio il tifo.
Il mio amico somalo intanto ha deciso che io parlo somalo e sputazzandomi da un centimetro dalla faccia mi racconta una serie di cose che non capirei manco se non fosse ubriaco, ma capisco che ce l'ha un po' con tutti e mi dice "polizia" e mi dice "documenti" e che bella idea ho avuto a ripetergli io "polizia" e "documenti" pensando capisse che era come dire "In che senso?" e invece quello scatta dritto tira fuori il portafoglio e mi consegna in documenti "Cazzo fai? Metti via quella roba!" per levarmi un po' dei duecento occhi che a quel punto avevo addosso, l'unico sulla terra capace di scambiarmi per un agente e ci sta, io in Somalia sarei muscoloso e bianco, quindi un agente.
Per risolvere il momento anche a favore di una platea ormai interessata a capire se me lo stessi portando via, chiamo il padrone del locale e chiedo se posso pagargli da bere, permesso accordato gli si porti una birra, lui è contento, io soo contento, Andrea a chiedersi chi glie l'ha fatta fare a uscire con me, io e il somalo ci abbracciamo fraternamente per guardare il resto della partita da amicissimi, sento qualcosa sul fianco, la bandiera copre la mano, la mano è nella mia tasca e mi sta sfilando i soldi.
Togli quella cazzo di mano da lì e vattene affanculo, somalo, ti lascio agli altri tuoi amici.
La rabbia mi invade come nemmeno quando la poveretta mi ha tradito con chiunque non mi assomigliasse, approfitto dell'impegno di Andrea per accettare di andarcene imemdiatamente, gli chiedo di portarmi e lasciarmi al parco perché ho bisogno d'aria, di tempo, di alberi, c'è un concerto tutta la notte ed è la situazione migliore per riprendere lo sguardo al cielo.

Dance All le chiamano a Torino, after hours all'aperto giusto un metro prima dell'illegale, ci sono bancarelle di birra e di libri anti, anti fascisti, anti sistema, anti stato, anti tutto, mi fermo a una bancarella sulla quale un attivista di 70 anni vende libri sulle carceri, lettere dalle carceri, opuscoli autoprodotti con informazioni sulle loro attività nelle carceri, ci mettiamo a chiacchierare di quel poco che so io e quel molto che sa lui, dopo una mezz'ora di chiacchiere gli chiedo se ci è stato, mi guarda e mi sorride in quel modo in cui sorride chi ti dice che solo chi c'è stato può avere a cuore quelli che ancora ci stanno, gli compro tutto quello che mi offre e non fa un prezzo, è tutto un Fai tu.
Lo saluto e passo alla bancarella accanto, la gestisce un ragazzetto che non avrà 25 anni e la faccia di chi ne ha passati 24 a kombattere il sistema, vedo un libro autoprodotto a tema ISIS, leggo il retro di copertina dove mi si spiega che l'ISIS in realtà altro non è che un popolo che cerca la legittima via per rispondere all'imperialismo capitalista, guardo il ragazzetto e gli chiedo se davvero vende una apologia del terrorismo islamico, mi guarda come gli avessi parlato in somalo e mi dice "Ma io che ne so" gli dico "Beh dovresti saperlo, visto che lo vendi, leggi qui e poi te lo compro" e glielo passo con intuibile simpatia, lo guarda il tempo di leggere quattro parole spazi compresi e mi dice che secondo lui no, prendo il vero libro che avevo intenzione di comprare appena visto sul banco e cioè "Kobane dentro", quelle donne soldato sono magnetiche, mi fa il totale dei due e gli spiego che l'altro può tenerselo perché prendo quest'altro, nessuna speranza che il coglione capisca che chi compra un libro che celebra il coraggio delle donne dell'Ypj non ci compra insieme un libro che nobilita quelli che le decapitano ma per stasera mi son fatto già troppi amici e quindi chiudo lì, non è serata da concerto, non è serata da nulla, vado al baracchino a ordinarmi una cena e me ne torno a casa.

La mia notte cinema inizia con "Now you see me", un film che avevo intuito essere l'imperiale stronzata che in effetti si è confermata essere, nella prima scena il mago scorre il mazzo e chiede di scegliere una carta, come l'avesse chiesto a me proprio a me scelgo il sette di quadri, il mago rimescola, suggerisce di non guardare mai le cose da vicino ma di allargare il campo, lancia il mazzo in aria, le finestre del palazzo si illuminano a formare il sette di quadri, avrò visto il trailer vai a sapere.
Guardo il resto del film sperando di ricevere altri segnali dal Grande Regista Superiore ma nulla, un film troppo idiota per contenere due lampi.

