9 dicembre 2017

Se Milano avesse lu mere sarebbe Corralejo


Ti rendi conto di come il tutto stia sfuggendo di mano dal fatto che se sentono che sei italiano il primo pensiero è che tu viva lì, ogni 5 metri va in scena il Troisi del “Migrante? No! Viaggiatore”.
Pensiero che ci metti poco a capire quanto fondato sia, basta entrare in un bar poi in altro e poi in un altro ancora, non ce n'è uno che dietro il banco abbia accenti diversi da quelli che vai in vacanza a novembre per lasciarteli alle spalle e invece.
Non generici italiani, sei proprio a casa, sono milanesi che offrono colazioni a 12 euro ad altri milanesi, gli unici che la colazione a 12 euro la pagano anche una seconda volta, la via è un alveare di cellette, microcosmi che come piccoli teatri mettono in scena la capacità dell'italiano di integrarsi che, un secolo di Little Italy insegna, si sa essere pari a zero.
Versione 2.0 dei bar che nei ‘60 in Belgio ricreavano per gli emigrati delle piccole serre nelle quali sentirsi a casa, quello che ieri era il quadro di Toto Cutugno e il giradischi con l'ultimo meraviglioso successo dei Ricchi e Poveri oggi è un 50 pollici con FedeZ che dice la sua sul concorrente del giorno della puntata del giorno di X Factor, il nostro non l'edizione spagnola, sia mai, siamo sempre noi con l'autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra.
La mattina dopo cambio bar ed è di nuovo Milano, al di là e soprattutto al di qua del bancone un viavai di pinup shorts-giropassera svestite riempiono l’aria di artificiosamente entusiastici Maciaaaaao Titta, come staaaaaa il Bepi, hai visto l'Aaaaaaaale, uno dei tanti culi di ceramica chiede cosa desideri e tu pensi un lanciafiamme o, a ‘sto punto, il culo, quel culo.
Quattro ragazze a turno, al mattino non vedi quelle della sera e viceversa, te ne accorgi perché tra il culo e le tette strizzate ogni tanto butti un occhio anche sopra il collo scoprendo che sono diverse, tutte belle, sempre felici di dare il buongiorno urlante di gaudio.
Il problema è che quando in un locale lavorano solo belle ragazze con una divisa da autolavaggio di lasvegas io non vedo più bei culi e marmoree tette ma un padrone col quale non uscirei mai a cena, che sia milanese è la più ovvia delle ipotesi, altra riga in lista nera, ciaone a voi, al culo e ai milanesi ai quali siete costrette a sbatterlo in faccia prima del caffè.
Vado nei posti nel mondo per sentirmi a casa e nei locali si traduce nel fatto che se prendi sempre la stessa cosa e ci vai per una settimana di fila, al terzo giorno non ti chiedono cosa vuoi con il tono di chi dice Chi sei.
Ma forse sono io che per “il solito” non intendo il solito culo a meno che prima del caffè non significhi che mi si è svegliato accanto tante volte da poter mettere tutto il cuore sulla parola Solito.
Cambio bar e mi trovo in una macroregione abitata da sole donne venete sarde e romane, la distanza delle diverse origini non permette marcatura all'aria che così è un accogliente compromesso, la veneta che sta ai tavoli è la delicata acqua e sapone che prima di un caffé desideri incontrare, quella bellezza silenziosa che non te la urla appena apri gli occhi ma ti lascia solo pensare che, come le donne che la bellezza sanno come centellinarla, se la incontrerai per caso la sera qundo a quel punto l'uomo che avrà nel raggio di due metri è l'unico per il quale vorrà esserlo, il primo pensiero che ti nascerà è un proporzionalmente delicato "Si capiva dagli occhi", la seconda mattina non solo sapevano che è espresso e un the verde, ma anche quale variante di the verde il giorno prima avevo detto avrei provato quello dopo, la terza mattina mi accoglie col sorriso di chi sa che dietro l'occhiale da sole ci sono occhi che vanno aperti con un familiare tenerissimo "Facciamo subito un espresso poi ti siedi e il the lo portiamo con calma", casa da quella mattina in poi è lì. 