Apro la mail e per trovare un po' di aria vado a cercare la ricevuta del mio ultimo acquisto di ieri, quando con la solita ponderazione e lenta valutazione che impiego quando scatta il click della fuga e cioè non più di cinque minuti tra idea e pagamento, mi ritrovo con un biglietto aereo e una casa in riva al mare per dieci giorni.
Non sapevo nemmeno dove andare, la fuga non è meta e io d'estate non ci vado nemmeno mai in vacanza, quindi come sempre passo prima dai voli e guardo cosa parte da Torino, cosa è in offerta, seleziono un paio tra le destinazioni proposte, vado a vedere se ci sono alberghi o case, se le due cose coincidono in uno spazio di tempo meno breve del tempo che ci metto a tornare consapevole della differenza tra dire e fare, clicco e pago come l'avessi organizzato da giorni e avessi finito la trafila di valutazioni, non una delle vacanze fatte negli ultimi due anni sono state comprate a più di cinque minuti dal momento in cui nemmeno ci pensavo.
Io e i miei libri a questo giro ce ne andiamo a Messonghi, una fazza una razza e, ma a questa cosa devo pensarci ben più di cinque minuti, se mi gira pure una ragazza.
Intanto la casa l'ho presa come sempre per due, ho tempo per pensarci.
Tu hai tempo fino al 22 luglio per chiedermi se intendessi te e sentirti rispondere "Ma certo, chi altre, fai la valigia per sempre ché si parte per ovunque".




21 giugno 2016

Happy yesterday

Ma certo che lo sapevo.
Me l'ha ricordato il sole di primavera nella pausa caffé tra un libro, la musica e la visione de Le follie dell'imperatore visto insieme al coniglietto Isma, instancabile compagno di partite a briscola.
Solo che c'è un confine che mi è stato imposto di non superare e quel confine e l'esserci quando vorrei e dove vorrei, così sto un metro avanti, dove posso vedere la te che sarai senza che nessuno possa dirmi di starti più lontano di ogni possibile lontano e cioè qualsiasi lontano un metro oltre il quando vorrei e dove vorrei e cioè ieri, che nel tuo caso è sia un quando che un dove che, sovrapposti, diventano il perché.
Domani è il posto nel quale troverai questo scrigno di pensieri passati il giorno dopo ogni giorno, con un biglietto di Buon Compleanno sopra e dentro tutte quelle parole che un giorno mi dicesti avresti voluto leggere, mi avessi chiesto la luna avresti trovato la luna, quella di ieri, quella rosa che accadrà di nuovo tra più di quarant'anni e io quel giorno ti dirò che sembra passato un giorno, uno qualsiasi tra i tanti ieri.



5 giugno 2016

Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di te

Festeggio insieme ad Austin Green e alla sua fidanzata Megan Fox di tredici anni più giovane, il loro amore che ne compie sei.
Insieme a Robert Redford e sua moglie Sybille di diciannove anni più giovane, il loro amore che ne compie sette.
Insieme a Matthew McConaughey e sua moglie Camila di quattordici anni più giovane, il loro amore che ne compie quattro.
Insieme a Nicolas Cage e sua moglie Alice di vent’anni più giovane, il loro amore che ne compie tre.
Insieme a Harrison Ford e sua moglie Calista di ventidue anni più giovane, il loro amore che ne compie tre.
Insieme a Bruce Willis e sua moglie Emma di ventitre anni più giovane, il loro amore che ne compie sette.
Insieme a Michael Douglas e sua moglie Catherine di venticinque anni più giovane, il loro amore che ne compie sedici.
Insieme a Paul Mc Cartney e sua moglie Nancy di diciassette anni più giovane, il loro amore che ne compie dieci.
Insieme a Kevin Costner e sua moglie Christine di diciannove anni più giovane, il loro amore che ne compie sedici.
Insieme a Jason Statham e sua moglie Rosie di vent’anni più giovane, il loro amore che ne compie sei.
Insieme a Gigi D’Alessio e la sua compagna Anna di vent’anni più giovane il loro amore che ne compie undici e insieme a Gianni Morandi e sua moglie Anna di dodici anni più giovane, il loro amore che ne compie dodici.

Musica!


27 aprile 2016

Qui è come essere lì solo che non posso toccarti

Il regalo del Grande Regista Superiore è un segnaposto sul muro con il mio cognome proprio lì a farsi tuo cognome e come lo indossavi bene, l'eleganza che io mai gli ho dato e che tanto meriterebbe.
Sei arrabbiato no che non sono arrabbiato è uno stato diverso per tanti motivi, perché quest'anno sarà due volte natale e di nuovo non ci sono pacchetti con i nostri nomi sullo stesso biglietto, Da o Per è uguale, sarebbe il Noi a farsi famiglia, regalo e incarto, sorpresa e stupore e festa tutto il giorno, il mondo di nuovo scompare, noi di nuovo soli in quel mondo nel quale siamo passeggeri, sì, ma di treni presi o persi, coincidenze, quelle ore insonni le carte di caramella e le tazze di te dei confermati, bambina te l'ho detto, uguali inneschi, sono diverse le persone o quando uguali le riconosci perché di fronte alla stessa cosa pensano la stessa cosa e io la dico prima e tu la dici dopo così che nessuno possa incolparmela furbizia, il tuo tempismo mi protegge arrivando sempre un istante dopo che io ho scritto di un caffé e di una zuppa su un biglietto per nessuno e mi parli di un caffé e di una zuppa come l'avessi letto, come l'avessi scritto.
Ci sono parole che sono state distorte per adattarle alle incapacità delle persone e così farsi alibi delle loro stazioni mancate e una di quelle è Coincidenze, vuol dire l'opposto di quando la si usa come strumento per ridurre, vuol dire essere esatti, vuol dire coincidere, vuol dire incidere insieme, un nome su un muro, una direzione nella vita, due nomi sulle fedi, le stesse parole, gli stessi pensieri, le stesse mancanze, uguali paure, uguali speranze, uguali cautele, uguali inneschi, dagli il nome che preferisci, il mio inizia per C di Coincidere.
Ho di nuovo mancato le tracce, ho di nuovo atteso immobile che fosse Campanellino a togliere ogni aria in mezzo per metterla sotto e decollare quei tre minuti di nuovo rubati al mondo intorno che a ogni volo durano tutti gli anni che abbiamo passato e abbiamo davanti, quello che accade quando vicini ha un solo nome, vuoi bere Sì, vuoi mangiare Sì, vieni qui Sì, ti manca Sì, dividi la colazione con me Sì, come potrei sminuire chi ti dice sempre Sì quando è l'unica risposta che io stesso riesco a dare a qualsiasi domanda inizi con te e in te finisca.
L'amore affermato per convenzione e l'amore negato per convenzione sono entrambi coincidenze mancate.
O Corrispondenze, che dir Sì voglia.

17 aprile 2016

Benjamin Button

Date le difficoltà a premere tasti piccoli ho dato a nonna uno smartphone con installato un launcher pensato per anziani, che permette di impostare home semplificate al minimo e rende facili operazioni per loro altrimenti proibitive.
Come mandare sms, da lei sempre sognato ma mai riuscito.
Ora le sto insegnando a mandarli e da quando ce l'ha ogni giorno manda il buongiorno a tutti.
Dice che vuole imparare a scriverli giusti, io dico che la meraviglia è raggiunta.

- Caobruno
- Bruno,ciaobuona gIornata
- ciao,bruno,nonnwa
- Brunociaoa'pranzo,ce,ziope pwwpovuoi,venire
- Brunocexiopepp
- Ciao
- Bruno buona,gIornatan,onna
- BrnobuongIornononna

C'è dentro tutto.
Il pensiero, l'impegno, il tempo, la fatica, la tenacia, l'amore, gli ottantotto anni e insieme i venti.
A scriverli giusti sono capaci tutti, a scriverli pieni no.

7 aprile 2016

Paperinik

La differenza tra le nostre vite e l'immenso delle vite degli altri è una virgola, un'auto parcheggiata, una serata che si pensa finita e invece è solo all'inizio, un al posto giusto nel momento giusto, la differenza tra il proprio letto e finire su Chi l'ha visto.
Aiutare non è difficile, basta immaginarsi dall'altra parte smarrito, disorientato, solo, come ci volesse chissà quale sforzo tra l'altro.
Sii la salvezza che speravi di incontrare e le città saranno strade familiari.
Hai mai provato la vera solitudine tu?
Se sì sai che è una città senza riferimenti, un passante a cui chiedere la strada, pagheresti per un passante che ti indichi la strada che ti porti a casa.
Forse morirò domani, ma con il sorriso di chi quando poteva portarti a casa, a casa ti ha portato.
Non avrò mai una casa  a cui tornare, finché un solo smarrito vagherà.
Il mondo è una somma di solitudini, siamo tutti fratelli.
Chiedimi la strada di casa, alzerò la testa e sarò io.
Salvo il mondo per salvare me, piccole scorciatoie che spero quel giorno mi saranno condonate.
Perdònami, se non avendo altro pensiero che te mi costringo a disperderne la potenza per non implodere.
Mi manchi come Superman senza un pianeta da salvare, volo e sciolgo il metallo ma pagherei per il potere di materializzarti quel biglietto sul comodino all'addormentarti con scritto "Fregatene, il mondo fa solo finta di giudicarci".
Volo solo perché si veda che sei l'aria che mi solleva.