La cena è lo stesso carosello, se non sono inglesi sono italiani, se non sono italiani sono cinesi, la combo cinesi-italiani non sono arrivato a scovarla ma sono certo che abbiano fatto pure 31, certo è che dove ieri mangiavi con 20 euro oggi mangi con 40 e bravi imprenditori italiani, abbiamo trasformato il paradiso.
Vago come un disperato chiedendomi se abbia sbagliato aeroporto d’arrivo, quella non è Corralejo, non è quella che ricordavo, devo essere sceso alla stazione sbagliata, allegoria di una vita nella quale la cosa non sarebbe per nulla sorprendente, tra l’altro.
Lascio la via principale, le zone dei ristoranti, la folla, decido che devo entrare nell’ultimo posto in cui entrerebbero i milanesi e così vago per un’ora cercando il meno visibile, meno in luce, meno tavoli, meno tutto, lo trovo, osservo la sala fatta di tavoli disabitati inscatolati in una scenografia teatrale satura di luogo, i clienti tutti fuori in uno spazio saturo solo di forestieri che fanno da scenografia ad altri forestieri, inglesi che hanno italiani come sfondo che hanno tedeschi come sfondo, dentro c'è Corralejo e chi è andato a Corralejo non ci si tuffa dentro, sono pazzi ma nell'esser pazzi sono la mia fortuna, realizzo in un istante che quella scenografia sarà tutta per me, penso “l'ho trovato” e mi ci tuffo, chiedo se posso sedermi e un “Sì mì amòr” detto da un maschio arcobaleno modello respingi-ganassa milanese mi fa capire in un lampo che sì, è questo e questo sarà da quella sera in poi, non cambio nemmeno se mi invitasse a cena Re Juan Carlos in persona.
Il luogo che se gestito da milanesi si sarebbe chiamato Iron Dinner Boombastic Power si chiama Casa Domingo perché ti senti a Casa e perché è di Domingo, olè, per il superfluo citofonare Cumenda a un paio di cento metri da qui, qui non ci sono cumenda ma un tizio un po’ particolare con dei modi di fare che in ruvidezza compensano la quantità di maschio che manca a Mi amòr, un equilibrio pittoresco che giorno dopo giorno sento bello come fosse un film di Fellini, o i Lemmon e Mattaw de La strana coppia, sono amici e lo capisci perché urlano in faccia a chiunque tranne a loro stessi, abitano lo stesso metro quadro riuscendo a non ostacolarsi mai, cosa che riesce solo a chi ha avuto il tempo che serve per sincronizzarsi la lunghezza del passo, l’estensione del braccio, la vita.
Dalla cucina la parte donna del locale urla numeri di tavoli, scoprirò essere la moglie di Domingo ma ci sarei potuto arrivare per deduzione, è chiaro che una che ha sposato un tizio così detonante non può che essere la sua compensazione femminile, una che dalla cucina organizza pure la sala senza mai metterci piede né soltanto sporgersi, volano piatti che atterrano tutti sulla pista giusta perché è lei che la urla e la cosa stupefacente è che in una frenesia che sembra funzionare solo se nessuno sposta un cucchiaino riesce a inserire anche gli imprevisti e le necessità senza che l’ingranaggio del prima e del dopo subisca il ben che minimo cambio di programma, i milanesi un orologio così perfetto e insieme caotico non sarebbero capaci di farlo funzionare nemmeno dopo vent’anni di tentativi, anche loro urlano ma senza motivo se non il far sapere al Bepi che sono taaaaaaanto felici di vederlo, la differenza tanto sottile quanto definitiva.
Con una sequenza che sembra casuale ma nel corso dei giorni scopro essere puntuale come il tizio che ne Il Ciclone entra tutti i giorni alla stessa ora nello stesso negozio urlando “Checcell’hai’n’gratt’evvinci tee?” è un via vai di amici o wannabe tali, entrano tutti correndo per salutare urlare entrare da un porta e uscire da quella opposta riuscendo lungo il tragitto a raccontare cos’hanno fatto cos’hanno visto cos’hanno detto bersi il bicchiere che Domingo o la moglie lanciano loro tipo borraccia ai ciclisti sulla volata e tutto senza mai fermarsi nella traiettoria proiettile che dentro li ha sparati e fuori li spara senza soluzione di continuità, tutte le sere gli stessi, è un film al quale assisti come un bambino in un negozio di caramelle perché non ci credi che ‘sto presepe vada realmente in scena ogni sera così meravigliosamente uguale a se stesso.
Quello che per chiunque sarebbe un posto di matti mi appare come il posto più affollato di gente normale in cui sia entrato da quando sono sbarcato chissà dove certo non a Corralejo, mi guardo intorno e sui muri foto di Corralejo trent’anni fa, di quelle che nelle trattorie nostrane più accoglienti ti mostrano com’erano le pareti quanto intorno e attraverso ci passava un treno, un fiume, un gregge di pecore, mi riportano nel qui e ora che pensavo di aver perso, non sono a Milano Marittima, non ero sceso alla stazione sbagliata, sono arrivato alle Canarie, finalmente, munitevi di fiamma ossidrica se volete staccarmi da ‘sta sedia, ogni sera sempre la stessa, sono un abitudinario, un punto fermo in più e Nicholson di "Qualcosa è cambiato" al mio confronto sembrerà uno sano, non mi basta la stessa stanza, ho bisogno proprio dello stesso metro quadro, per undici mesi l'anno non dormo mai più di cinque giorni consecutivi nello stesso letto e non mangio mai più di tre giorni consecutivi alla stessa tavola, come spiegare che dormire e mangiare per dieci giorni in piedi sulla stessa piastrella è la più necessaria forma di libertà della quale come tutti ho bisogno quanto l'ossigeno, per dieci giorni non toglietemi le mie piccole certezze, la mia bussola, il mio fondale, i miei suoni e il pulpo a la gallega più buono del mondo o sostituitemeli con qualcosa di più bello e mentre penso che qualcosa di più bello di quel qui e ora non ci sia, qualcosa di più bello portata dalla polvere di Campanellino compare.

Mi chiede in spagnolo cosa desidero e l’unica cosa che in quell’istante desidero è sfoggiare lo spagnolo migliore che ho, che non sapendolo nemmeno per idea si riduce a essere l’ultima lezione di conversazione appresa che, cronologicamente, è quel “mi amòr” di pochi minuti prima che in quel momento starebbe come l’Yin sullo Yang ma capisco non essere decisamente il caso, non foss’altro per evitare che la seconda lezione di conversazione nel giro di dieci minuti sia il capitolo Insulti che prenderei più o meno palesemente ma certo meritatamente.
Capisce che sono stupido italiano e estrae l’accento più familiare che potessi immaginare, Torino.
Si chiama A e non poteva essere milanese, non l’avrei trovata lì ma in tutti gli altri dai quali sono fuggito.
È italiana in un presepe altrimenti interamente spagnolo e allora è ciliegina che veste la torta e non viceversa come in tutti gli altri posti, si può fare, è ok.
La velocità è tarata su quella di tutti gli altri che le stanno sopra ma non su quelli che le stanno a pari, questo la rende timoniere nella sostanza pur se dipendente nella forma, è l’estensione di Domingo, i suoi pari prendono tre comande nel tempo in cui lei ne ha prese trentasei e risolte le altre cinquanta che i pari hanno incasinato, il meglio che possa capitare loro è guardarla e imparare, il peggio è mettersi lungo la traiettoria e ostacolarla mentre lei li salva da loro stessi.
Domingo monitora e negli occhi ha ogni singolo centimetro delle traiettorie, tutti in fila a formare il metro che misura la lista di quelli che deve aver cacciato nel tempo o mandato in cura per esaurimento, lei la guarda come fosse un compasso, un laser, il giorno che lei gli dirà che la sua strada riprende a camminare verso un qualsiasi altrove lui in risposta metterà sul banco una valigia di soldi e un libro di preghiere scritto da lui medesimo quando la stessa per lui drammatica frase se la sentì dire da Desireee, familiare italiana che mi è stata amica per dieci giorni e per mille altri giorni lo sarebbe stata se vivessimo nello stesso angolo di mondo e l'ho capito quando al mio racconto del lavoro mi ha fatto l'unica domanda che chi è capace di guardare dentro le persone sa fare caricando- puntando-fuoco: "Ne è valsa la pena?" implacabile proiettile che solo chi ti ha già percepito in un vicolo cieco sa spararti sapendo che di quel vicolo non ne avrebbe la responsabilità perché è da lì che arrivi quindi che vuoi... preghiere che deve averle offerto in ginocchio quando se ne andò e hai voglia a pensare che lei romanzi quando ne raccontò la disperazione al suo "Ciaone Domì", l'ultima sera una birra insieme e quella disperazione è andata in scena pure maggiore, quando lui guardandola, e in uno spagnolo così disperato che l'ho capito persino io perché ne ho ascoltato gli occhi e quelli sono esperanto bimbo bello, vedendola entrare con me in una serata in cui altre sei ragazze in sala non sarebbero bastate le ha messo sul banco l'osanna di un immaginario implorante contratto della durata di ore due con scritto solo "Mi servono proprio altre sei in sala, metti sei firme qui e salvami" e lei, ah la bellezza del sapersi dalla parte di chi può dire sì perché può dire no, fa quello che solo i grandi fanno e quindi estrae altre dieci braccia e risolve tutto il risolvibile nel tragitto della traiettoria da punto 1 lì e adesso e punto 2 a casa da amore Fabio, Domì quella è arte, t'ha detto sì ma in un modo che non ti permetterà di chiederglielo una seconda volta, applausi.