30 marzo 2016

Galantuomo

Suona il telefono e il tono del Ciao è sufficiente per capire il motivo della telefonata.
Anni fianco a fianco a costruire, lenta e quindi solida, quella reciproca stima personale e umana che non posso non dire base di gran parte del rispetto che oggi quel mondo mi concede e che io concedo loro.
Quando mi trovo coinvolto nei soliti discorsi sulla cattiveria e la spietatezza di quel mondo, la mia mente in silenzio va sempre a lui e dissolve qualsiasi tentazione di concordare pensando a quanto fosse mosca bianca e nello stesso momento così speciale da farsi paradigma di un'intera categoria e da solo salvarla.
Sarebbe bastato il ricordo di ogni suo palesato e mai risparmiato gesto di vero e proprio legame a farmi rammaricare per essere stato informato troppo tardi per riuscire a esserci all'affollato saluto, ma è alla fine della telefonata che mi si concede il dono, mai parola è più adatta, di quello che andrà a far parte delle cose che si fanno bivio e momento di esame dello stato dell'arte.
Non sono molte, infatti, le persone nei cui ultimi pensieri penso arrogantemente di aver motivo di entrare, ma tra quelle davvero mai avrei pensato di avere la fortuna di inserire una persona che di me ha sempre e solo visto la faccia professionale, quel "unica cosa" che dico sempre di essere riuscito a fare come si deve nella mia vita, ma sempre facendomi la domanda e dandomi la risposta.
Fino a oggi.
"Salutami il mio Brunetto" le ha detto.
Dentro quel pensiero di cui non sarò mai abbastanza orgoglioso, la risposta a una vita intera a chiedersi per cosa valga la fatica che ci metto e che nessuno capisce mai e nessuno mai capirà.
Lui aveva capito e questo bastava perché a ogni sua chiamata io corressi.
Mi perdoneranno i suoi uomini se oggi continuerò a correre, ma in strade di vita un po' più vuote.

18 febbraio 2016

Pupazzo di nave

Esaurita la carica accumulata nella vacanza-libri di ottobre, rispondo a un novembre/gennaio a dir poco delirante replicando una versione invernale a forma di una fuga in montagna tra alberi, tisane e ancora libri.
L'anno scorso negli stessi giorni avevo letto più del doppio, quest'anno mi distraggo e fisso il vuoto per ore inseguendo un milione di pensieri, non è vero, solo due.

Uno sei tu, che poi è il solito motivo per cui resta spazio per al massimo un altro, posto a tavola per l'occasione occupato da un pensiero colto poco prima di partire, raccontando all'amica tutti quelli legati alla riscrittura da capo del progetto di società, da resettare a causa del fatto che i milanesi incontrati sulla tratta Milano-Londra sono stati più dei londinesi.
Quei pensieri che paiono marginali e invece sono quelli tipicamente sottovalutati fino all'ultimo minuto, quando ci si ritrova costretti a compiere la classica scelta che ama realizzarsi con l'esatta forma della piena consapevolezza che verrà superata dalla sua versione migliore precisamente un minuto dopo il punto di non ritorno e cioè: come la chiamo?
La martellante ridondanza dei due indissolubili pensieri ospiti mi porta a vederli come fossero un commensale che mi guarda e si aspetta da me l'alzata del bicchiere per celebrare con un unico brindisi entrambe le soluzioni, che in una forma meno arzigogolata è un modo per dire che il nome che mi risolverebbe il secondo dilemma si ritrova a essere in maniera insistente lo stesso che mi risolverebbe il primo e cioè il tuo.
Quella che doveva essere risposta unica a un doppia domanda ottiene così il risultato opposto e cioè l'aggiunta a tavola di altri due nuovi pensieri che per la precisione sono:
Uno: non credo che "Diamole il nome di una donna, come fosse una barca!", nonostante sia stato in passato capace di vendere cose anche più azzardate, passerebbe filtri di un destino imprenditoriale che temo non sia il caso di sfidare oltre quanto già fatto.
Due: il giorno che dovrò giocarmi la carta con tuo padre, temo mi converrà scegliere esempi che il sospetto di follia lo moderino, invece di accentuarlo, e non avrò seconde possibilità.

Un libro che in qualche modo parla di mio padre, anche se quelli come lui la guerra l'hanno sempre combattuta dalla parte sbagliata della linea del bene.
Karim è l'unico italiano arruolatosi volontario nell'YPG, la milizia curda impegnata in Siria, alla quale ha voluto unirsi per combattere l'ISIS sul fronte di Kobane e così completare la sua formazione di uomo troppo grande per stare dentro le sole parole di una guerra fino a quel momento combattuta solo con quel se stesso che, orfano di un padre di guerra, lottava per prevalergli e così metterlo a confronto con quello sguardo orgoglioso e paterno che solo la scelta di andare oltre le parole avrebbe potuto decifrargli e, finalmente, regalargli.
Un diario, gelo sangue paura di morire coraggio e infine vita dell'amore di una donna grande quanto un piccolo biglietto conservato all'altezza del cuore e mai aperto, tutto in tre mesi, raccontati nell'unico modo in cui si può raccontare un viaggio non solo interiore di quella potenza e cioè con l'aiuto di un uomo che stava nello stesso mondo iniziando il viaggio peggiore che uomo possa fare e cioè quello che inizia il giorno dopo in cui il telefono squilla e lo informa che suo fratello non c'è più.
C'è, nella prima pagina del libro, una dedica la cui detonante potenza si comprende solo una volta giunti all'ultima pagina del libro.
Vale la pena leggerlo anche solo per quanto grande è ciò da cui si viene invasi quando si chiude quel cerchio, anche se in questo caso essere me ammetto avere un peso, nel senso letterale del termine.

Per un malinteso iniziale la cui soluzione mi avrebbe richiesto più fatica di quanta fin da subito ho capito me ne avrebbe richiesta il sopportarlo, l'unico amico che in questi dieci giorni mi sono fatto e cioè il pizzaiolo siciliano del posto dove cenavo, per dieci giorni mi accoglie ogni sera dal banco forno con un rumoroso "Ciao Calabria!" risultato di uno scambio a tema usato per conoscere un po' questo tipo strano che tutti i giorni entra e per ore se ne sta al tavolo da solo a leggere.
In altri posti e in altri tempi avrei risolto il primo giorno, ma sono in Val d'Aosta, regione per me nuova che mi regala due consapevolezze inattese: il suo essere una montagna meravigliosa e il suo apparire abitata da soli calabresi; la somma delle due rivelazioni mi suggerisce che mi trovo in quella che ha tutti i contorni per essere l'unica occasione nella quale chiamarmi "Calabria" può essere un vantaggio e per questo accetto il battesimo senza opporre resistenza né fastidio, se non nel momento in cui mi rendo conto che la sua dichiarata amicizia mi regala l'astio di tutte e tre le pornografiche tope gentilissime cameriere che muovendosi tra i tavoli hanno riempito per dieci giorni il mio immaginario erotico e che mai quanto dopo avermi visto eletto a suo amico fraterno è diventato tanto immaginario.

Un libro che in qualche modo parla di mio padre, anche se nella parte in cui è lo zio quello che conformista era in grado di esserlo solo a patto che tutti riconoscessero il compromesso.
Lo compro dopo averne sentito parlare da tutti per mesi e già questo avrebbe dovuto farmi intuire la sòla, ma la curiosità generata dalle sintesi dell'idea di base lette in giro è maggiore e decido che sarà in valigia.
Un'introduzione che sembra scritta dalla madre dell'autore tanto è elogiativa, mi informa che mi conviene allacciare le cinture di sicurezza perché cadrò dalla sedia dal ridere, le voci che avevo sentito trovano così conferma, andiamo.
A pagina venti mi chiedo se la sedia non sia troppo salda, a trenta mi chiedo se sia ancora nel capitolo scritto per partire con un'abile costruzione dell'hype, a quaranta scrivo all'amica personal-booker chiedendole entro quante pagine sono autorizzato a buttare via un libro per manifesto raggiro, mi autorizza alla quaranta, penso sia un modo per sminuire con gentilezza le mie qualità di usufruitore di letteratura di fama mondiale e accetto la sfida di altre venti pagine, ne reggo solo altre dieci prima di stabilire che l'assenza totale non solo di qualsiasi vibrazione alla sedia ma anche solo di impercettibili tensioni muscolari a uno degli ennecento muscoli della faccia è motivo sufficiente per non perdere un solo altro minuto della mia preziosa vacanza-lettura.
Meno male che pesa poco perché comunque decido che con me è arrivato e con me tornerà indietro, se non a farmici cadere magari in futuro può tornare utile per garantirla la stabilità delle sedie e così sentirò giustificati gli euro spesi.

L'hotel è una piccola bomboniera ai piedi del Monte Bianco, una di quelle isole felici in un luogo nel quale dietro ogni altra porta spendi per un panino quanto in hotel spendi per pernottare.
Gestito da una famiglia di monarchici che ci tengono a rendere nota la condizione inscatolandoti in pareti tappezzate di quadri autocelebrativi, si rivela essere tanto bello quanto ben gestito da persone che rispondono "Sì" a qualsiasi domanda, richiesta, desiderio.
Vecchio stile in contraddizione con un atteggiamento generale di un paese che come ogni montagna è un tantino roccioso con i forestieri, fa venir voglia di testare la tenuta facendo domande su domande, tranne l'unica che mi sono tenuto e cioè la possibilità di abbassare un po' un riscaldamento che per dieci giorni mi ha fatto dormire senza nemmeno la maglietta e fuori dalle coperte per riuscire a respirare un po', mentre fuori dalla finestra i pinguini bussavano per entrare.
Hotel per fidanzatini freddolosi di ritorno dalle terme, ogni mattina a colazione il buongiorno di un cuscino appoggiato sulla credenza che in qualche maniera mio ricorda mio padre, ma solo per non dire che in realtà è di te che mi parlava e così indispettire mezzo pianeta, quello che non vuole accettare che dove si è felici in due si è felici davvero.



Un libro che in qualche modo mi ricorda mio padre, come ogni libro di De Luca mi ricorda mio padre nello spessore di una pelle impenetrabile e nel mio averlo eletto miglior compagno di silenzi e di fughe da me stesso, nel  denudare pubblicamente il proprio isolamento dipingendolo con parole di viaggiatore per il quale ogni età è un luogo e ogni luogo è casa perché nessun luogo è casa, nei racconti che sono persone e non di persone, nello scrivere centinaia di pagine per dire cose che le persone davvero in pace con se stesse dicono con un bacio, uno sguardo, nella levità di un macigno, nel continuare a scrivere sempre lo stesso libro, sempre lo stesso racconto, quell'Io sussurrato che nulla chiede perché troppo desidera e a non esistere non è la risposta al desiderio ma chi è in grado di portarla in dote.
Ah no, questo non è mio padre, questo sono io, ma nessuno mi chieda di dare una dimensione alla differenza perché dovrei tirar fuori un altro libro di De Luca e usarlo come metafora dicendo "Mio padre è sempre stato i suoi libri" e alla domanda "I suoi di De Luca?" rispondere "Vai via".