Lungo le sere il dialogo con A aumenta di tutte le parole che riusciamo a scambiare, che in un ingranaggio come quello significa che la prima sera abbiamo parlato sei secondi, la seconda sera dieci, la terza quindici, torno con la sensazione di conoscere una persona con la quale in una settimana ho parlato un totale di due minuti e mezzo non consecutivi e certamente non spontanei né, quindi, reali.
Questo perché ti fa sentire speciale facendoti sempre percepire il confine oltre il quale ci sono quelli speciali davvero tra i quali non ci sei tu non perché non ci sia tu, ma perché non c’è nessuno di quelli incontrabili al tavolo di un ristorante al quale deve avvicinarsi perché pagata per farlo e basta questo per sapere che delle tre categorie di italiani residenti, che per sintesi offerta dall'amica Desireee sono Quelli che sono andati lì per vivere senza lavorare, Quelli che sono andati lì perché la finanza in Italia vorrebbe fargli due domande su come abbiano fatto a fare una certa vita dichiarando un certo lavoro e Quelli che vanno lì perché sanno che per imparare a vivere senza lavorare devi prima imparare a lavorare, lei è della terza.
Perché solo chi sa fare bene il mestiere del contatto col pubblico sa mettere in scena quel gioco delle parti che funziona solo se nel perfetto equilibrio di un tacito accordo: essere cliente significa sapere che sei speciale in un modo in cui smetti di esserlo nell’esatto istante in cui esci da quella stessa porta che speciale ti aveva reso, essere chi ti gestisce significa far sì che te lo ricordi da solo, unico modo per arrivare a meta attraverso il sorriso, l’unica cosa che un cliente chiede insieme a un buon pasto.
Sei speciale nella piena consapevolezza di non esserlo nemmeno di un grammo e certamente non più, né meno, di quanto lo era chi è sedeva allo stesso tavolo prima di te e lo sarà chi ci siederà quando tu lo libererai, signori: in scena il saper lavorare.
In quei lampi di pur artificioso essere speciali riesco a stimare impacchettate nella metà dei miei anni il doppio delle cose da raccontare ai pochi ai quali avrà dato accesso a quel confine oltre il quale i due minuti e mezzo di parole a settimana secondo me sempre due e mezzo sono, ma in quel caso sono consecutive perché reali, piene, emotive, necessarie, chi ha bisogno di una sola in più per capire quelle centellinate quindi scelte una per una non si troverà un seconda volta nella fortunata posizione di chi è stato eletto destinatario, amico compagno o famiglia che sia.

Il gioco delle parti si inverte quando le pareti intorno scompaiono e la tentazione all’abuso dell’accordo mette me nelle condizioni di dimostrare che anche essere clienti richiede capacità e attenzione, esperienza.
Per il lavoro che faccio la mia è fatta di anni ad essere anch’io obbligato a essere gentile, a mangiare con, dormire con, parlare con, dividere il mio tempo e il mio spazio con persone con le quali oltre quella porta non parlerei, non mangerei, non dividerei altro che il diritto alla libertà permessa dal rispetto del confine di quella altrui.
L’occasione mi arriva quando la incontro per caso in spiaggia con il suo ragazzo, sono così giovani e liberi che in quell’istante ho davanti il senso dell’essere speciali nel senso reale del termine, il caso mi ha mostrato cosa ci sia oltre quel confine del quale io ho visitato solo uno dei due lati e mi ha detto scegli, puoi scavalcarlo in questo esatto istante, non ci sono pareti né tavoli e come chiavi di accesso hai parole di libri, di città natali, parole raccolte nei due minuti dei giorni precedenti.
Ma essere bravi clienti significa prima di tutto sapere che quel confine non si oltrepassa perché non è reale, quelle chiavi fuori da quelle mura si dissolvono, l’accordo prevede il rispetto di una cosa in cima a tutte e cioè il confine che separa i due mondi, quello in cui c’è l’obbligo e quello in cui c’è la libertà.
Io sono un cliente quindi l’obbligo, il mondo privato o è offerto o è estorto, così faccio finta di non vederli per non imporre l'obbligo di un teatro fuori sede, mi sposto, mi faccio trasparente, c’è un solo modo di essere un bravo cliente ed è quello in cui non ci si dimentica mai che ci sono chiese nelle quali il silenzio va garantito fuori prima che dentro.

Assenza di libri cartacei e un problema di batteria al tablet mi mettono a rischio l’unica attività che mi rende vacanza la vacanza, risolvo comprando sul posto un e-reader in un negozio di cose usate gestito, savasandìr, da un italiano.
Dopo sei secondi di parole il misuratore di persone che è in me mi stima uno che fa parte della seconda categoria di italiani residenti, con la differenza che quelli che vorrebbero fargli qualche domanda hanno sì la divisa ma non è quella della Finanza, affari suoi, io ho il problema di leggere lui ha la soluzione e tanto basta per uscire da lì con il mio lettore nuovo come solo un lettore usato sa essere e finalmente andare di nuovo a cena con Erri, Mauro, Eshkol.
I sei secondi di parole della terza sera A li usa per chiedermi come sia leggere in digitale, per dirmi della sua passione per la lettura e della sua mancanza di un lettore come quello.
Finita la cena esco e mentre cammino realizzo che ad avere il problema di leggere ora è lei e ad avere la soluzione ora sono io e tanto basta per decidere che se il destino l’ha fatto trovare a me allora lo stesso destino lo ha fatto trovare a lei, quel libro-non-libro sull’isola era e sull’isola dovrà restare, l’accordo è che sia una vendita così che non sembri il gesto di un uomo che vuole barattarlo con il passaggio oltre confine.
Il primo ebook crossing della storia dei book crossing, io ne posso avere un altro domani lei no e allora sia quello al solo patto di lasciarmelo fino alla partenza quando concluderemo la vendita; per soddisfarle un desiderio ho appena creato in una donna quello di non veder l'ora che me ne vada, i bonzi hanno meno istinto suicida.
In cambio ricevo il primo sorriso reale della settimana, vuol dire che il problema era vero e vera è stata la soluzione.
Quando sorride reale diventa per un solo istante reale in assoluto e per un lampo bella a un livello che non aveva raggiunto in nessuno dei secondi delle cene precedenti, nei quali pure era bella in una maniera così inconsapevole e insieme spontanea che di vera e propria mina vagante capisci trattarsi.
Una bellezza con la quale ancora non ha la dimestichezza che solo l’età concede e lo capisci da quanta cura mette per evidenziarla, segno che la stia addirittura sottostimando con l’inconsapevolezza tipica di chi per età ne ha vissuto solo gli estremi e non ancora i punti medi che sono quelli realmente preziosi.
Una non dimestichezza che è fortuna prima di tutto degli uomini che incontra, perché quando l’età le darà la consapevolezza dell’esatta misura farà il salto tra l’essere bellissima e l’essere definitivamente femmina, due condizioni così distanti che sembrano appartenere nemmeno allo stesso pianeta, e a quel punto la mina vagante esploderà ovunque si trovi facendo vittime nel raggio di uno spazio misurabile in chilometri e in anni riempito dalla lista degli uomini che come Medusa si sbricioleranno in argilla al solo incrociarne lo sguardo.
Quando quella lista sarà più lunga di quella degli uomini che per lei saranno pronti a qualsiasi follia, allora la farfalla sarà completa e si salvi chi può.