Quando nonna ha compiuto ottant'anni, quindi esattamente otto anni fa dato che l'altro giorno abbiamo spento le ennesime fortunate ultime candeline, come le chiama lei vestendole di un pessimismo ormai cronico che però a quest'età inizia a essere guidato anche da una quota di realismo che sarebbe ingiusto non iniziare a considerare tra le prove di una lucidità mai persa, decise di celebrare il traguardo prendendo un foglio, una penna e scrivendo una lettera.
Quando mi raccontò per la prima volta l'aneddotto, nel senso che non ha perso la lucidità ma la memoria sì e quindi abbiamo un carnet di una decina di aneddoti che a cicli settimanali mi racconta sempre come fosse la prima volta e questo è uno di quelli, arrivati a "scrissi una lettera" pensai a un amante lontano, un perdòno mai chiesto, una lettera al papa dal quale tutt'ora attende la guarigione miracolosa per mio fratello, quelle stazioni insomma che sono adeguate alla solennità del traguardo.
Macché, scrisse alla Findomestic, della quale era stata cliente per decenni e dalla quale, avendo sempre pagato tutto senza mai saltare né un'ora né un centesimo come ogni appartenente alla generazione dei dignitosi, continuava a ricevere depliants e proposte di prestiti.
Scrisse per ringraziarli.
Per ringraziarli di averle permesso di raggiungere gli ottant'anni senza dover mai chiedere niente a nessuno, per averle permesso di dotarsi di tutto ciò di cui una vedova di quarant'anni con due bimbe a carico aveva disperato bisogno perché nessuno tranne lei subisse una vita di mancanze, per averle dato una cinquecento con cui portarci all'asilo, una cucina nella quale accoglierci tutti a natale, una lavatrice con cui mandarci tutti in giro per il mondo con la testa alta di chi pulita non aveva solo l'anima, per ringraziarli di averle permesso di dare a quelli intorno a lei una vita senza le privazioni che a lei il destino aveva imposto.
- Ti hanno mai risposto?
- No, però da quel giorno non mai più ricevuto depliants, quindi almeno so che l'hanno letta.
Ecco io lo vorrei conoscere quello che l'ha ricevuta, solo per chiedergli come abbia fatto a non rispondere, a non venire investito dalla voglia di andarla a conoscere, una donna capace di una lettera tanto bella.
- Vabbé nonna, prima di sparecchiare il solito amarino?
- Sì è nel mobile
- Nonna è finito, c'è solo whisky qui dentro
- Va bene il whisky.

Un libro che in qualche modo mi ricorda mio padre e quei percorsi di vita che partono da una casa di fantasmi e a una casa di fantasmi arrivano, in quel personaggio che torna nella campagna natìa sulla sua auto fiammante di lavoratore che ce l'ha fatta così tanto che tiene testa ai cinesi e senza cartina né bussola si ritrova proprio di fronte a quella porta, non un'altra, e senza sapere perché la sente sua.
Il perché lo scoprirà solo dopo aver attraversato il proprio inferno interiore fatto a forma di sette ponti.
Ora non so se il fatto di aver capito come si sarebbe svolta l'intera storia più o meno a pagina dieci dipenda dal fatto che è un racconto proprio semplice (prima o poi andrà affrontata questa ormai diffusa abitudine di vendere libri stampati in corpo 50 interlinea 60 e margini di quattro centimetri per lato solo per poter chiamare "Libro" racconti che stanno su due A4) o dal suo essere l'esatto racconto della mia vita, sta di fatto che alla fine di ogni pagina sapevo esattamente come sarebbe iniziata la successiva e via così, per l'intero libro, fino all'ultima pagina nella quale sapevo avrei letto cosa avrei fatto io al posto del protagonista e infatti.
Ora uno dirà che i libri hanno proprio questo di bello, ciascuno può vederci dentro la propria storia, e io dirò che lo so, sono un lettore amatoriale ma non sono stupido, la so fare la tara ai vorrei e ai condizionamenti.
Poi però ci sono gli incubi e quelli non li racconti letterali se quei sette ponti non li hai passati nello stesso modo, ma soprattutto c'è una casa riconoscibile per una particolarità del tetto che la rende diversa dalle altre, la rende riconoscibile.
Lui si propone di comprarla per rifarla a partire da quel tetto un po' strano, gli occupanti gli dicono che il tetto va lasciato così com'è.
Torno a casa e, come un tempo facevo spesso, apro Gùgol maps per andare a rivedere quella casa e sognare un po' come se ci volassi sopra insieme a Campanellino.
Non ero pronto al fatto che quelli di gùgol aggiornano le mappe con ciclicità e che quindi non avrei visto la stessa casa dell'ultima volta.
Nelle mappe delle case vedi il tetto, l'unica cosa che chi la abita ha deciso di cambiare.
Vado in streetview, voglio vedere cos'altro hanno cambiato.
Niente, solo il tetto, quel libro parla di noi e non solo perché alla fine i cinesi, del libro come della vita, hanno ottenuto ciò che volevano.

Ho una tua foto nel telefono.
Sì lo so non dovrei, è sbagliato.
E' sbagliato perché non te l'ho chiesta e nella stessa maniera in cui mi sento sbagliato quando qualcuno mi fa leggere parole personali non scritte da me o a me, sento che quella foto è una violazione.
E' che mi fai sentire così tanto perdonato per ciò che sono, che quella piccola violazione ai miei stessi princìpi mi sembra in qualche modo una conferma, per essere perdonato bisogna aver sbagliato ma io con te non ho sbagliato per assenza di occasione più che per bravura e ti vorrei così tanto che vorrei persino poter sbagliare solo per potermi vantare con il mondo del tuo perdòno e allora mi confeziono violazioni dedicate che solo tu mi perdoneresti, lo so, te lo leggo in quello sguardo nella foto.
Solo che una violazione è e resta una violazione e allora l'ho sì confezionata perché fosse tale, ma poi essendo appunto tale il senso di colpa mi porta a non guardarla mai per non reiterare il reato e non abusare del tuo non saperlo.
Ciao sono Bruno e sono in perfetto possesso del mio equilibrio mentale.
Che non significa che sia IN equilibrio, ma solo che del suo stato attuale sono in perfetto possesso e, fidati, è una cosa che non si incontra così spesso.
Solo che ancora meno spesso si incontra qualcuno in grado di perdonarlo quell'equilibrio, ed è questo che rende quella foto la cosa più preziosa che abbia mai rubato in vita mia.
Mi perdoni?

Un libro che in qualche modo mi ricorda mio padre, vuoi perché l'associazione tra le parole Torino + Casa + Nostra mi riporta a un plurale che salta indietro nel tempo di quarant'anni, vuoi perché le zone che racconta con più affetto sono quelle in cui si passeggiava insieme, vuoi perché le zone che più invoglia a visitare sono quelle che io meno pratico per non farlo anche fisicamente il salto nel tempo e così rimanere impigliato nell'unica ragnatela che trasferendomi qui mi sono ripromesso di evitare con tutto me stesso e cioè quella delle vie crucis.
Un libro che restituisce a Torino quella bellezza che persino molti torinesi ignorano e per questo un libro che in ogni pagina mi ha fatto pensare che solo un torinese che ci è cresciuto possa apprezzarlo per il libro che è.
Per tutti gli altri, me compreso, una lonelyplanet non di ciò che si trova oggi, ma di quanto è impresso nei muri, nel selciato, nelle finestre, nella storia di una città che prima o poi dovrò iniziare anche a vivere e non solo abitare.

Un problema fisico che ogni tanto si riaffaccia e che prima o poi dovrò indagare e magari, bum, persino curare, mi ha concesso nell'ultimo mese un'autonomia di movimento che non andava oltre le due ore lontane da un luogo chiuso e comodo nel quale resettarmi.
Essendo rispuntato nello stesso mese della mia vacanza, mi ha impedito di dare libero sfogo alle mie note doti atletiche che in montagna avrebbero certamente dato prova di essere tutt'ora all'altezza dei traguardi di età più verdi.
Ora io sono uno che se fa tre gradini ha il fiatone, ma per un misterioso insieme di elementi che solo quando perfettamente incastrati mi fanno indossare una potenza che lèvati, quando si tratta di camminare all'aperto sono capace di scalare, letteralmente, le montagne e così l'unica attività diversa dal muovere i muscoli delle dita per girare le pagine che mi sono concesso in questa vacanza è stato il camminare nei boschi per ore e dislivelli con cartelli Alert che nemmeno in fila alle montagne russe sono così minacciosi e scoprire, grazie alla facilità con la quale mi muovo quando intorno c'è silenzio e aria e alberi, che il mio futuro è il trekking!
Allora vado all'ufficio del turismo e chiedo la mappa dei sentieri, la tizia al banco mi guarda, indossa lo sguardo di chi ha di fronte un espertissimo ma il tono di voce di chi pensa "Ecco un altro che tra due ore dobbiamo andare a cercare con l'elicottero" e mi informa che in inverno non ci sono sentieri affrontabili da solo, aggiungendoci nel silenzio dei suoi pensieri "cazzone".
Deluso dall'impossibilità di offrire al pubblico la manifestazione delle mie doti sportive, torno in hotel e compenso cercando in rete informazioni, siti, notizie, come si fa lo zaino, cosa devo comprare, cosa serve sapere per non perdersi, come mi devo vestire, come si accende un fuoco, come si caccia per mangiare, come si potabilizza l'acqua, insomma tutto quello che serve per confezionare con tutto l'entusiasmo che ogni volta ci metto l'ennesima cosa che non farò mai perché lavoro troppo.