Una sera la Domani Femmina veste un top nero modello “Se ogni tanto mi guardi anche negli occhi, grazie” che la Giovane Bellissima sceglie di giustificare, decide di usare due dei cinque secondi serali per dirmi che ha caldo in una serata che calda non è, quindi i casi sono due: o non sa cosa dire o sa esattamente cosa dire.
A tenermi solidamente nella fascia di rispettosa distanza fin dalla prima sera l'idea che non possa avere più di venticinque anni, ma essendo evidente l'averli vissuti a dir poco pienamente uno per uno non può che essere la seconda.
Perché non conta che tu abbia pensato che quel top sia stato indossato per te, conta che potresti pensarlo perché sei un uomo e l'uomo è quell'animale convinto che il sole giri sempre e solo per lui, la Bellissima lo sa e se non l’hai fatto ti ferma prima che tu lo faccia: l'arco "ho caldo" scocca la freccia "non è per te" che passandoti da parte a parte, il cuore o i polmoni a seconda del tuo aver o meno fatto quel pensiero, ti inchioda alla sedia.
Se l’avevi pensato te ne incenerisce il presuntuoso slancio se non l’avevi pensato fa sì che non arrivi a farlo, entrambi i bersagli centrati dicendo col sorriso una frase che non c’entra né con la prima né con la seconda ipotesi e se per istinto le colleghi a una qualsiasi delle due allora vince ancora di più lei perché vuol dire che ti ha beccato, tutto in un semplice “Ho caldo” che se non rischiassi di apparire completamente impazzito meriterebbe che mi alzassi in piedi ad applaudirne la chirurgica perfezione in standing ovation.
Quando stai un metro avanti ai pensieri degli uomini che loro nemmeno hanno ancora fatto e glieli crei al solo fine di disinnescarli, tu sei pronta per vincere qualsiasi battaglia.
Piccolo tesoro, quanti ne hai dovuti schivare in così pochi anni per essere diventata capace di essere più uomo di un uomo.
Risolto il Quesito della Susy e ringraziato come ogni sera chi merita di essere ringraziato e cioè tutti, lascio il posto al prossimo solitario cliente al quale auguro la stessa capacità di gioire dell'impossibile e porto il me stesso abitudinario nel posto dove ogni sera viene saziata anche quella parte di me che ha bisogno di commuoversi davanti alle curve di una chitarra.

Al Chablis la seconda sera in cui sono entrato l’inglese dietro il bancone aveva già in mano la bottiglia del whiskey che avevo preso la sera prima, le milanesi con il culo di porcellana dovrebbero seriamente considerare l’idea di farsi un mesetto da lui per imparare cosa significhi lavorare dietro un bancone.
Entro e vado diretto al bancone attirato solo dall’essere un locale di inglesi per inglesi, fattore rischio incontrabilità italiani prossimo allo zero e portato a uno solo grazie alla mia presenza, ma io il rischio di incontrarmi l’ho già risolto da anni quindi il posto è eletto pub di riferimento per il resto della settimana.
Mi siedo e con la leggerezza di chi guarda il musicista immaginando l’ennesimo karaoke di ogni pub del paese con più pub dopo Dublino mi preparo ad un ascolto un po’ buttato lì, tanto per finire il bicchiere e andarmene in hotel a darmi la buonanotte e una pacca sulla spalla per l’ennesima giornata felice.
Dopo qualche arpeggio che già di suo aveva attivato la lucina “ohibò questo non è un karaoke” inizia la parte cantata e con la velocità e la precisione di un rasoio vengo sezionato da parte a parte da una voce che ferma il mondo.
Chiedo al padrone se vendano la sua musica cioè non una sua generica ma quella proprio quella, alla risposta negativa decido che chiederò direttamente a lui e alla prima pausa lo raggiungo fuori per chiedergli dove si possano comprare tutti i suoi dischi.
Dopo avermi misurato e comunicato che preferisce parlarmi in italiano, si presenta croato e mi dice che non vende perché odia la musica odia le persone odia Corralejo odia tutti e tutto quindi odia pure quelli che vendono la musica che suonano, se provo forse in rete qualcosa da qualche parte si trova.
È visibilmente ubriaco e nemmeno lo nega, ubriacarsi ogni sera è l’unico modo per sopportare una vita che odia in un luogo che odia con persone che odia.
Ci sta, il personaggio del maledetto è un cliché che funziona sempre e se il risultato è quello in cui trasforma l’aria quando torna su quello sgabello a suonare allora viva viva l’odio per tutti e tutto, che l’inferno interiore produca stelle danzanti del resto è cosa così nota che sta pure sulle magliette motivazionali euro due in saldo.
Gli chiedo se posso almeno registrarlo per poterlo avere nel telefono da ascoltare come l’avessi comprato, acconsente dicendosi lusingato e mi promette che mi suonerà un De Gregori solo per me perché tanto tutti gli altri, che ci tiene a ricordarmi odia, vogliono solo musica di merda e certo non gli può fare De Gregori.
Azzardo per azzardo gli dico che se con quella chitarra e quella voce mi regala “Pezzi di Vetro” io in cambio gli regalo tutto quello che ho, mi estrae un repertorio un po’ più classico ma la delusione non è proprio tra le emozioni in catalogo in quelle sere quindi grazie comunque Bole e poi De Gregori nei classici è comunque quello de “La donna cannone”, una volta in più ad ascoltarla è sempre e comunque una volta in più a volare senza ali e senza rete oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro per buttare questo mio enorme cuore tra le stelle.
La dedica c'è ma è il Cocciante di Bella senz'anima, Bole sì anch'io sono stato macerie e in parte ancora lo sono, vai pure con quella, ché alla fine ci siamo capiti.
Chiedo il calendario della sua settimana perché voglio andare a sentirlo ogni sera, la differenza tra uno stalker e uno semplicemente bisognoso di abitudinarietà e insieme incapace di staccarsi da quello che mi spacca dentro la musica dal vivo non credo arriverò a dovergliela spiegare o nel caso sarò più ubriaco di lui quindi troverò le tre parole necessarie, mi dice che non si può perché alcune sere sono private quindi toccherà alternare quando passa dal pub e pub sia.
L’ultima sera decido di celebrarla da lui che poi significa con quelle sue sei corde più le due che ha in gola in tutto una chitarra a otto corde, coronamento di un viaggio che più ricco di bellezza di questo non potevo davvero immaginarlo, A in maniera inattesa e per motivi che non ho il tempo né basi per interpretare mi ipotizza tre secondi extra mura per un saluto fuori dal confine del dovere, tre secondi che alla fine non accadono e va bene così, l’accordo prevedeva che uscire da quella porta equivalesse a dissolversi e dissolvenza in uscita sia, faccio video e so che anche in quei due secondi c’è la differenza tra un bel racconto e un prodotto su commissione, ho l’età giusta per sapere e vivere di conseguenza, non si cambia teatro per un’opera che bella lo è stata perché svolta in quello e solo in quello, è stato bello pensarlo possibile anche solo per qualche secondo ma il pianeta sul quale possibile lo sarebbe stato davvero non è questo.
Finisco la serata con Bole e i suoi amici più ubriachi e fatti di lui, si parla di musica e di amore per la, dopo dieci giorni il mio inglese è tornato fluido quanto il quarto whiskey che devo per forza bere perché quelli sono croati e gli italiani, l’ho imparato viaggiando, o li dissetano o li menano, non accettare è peggio che rifiutare un caffè a Palermo.
Non vorrei essere altrove ma so che da lì a poco sarò altrove e lo so in italiano e in inglese, non ancora in spagnolo.
Ho due mesi per imparare a dirlo in spagnolo, quelli che mi separano dal prossimo volo già preso per il prossimo ritorno, due mesi nei quali l'amica mi troverà quello che al prossimo giro sarà il passo successivo all’hotel e cioè un appartamento tutto mio.
Mi si chiede “Temporaneo?” rispondo “Non escludiamo nulla” mi si dice “Allora passiamo dal canale residenti e non da quello per turisti” rispondo “Ecco facciamo che passiamo da quello”.
Passi di bimbo, per chiudere il cerchio delle citazioni cinematografiche.