Se il libri precedenti mi hanno in qualche modo ricordato mio padre, qui siamo direttamente alla stenografia della nostra storia e sfido chiunque, chiunque di quelli che a ogni "un libro che in qualche modo..." precedenti mi hanno commiserato, a negare l'evidenza.
Abbiamo un padre mai vissuto, abbiamo un figlio che non ha mai smesso di averlo accanto, abbiamo ricordi intimi e confidenziali di amici offerti post e usati come matite per delineare i contorni di un vuoto non colmabile con le sole informazioni pubbliche mediate, abbiamo una voce registata come unica forma di contatto con quel suono troppo spesso soltanto sognato, abbiamo ore, giorni, mesi, anni di incontri immaginati come fossero un film con dialoghi, luoghi, abbracci, scoperte, abbiamo un figlio il cui vuoto più grande è l'impossibilità di mostarsi uomo oggi che l'esserlo sarebbe finalmente quella somma di speranze da bambino solo ipotizzabili e persino accusabili come mancanze prima ancora di avere il tempo di provare a esserne all'altezza, abbiamo domande con risposte autoprodotte in eterna assenza di conferma.
Abbiamo un Veltroni di indubbia delicatezza e amore, che non chiede di fare la storia della letteratura ma solo di dare forma a un'anima che volente o nolente una forma la pretende e la chiama ogni giorno, in ogni azione, in ogni passo.
C'è un motivo se una centrifuga assatanata come la politica italiana ha espulso figure come Veltroni o Prodi e quel motivo è che ci sono piani di vita che non saranno mai compatibili con la bontà d'animo e compromessi con la propria storia che non si sarà mai in grado, prima che disposti, ad accettare.
C'è una foto di suo padre negli studi tv insieme ai suoi colleghi che per lui rappresenta il conosciuto e lo sconosciuto di un uomo del quale gli mancavano persino i lineamenti, in quella foto per lui indecifrabili.
Quando mio padre scomparve, dalla scatola delle poche cose che riuscimmo a recuperare saltò fuori una foto di lui negli studi tv insieme ai suoi colleghi, ha uno sguardo che non sono mai riuscito a decifrare ma era lui come non l'avevo mai visto.

Una vita non basta per smettere di essere così fragili.




4 febbraio 2016

Non pensare che t'abbiam dimenticato

Un antico maestro, Akivà, disse: "Una siepe intorno alla saggezza è il silenzio". Forse il suo era così, una siepe, ma un silenzio sbagliato arrugginisce il ferro dentro il sangue. Chi per insufficienza tace, è condannato a ripetere nel vuoto delle sere le parole di risposta che non vennero in tempo.
[...]
Nelle sere in cucina, seduto al nostro tavolo deserto, mastico la mia cena occhi nel piatto e inghiotto le mancanze di cui sono composto.

Il più e il meno
Erri De Luca.

6 gennaio 2016

Lo so

Attraverso paludi nelle quali la mia laurea, honoris causa, in nuoto a delfino curioso dovrebbe farmi creare vere e proprie coreografie da sincronizzato con me stesso, invece di quell'approssimazione di speranza di arrivare a riva che oggi mi fa da unico e al momento persino affidabile timone.
Verbalizzo enormità che fanno tanto rumore quanto ne fa una matita che cade sulla sabbia, in tasca un carnet di quanti, facciamo cinque, treni così veloci che frasi più lunghe di quattro parole finiscono quando è già alla stazione successiva e io ancora non ho nemmeno finito l'incipit, tocca industriarsi nella sintesi di nuove matite le più colorate possibili lanciate sulla sabbia sperando ne esca un castello, fossi capace sarebbe già accaduto mi dice lo zerovirgolazerotrepercento di realismo che con fatica mi sono costruito come doppio cieco necessario nei momenti in cui sono quello che vorrei essere.
Ho un telefono inventato nel quale su una sim inventata ho memorizzato un numero inventato a cui ogni giorno mando messaggi inventati che ricevono risposte inventate piene di pensieri inventati a forma di occhi che chiedono di conservare il segreto della commozione in cambio del dono della condivisione.
Lo so che non lo realizzerò questo castello, non sono molte le realizzazioni che so raggiungere con margine di errore vicino allo zero quanto quelle che riguardano le illusioni e lo so, quello che devo sapere lo so, vivo come non lo sapessi ma è la cosa che so più di tutte.
Quello che invece non so e questa davvero non la so, e non la so come non la so mai ogni volta che capita e capita ogni volta in cui sono quello che vorrei essere, è perché ogni volta che sono come vorrei essere e per questo racconto come sogno il mio domani, non quello metaforico ma proprio mercoledì, giovedì, se si chiama Domani è perché venerdì è già troppo, si formi intorno la fila di persone che ci tengono a ricordarmi che tra il mio dire e il salpare per quel meraviglioso mare c'è di mezzo quello che io non potrò mai fare.