"Vacanza" è quando vai da qualche parte... e non ti fai più rivedere.
Forrest Gump

23 novembre 2017

Here I am

Un lavoro a Barcellona è occasione da cogliere al volo, tre ore fuso compreso ed è buen retiro canario.
Così come tu ti allunghi per fermarti una notte a Napoli io dico al cliente "Non prendetemi il volo di ritorno" mentre la tastiera sta già digitando BCN-FUE, mi mancava quanto mi manca la donna che avrei potuto -e forse dovuto- avere e non ho,  ma a differenza di lei tra me e Fuerteventura c'è solo la volontà, l'unica cosa che nel mio curriculum vitae sta alla voce Esperienze.
Qualità e insieme maggiore difetto, nel momento in cui la sua assenza è l'unica spiegazione di ogni mancanza ma al contrario: è volontà di privazione, abilità di rescissione, sopportazione del dolore la cui necessaria revisione diventa possibile alimentandola a ulteriori privazioni, non sono specializzato in privazioni ma in allenamento della capacità di privarmi volontariamente attuata attraverso privazioni successive e a questo punto necessarie.
Se hai capito cosa intendo vuol dire che non sei nell'elenco delle mie privazioni, riconoscibili dal loro non aver mai capito in quale punto scatti la sfida a essermi più necessaria della tua assenza.
Sì è un pozzo nero, torno qui solo per riutilizzare l'unica funzione che queste pagine hanno sempre avuto e cioè la formalizzazione ai fini dell'innegabilità: aiuto.
Finché il carico è stato solo emotivo era facile, la mappa disegnata, gli strumenti tarati, il tempo controllato.
Poi un giorno la realizzazione di una pressione che come l'acqua contenuta ha trovato sfogo oltre l'emotivo e per esondare ha preso la via del biologico sottraendomi il controllo del tempo: meno di quello che serve per agire da solo, quindi aiuto, la caduta degli Dei è entrata nella fascia in cui la profondità di campo inizia a mostrare i contorni in maniera riconoscibile, dal collo in su non sono più in garanzia.
Dopo un anno la frequenza con cui qui a Corralejo si incontrano dialetti italiani è cresciuta vertiginosamente, sono qui da sei ore e ho conosciuto più italiani che.
Disperato mi rifugio in un pub inglese modello football sciarpe karaoke televisori su Sarcazzo vs Staminchia, quei posti che se fossero pista di atterraggio per alieni descriverebbero un pianeta nel quale ogni sei secondi si gioca una partita in qualche angolo del Galles e ogni 3 si beve un bilico di birra, un sessantenne si alza e microfono in mano dedica MyWay alla moglie evidentemente di una vita, fino a un paio d'anni fa pensavo Che vita triste, oggi li osservo e penso che dovrei andarci a lezione perché negli anni che io ho speso a sviluppare la filosofia secondo la quale quelli mi stanno sotto, quelli hanno semplicemente vissuto felici di quella felicità che non chiede altro che essere qui ed ora e guarda lui che bello che è, lei davanti al suo Bon Jovi personale, finiranno di bere e cantare e andranno a scopare, io a scrivere a nessuno.
Ci sono due posti nel mondo che mi riassestano il baricentro mostrandomi innegabilmente la realtà di ciò che avrei voluto -e forso potuto- essere e non sono, uno è Bologna e l'altro è questo e sarà per questo che il mio calendario lavorativo è fatto da infinite sequenze di giorni che segno categoria "Quanto manca a Bologna" e "Quando torno a Fuerte", in mezzo un'irrealtà che non saprei spiegare se non a me stesso che però a lungo andare si è rivelato interlocutore piuttosto monotematico nonché noioso e oggi nemmeno più autoassolutorio, ché ieri almeno quello.
Essere fuggito qui senza soluzione di continuità dal lavoro precedente mi ha fatto violare la regola delle regole: mai in vacanza col computer così anche volendo non cedo alle richieste del mondo che senza di me non fattura milioni.
Questa volta viaggio con tutta la dotazione dato che certo non mi programmo sei ore di volo solo per lasciare a casa il lavoro, va bene essere psicopatici ma insomma.
Dopo nemmeno una giornata a dire Solo questa telefonata Solo questo download Solo questa mail, quello che mi sembrava il tradimento dei tradimenti si rivela ennesima scialuppa: sto lavorando dalle Canarie e i miei clienti non se ne accorgono, si-può-fare.
Nella notte in cui ho digitato e subito acquistato BCN-FUE le dita hanno riempito un altro campo testo con la seguente lapidaria domanda: acquisto casa fuerteventura.
Mi conosco, so che le svolte io le ho fatte tutte così, guidato dal me senza remore che da 45 anni vive a cicli di 10 ogni volta nati da una semplice domanda buttata lì per vedere un po' come sarebbe se, ho scritto e ho riletto, c'era scritto È di nuovo tappa, stazione, altro ciclo esaurito, torna a bussare il bisogno dell'ennesima vita nuova categoria Chissà, devo farmene una ragione, io una sola non sarò mai capace di viverla e forse è per questo che le vivo tutte da solo, chiccazzo potrebbe mai reggerla una precarietà così esistenziale che ogni fatica la risolve rinascendo in un altrove ogni volta distante galassie dal precedente.
A casa i consulenti non fanno i consulenti e li devo correggere, gli avvocati non fanno gli avvocati e li devo correggere, i ragazzi che lavorano per me fanno i ragazzi cioè le cazzate e le devo correggere, io quello so fare bene, le vite degli altri, quella del tuo posticcio figurante fidanzato in cima alla lista.
Le persone alle quali ho fatto del male mi cercano per volermi bene, le persone alle quali ho volito bene mi evitano per sopravvivere a loro stesse, il mondo alla rovescia e allora sia alla rovescia davvero, le scelte si chiamino errori, i successi fallimenti, gli amori non si chiamino, non ti ho mai chiesto il numero perché io sono quello che rispetta.
E che come premio ha il disprezzo dei rispettati.
L'altra sera figa stratosferica preda di ogni maschio del locale di riferimento a milano mi passa il telefono per farsi digitare il mio numero, niente di losco o illecito, serviva per mettermi in contatto con la sorella qui alle Canarie.
Qualche anno fa l'avrei digitato con una mano mentre con l'altra le avrei spiegato che tra le due sorelle è lei che avrebbe dovuto usarlo.
Oggi non più, ho detto No e al suo perché ho spiegato che il suo ragazzo a pochi metri da noi, avrebbe potuto pensare male.
Lei mi dice Non è il mio ragazzo, non mi legge nel pensiero e per questo non può sentire che non importa, anche fosse libera prima di me in quel locale c'è una fila di un chilometro che va per anzianità e io sono l'ultimo, scalare primo significherebbe una sola cosa: perdere anche l'ultimo posto al mondo in cui quando entro le persone mi salutano con piacere, mi vogliono bene, mi accolgono.
Sono piuttosto stanco di essere incolpato di tutta la merda del mondo e per autosalvezza evitato da quel momento in poi.
L'unica donna che valeva tanto l'ho persa dieci anni fa e quando dico l'unica non mi riferisco all'averla persa ma al suo esserlo davvero.

26 agosto 2017

Barricati

Mio padre amava bere bene ed era ammirato come Hemingway.

Mio fratello ama bere bene ed è abbracciato come Hemingway.


Io bevo qualsiasi cosa e di Hemingway ho solo letto un libro.

19 agosto 2017

Poi uno dice no niente

Dall'altro lato del mare due milanesi amici che a luglio mi portarono fuori a cena per comunicarmi la lieta notizia, in risposta al messaggio ispiratomi dalla notizia di ieri e mandato per sapere come il resto del giro avesse preso la notizia, mi rispondono:
"Non lo sa ancora nessuno, sei l'unico al quale volevamo dirlo".
Uhm.
No, niente.

18 agosto 2017

Tempi moderni

Scopro che due amici webstar hanno partorito un tweet, a me non resta che congratularmi con un post.
Auguri a papà e mamma


13 agosto 2017

Uomonologo

Mario in quegli anni era un numero di telefono e poco più, numero d'emergenza a disposizione di chiunque si trovasse nel raggio dell'onda d'urto generata dal quotidiano esplodere dell'inferno di Mario Bros, squadra di recupero pronta, una notte il pavimento di una sala, una notte di un bagno, una notte un letto, l'uomo rotto non si premura di scegliere posti nei quali cadere, qualsiasi teatro con le medesime quinte è lo stesso teatro, replica infinta, per platea la pietà, qualche volta l'amicizia, li raccolgo io i cocci, potete continuare, grazie e alla prossima, sipario.
La parte negli anni imparata a memoria prende possesso del tempo e lo rende infinito, dissolto il confine tra ieri e oggi la parola si fa primo attore richiamato da invisibili leve che nessun tempo potrà disattivare, va in scena senza invito alla sola vista di un pubblico ignaro del ruolo che sarà chiamato a svolgere, numero d'emergenza pronto all'onda d'urto non più di Mario Bros, squadra di recupero per Mario oggi, un letto, un risveglio, la luce di una nuova finestra al mattino, una bussola o chi ne fa le veci, la vergogna di scoprirsi nudo e ferito, il costume da supereroe abbandonato a terra, l'uomo che la notte volava è precipitato, visibilmente precipitato, maldestramente precipitato, qualcuno ne ha raccolto i cocci e deve aver dato loro anche un bacio o almeno l'essere ancora vivo questo lascia supporre, la memoria come sempre non sa dire, la vergogna come sempre preferisce non decidere.
Quando Mario dice che esistono luoghi in cui si sente libero di essere se stesso non parla di uno spettacolo bello da vedere, per quello lo dice piangendo, l'ultima cosa dignitosa che ricorda prima che una doccia cercasse di fare ciò che gli anni non riescono.
Mario è solo perché sa che il copione questo prevede perché lo spettacolo non muti in tragedia, ha'dasta'sìt, sobrio nei limiti, presente se necessario, assente se d'intralcio, bello, onesto, se serve emigra australia.


1 agosto 2017

Un posto per

riposare

trovare femmine equilibrate

discutere della crisi

riflettere

assecondare le inclinazioni

anche le più estreme

rifare un brainstorming sulla roadmap del target

che nonostante l'ennesimo sabotaggio

sarà il bastone della mia vecchiaia


E il mio solito lui.

Tenevo per me queste balordaggini per timore che mi mandasse al diavolo.
Lo ha fatto, ho solo rimandato. Lei voleva. E io amavo la sua volontà, sapendo che la stava sprecando con me. Volontà di migliorare, di dare valore a quello che facevo, convinta che ci fosse quel valore da dovere incoraggiare.
Non c'era. Glielo posso dire ora che non ascolta. Non c'era niente in me che valesse il suo impegno. C'era la mia fortuna di vivere con lei e farla durare.
Iniziò a smettere. Si tagliò i capelli, era più bella. Tolse le scarpe coi tacchi alti, era più bella. Smise di truccarsi, era più bella.
"Resto se decidi di diventare per il mondo quello che sei già"
Non lo so fare.
"Non è vero. Tu hai un sacro rispetto per quello che sai fare, ma l'orgoglio maledetto di non doverlo dimostrare. Tu pensi che la fortuna dovrà sottostare alle tue condizioni, venirti a pregare come faccio io. Guardami bene, sono io la tua fortuna e ti sto lasciando.
[...]
Mi chiede se mi dispiace mangiare da solo la sera in un posto pubblico.
Sono un uomo che si può permettere un pasto cucinato, seduto a una tavola apparecchiata. Non devo neanche lavare la pentola e la scodella. Mi posso permettere la comodità grazie a un mestiere imparato a forza di fare e di guardarmi fare. Mi pago una cena e una stanza: di cosa dovrei dispiacermi?
Sono benedetto dalla sorte che mi ha pure offerto una salute buona. Quanti uomini al mondo se la cavano così bene? Parlo a bassa voce per non esibire la fortuna che mi protegge. Un filosofo antico raccomandava di vivere di nascosto.
"Epicuro"
Sì, quello, vivi di nascosto, a bassa voce, non segnalarti vantando la fortuna. Ho più del necessario e se qualcosa manca, non mi accorgo.
"Dunque di questo è fatto un uomo? Di quello che ha in tasca?" chiede irritata. Non un uomo, ma la sua dignità di bastare a se stesso, senza peso sugli altri.

 La natura esposta - Erri De Luca.

15 aprile 2017

Faro

Incontrarsi alle elementari e "io non lavorerò mai, io da grande dipingerò", crescere insieme, imparare la paura insieme, fuggire insieme, scoprire insieme, lottare insieme, viaggiare insieme, nascondersi insieme, rubare insieme, vincere insieme, anni insieme, dormire sui gradini delle chiese insieme, vacanze insieme, lotte di classe insieme, soffrire insieme, diventare uomini e lasciarsi per vite adulte che insieme non camminavano più.
Averlo sempre dentro e quindi accanto, raccontarlo a chi non lo ha conosciuto, seguirne le tracce, averlo come riferimento, essere felici per lui che da grande dipinge.
Perdere i contatti in epoca in cui i contatti sono la cosa più semplice da trovare per chi non dà valore al tempo e alla distanza, amare la discrezione dell'osservazione lontana, seguirne la storia, applaudire il mondo che lo applaude, saperlo richiesto in giro per il mondo, ricordare le parole "io dipingerò" e sentirsi caldi dentro, la prova che tra sognare e realizzare c'è solo il valore di ciò che si vuole essere qualsiasi cosa si voglia fare.
La coincidenza tra una mostra e un mio passaggio in città, leggere la data, rendersi liberi come non mai, liberi di ricongiungere quel filo, è il momento, non mi riconoscerà nemmeno, io lui lo riconoscerò perché ce l'ho dentro.
Oltrepasso il gradino della porta, il timore di un rifiuto, della sufficienza di tempi passati e finiti, voglio sappia che per me è stato faro e discrezione, rispetto e ammirazione, esempio.
All'amico che è con me dico di prepararsi alla scena patetica di un "Non mi ricordo di te" che patetica lo sarà nella distanza tra sogno e realtà, tra aspettativa e incontro.
Non finisco la frase e due braccia mi saltano al collo per regalarmi uno dei due abbracci veri ricevuti in vita mia, quelli che deve intervenire un arbitro a separare.
Dove sei stato fino a oggi Bruno, sono vent'anni che ti aspetto, ti ho sempre avuto dentro e quindi accanto, ti ho raccontato a chi non ti ha conosciuto, ho cercato tue tracce, sei stato per me faro e discrezione, rispetto e ammirazione, esempio.
Io occhi così felici di ritrovare i miei non li ho mai visti in quarant'anni e i miei non sono mai stati così felici in quarant'anni.
Mi mette in mano una birra e quella cosa che dicono chiamarsi amicizia, io la chiamo amore, mi dice Vivo con te come asticella, io gli dico Non hai capito niente io vivo con te come asticella, mi dice Tu sei uno che ha vissuto, gli dico Non hai capito niente tu sei uno che ha vissuto.
Gli racconto di quando capii che ce l'avrebbe fatta, il giorno che a una mostra gli indicai un quadro che amavo pensando scioccamente che l'essere fratelli mi avrebbe fatto ricevere in dono la scelta e lui mi rispose "Quello sono 500 euro" e io lo lasciai lì.
Quel giorno capii che vinse tutto e vent'anni dopo sono lì per saldare il mio sciocco debito e indicargli un altro quadro, questo quanto costa? E l'altro? Li voglio entrambi.
Due allora per te prezzo di favore e hai vinto di nuovo tu.
Bentrovato Gigi, ti ho sempre avuto dentro e ti ho raccontato a chi non ti ha conosciuto, rispetto e ammirazione, esempio.
Abbiamo vissuto entrambi, dai.

20 marzo 2017

Stato dell'arte

Peggio di chi ti racconta balle sperando che tu non te ne accorga, c'è solo chi ti racconta balle pensando che tu non te ne accorga.
Peggio di chi ti tiene ostaggio della propria volontà, c'è solo chi ti tiene ostaggio della propria mancanza di volontà.
Peggio di chi cerca di convincerti ad accettare un cambio di strada rispetto a quella che proponevi tu, c'è solo chi quando dopo lunga riflessione decidi di accettare il cambio di strada ti dice che cambiare strada rispetto a quella che proponevi tu è controproducente.
Peggio di chi ti tartassa di telefonate per trasferirti la necessità del tuo correre in agenzia per discutere faccia a faccia del lavoro, c'è solo chi ti tartassa di telefonate per trasferirti la necessità del tuo correre in agenzia per discutere faccia a faccia del lavoro e quando tu cedi e corri in agenzia non trovi nessuno perché tutti impegnati fuori sede e non per un imprevisto.
Peggio di chi ti ascolta quando spieghi esattamente cosa non dovrebbe succedere più dicendosi ammirato per quanto tu abbia ragione, c'è solo chi ti ascolta quando spieghi esattamente cosa non dovrebbe succedere più dicendosi ammirato per quanto tu abbia ragione e il giorno dopo fa esattamente quello che gli avevi detto non sarebbe più dovuto succedere.
Dove
Cazzo
Sono
Finite
Le
Persone
Serie.

8 marzo 2017

Uno nessuno e noi pendolari

Sono sull'alta velocità, i soliti 300 all'ora, un rumore sordo attraversa il vagone per lungo tanto da scuotere tutti, il treno rallenta e percorre la sola distanza necessaria per non inchiodare, si ferma.
Un solo fatto può generare questa sequenza tipica delle emergenze prive di ipotetici eventi peggiori successivi (altrimenti il treno inchioda di colpo per evitare il resto del danno): un suicidio.
Per diversi minuti tutti si chiedono, si interrogano, nessuno cita "suicidio" ingannati dal rumore metallico che suggerisce le ipotesi più fantasiose tranne l'unica ovvia che dopo pochi minuti viene confermata dall'altoparlante: si riparte tra un'ora causa attesa della polizia per i rilievi successivi all'investimento di una persona.
La conferma non migliora l'ambiente anzi lo peggiora, soprattutto non aumenta la media dei QI presenti a bordo.
Nessuno pensa che no, se passi a 300 all'ora su un traliccio in mezzo secondo sei proiettato sulla collina accanto a certo non senti solo un rumore.
Che no, ad Arluno non pascolano cervi, tantomeno cervi capaci di scavalcare le protezioni dei binari AV.
Che no, gli alberi non cadono dal cielo e se anche cadessero il treno l'avrebbero sollevato come un fuscello per quel fattarello là della velocità + base d'apppggio.
Era proprio una persona e mai come in questo caso il verbo "era" è opportuno, dato che il pezzo più grande dovrebbe in questo momento trovarsi nei dintorni di Rho.
Se fossi stato uno qualsiasi di questi seduti intorno mi sarei divertito a registrarli, un acquario di fauna umana da osservare come campione per spiegare il perché il paese sia ormai così, metteteci quel che vi pare nella colonna che quel "così" intitola, sapendo che le mie prime voci d'elenco spaziano dal "così cinico" a un più adeguato all'occasione "così solo".
Me li segno come appunti da far leggere al figlio che non avrò mai, per spiegargli che in fondo gli è andata anche un po' di culo.

1. L'immancabile immediato capogita: Eh io lo so, ascoltate me non l'altoparlante, in questi casi stiamo qui le ore, ahahah!
2. Quello che se qvesse una connessione sarebbe corso su Spinoza: Ma ci daranno da mangiare? Ahahah!
3. Quella che si informa: io vedo foxcrime, ora arriva la scientifica e noi resteremo fermi come testimoni.
4. Quello che si cuce il braccio da solo dopo essere saltato da una cascata: Si potrà chiedere il rimborso? Ahahah!
5. Quello che domani torna a milano dalla moglie: Chiama e dille che stasera niente! Ahahah!
6. Quella che non vuole rimanere fuori dal gruppo e prova a ruggire come un gattino: Almeno fossimo stati ancora in stazione, avremmo potuto cambiare treno

Aggiorno l'elenco man mano che il clima da gita scolastica celebra forse nel modo migliore il perché quel tizio un'ora fa abbia deciso che la misura fosse colma e cioè dandogli ragione.

Quella che vede foxcrime ha appena comunicato al vagone che la "autorità giudiziaria" citata nel messaggio di aggiornamento di poco fa è la Polizia.
7. Beh dai fossi stato a casa sarei dovuto uscire a cena con mia moglie, almeno ho risparmiato! Ahahah!
8. Adesso la chiamiamo noi e le diciamo che è una scusa perché sei tirchio! Ahahah!

Mi metto le cuffie e riprendo a vedere la puntata di Agents of shield che stavo guardando prima del rumore, il Marvel che narra la storia di quella squadra incaricata di presidiare il confine tra "Umani" e "Inumani", si chiamano proprio così, per proteggere i primi dai cattivi appartenenti ai secondi e viceversa.
Brutto vagone il 7, ma sospetto che il 5 e l'8 non offrano altrrnative migliori.

Sono le dieci, è scattata la terza ora di sosta, il capogita superata la fase sociale ha subìto il processo contrario e ora si sente così isolato che sono dieci minuti che si mette le dita nel naso per mangiare ciò che estrae, parliamo di un tizio di una cinquantina d'anni.
Mi ha sempre incuriosito molto questa bizzarria delle persone, insieme al mangiarsi le unghie una delle poche pratiche che si trascinano dall'infanzia che ha il potere di intervenire sulla percezione della realtà al punto da astrarre completamente le persone facendole sentire in una bolla senza altre persone intorno, unico scenario che giustifica il consapevole abbandono della dignità.
Il tizio sta pasteggiando seduto tra i suoi colleghi nei posti tavolino quattro sedili, li ha davanti e li guarda ma non li vede e quindi mangia, scava e mangia.
Disgustoso e affascinante nello stesso momento, disgustoso il cosa, affascinante il come.
Come se fosse su un'isola deserta ma lucidamente presente, perché quando gli rivolgono la parola disponde.

Notizie riportano folla accorsa, autorità accorse, rilievi fatti, manca il magistrato, senza il cui nulla osta non si può muovere foglia.
Il capotreno racconta che è stato mandato lui a cercare il corpo e lui l'ha trovato.
Viaggiavamo a 300 all'ora, abbiamo rallentato per almeno venti secondi e ci siamo fermati dopo almeno altri cinque.
Ginetto calcoli se il capotreno sia cialtrone autoesaltato in misura direttamente o inversamente proporzionale alla distanza che avrebbe percorso a piedi sui binari dell'alta velocità di notte, prima di trovare un tizio che dopo essere passato sotto le ruote di otto vagoni era intero abbastanza da fargli  dire "ehi eccolo! L'ho trovato io".
Il racconto ha comunque fatto presa su un buon terzo di vagone, probabilmente il terzo di paese che vota Grillo, sempre per quel fatto là del vagone come campione del paese, dico.

Dieci minuti dopo lo scatto della quarta ora la folla accoglie il sussulto della partenza facendosii trascinare da un istintivo abbozzo di coro di giubilo nonché, immancabile, quel detestabilissimo applauso tipico degli atterraggi dei villeggianti lowcost, che solo un più rumoroso attimo di consapevolezza di quanto inopportuno fosse il sentimento di gioia ha reso null'altro che una promessa di farlo a casa da soli.
Nessuno se l'è sentita di gioire platealmente, nemmeno il capogita che nel frattempo aveva dato prova del suo non poter che avere anche l'altro vizio patologico che viaggia sempre in coppia con l'altro e cioè, cvd, gran pasto di unghie.
Quando dico che la mente umana è un mondo affascinante mi riferisco a quelli come lui, che per quattro ore in mezzo a cento persone si mangiano le unghie della destra perchê quelle della sinistra servono a scavare caccole per cena e tra una portata e l'altra fumano la sigaretta elettronica.
Uno così potrebbe fare una strage stasera appena entra in casa e sarebbe tutto assolutamente nella norma.
Non avrà gioito il ragazzo del bar al vagone tre, che dopo quattro ore ho trovato con occhi spiritati di chi è sopravvissuto a una classe di bambini in gita con la licenza di marmellata, un vagone così devastato che quando per pulirmi da quel che avevo tirato su semplicemente appoggiandomi al bancone ho usato un tovagliolo sporco in quanto unica cosa rimasta chd almeno assomigliasse a un tovagliolo, si è fatto palco di due tizi fatalisti che giocavano a chi aveva più pena per l'atro, io di un barista seduto su scatoloni scassati intento a mangiarsi l'unica cosa rimasta o lui di uno che si puliva dallo sporco del suo bancone con i tovaglioli sporchi che non aveva nemmeno senso togliere.
Ho vinto ovviamente io per quel fatto là che raccontavo l'altro giorno al tizio che mi sta riparando il piccì quando gli spiegai che uno dei più grandi vantaggi del viaggiare per lavoro è che passi così tante ore tra treni e aerei che sei immunizzato dall'incazzatura per gli inconvenienti e anzi, se ti cancellano un volo o stai le ore su un treno diventa un'opportunità di inattesa vacanza.
Occidentali's kharma direbbe qualcuno.
Non avranno gioito i due ferrovieri che ci hanno messo solo quattro ore a decidere di passare con il carrello delle bibite anche in quella che sugli altri treni e in altre epoche verrebbe chiamata Seconda Classe, pensando che se solo fossimo partiti dieci minuti prima  dell'istante in cui sono stati colti dal lampo di genio, avrebbero potuto raccontare ai loro nipotini di quella volta là che rimasero chiusi per quattro ore su un treno col divieto di aprire le porte e l'intuito a dir poco geniale di estenderlo spontaneamente a quelle dei frigo dell'acqua.
Sembra invece felice la gatta ruggente, che ha reagito alla partenza  con uno slancio di socialità di quel tipo che un'ora di sosta in più e sarebbe stato di palese carattere sessuale.
Quattro ore ininterrotte di silenzio e appena ripartiamo si mette a parlare con lo straniero accanto fino a quel momento completamente ignorato e non dell'incidente ma proprio di lui, chi sei cosa fai dove vai, quelle cose che finiscono con Mi scopi?
Quattro ore di bagni a disposizione e non se lo fila di striscio, partiamo e gliela serve sul piatto d'argento.

Siamo partiti da un quarto d'ora, ci eravamo fermati dopo dieci minuti di viaggio, la tratta è una cinquantina di minuti.
Ginetto calcoli se tutti questi che sono già in piedi vestiti di tutto punto con i cappotti indossati aono sfasati in maniera direttamente o inversamente propodzionale al tempo che passeranno in piedi in corridoio chiedendosi chi altro stia boicottando il loro viaggio.
Tipo quelli delle cappelliere all'atterraggio.
Mai notato che appena l'aereo si ferma scattano tutti in piedi si vestono si caricano i bagagli e poi stanno almeno una decina di minuti in piedi incassati uno all'altro finché non arriva il bus?
Li guardi, come guardi il tizio che cena a caccole, la tizia che con quattro ore a disposizione parla col vicino solo quasi arrivata, il barista allucinato, la tizia di foxcrime, il tizio che quattro ore fa non ce l'ha fatta ad andare oltre.