9 dicembre 2017

Se Milano avesse lu mere sarebbe Corralejo


Ti rendi conto di come il tutto stia sfuggendo di mano dal fatto che se sentono che sei italiano il primo pensiero è che tu viva lì, ogni 5 metri va in scena il Troisi del “Migrante? No! Viaggiatore”.
Pensiero che ci metti poco a capire quanto fondato sia, basta entrare in un bar poi in altro e poi in un altro ancora, non ce n'è uno che dietro il banco abbia accenti diversi da quelli che vai in vacanza a novembre per lasciarteli alle spalle e invece.
Non generici italiani, sei proprio a casa, sono milanesi che offrono colazioni a 12 euro ad altri milanesi, gli unici che la colazione a 12 euro la pagano anche una seconda volta, la via è un alveare di cellette, microcosmi che come piccoli teatri mettono in scena la capacità dell'italiano di integrarsi che, un secolo di Little Italy insegna, si sa essere pari a zero.
Versione 2.0 dei bar che nei ‘60 in Belgio ricreavano per gli emigrati delle piccole serre nelle quali sentirsi a casa, quello che ieri era il quadro di Toto Cutugno e il giradischi con l'ultimo meraviglioso successo dei Ricchi e Poveri oggi è un 50 pollici con FedeZ che dice la sua sul concorrente del giorno della puntata del giorno di X Factor, il nostro non l'edizione spagnola, sia mai, siamo sempre noi con l'autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra.
La mattina dopo cambio bar ed è di nuovo Milano, al di là e soprattutto al di qua del bancone un viavai di pinup shorts-giropassera svestite riempiono l’aria di artificiosamente entusiastici Maciaaaaao Titta, come staaaaaa il Bepi, hai visto l'Aaaaaaaale, uno dei tanti culi di ceramica chiede cosa desideri e tu pensi un lanciafiamme o, a ‘sto punto, il culo, quel culo.
Quattro ragazze a turno, al mattino non vedi quelle della sera e viceversa, te ne accorgi perché tra il culo e le tette strizzate ogni tanto butti un occhio anche sopra il collo scoprendo che sono diverse, tutte belle, sempre felici di dare il buongiorno urlante di gaudio.
Il problema è che quando in un locale lavorano solo belle ragazze con una divisa da autolavaggio di lasvegas io non vedo più bei culi e marmoree tette ma un padrone col quale non uscirei mai a cena, che sia milanese è la più ovvia delle ipotesi, altra riga in lista nera, ciaone a voi, al culo e ai milanesi ai quali siete costrette a sbatterlo in faccia prima del caffè.
Vado nei posti nel mondo per sentirmi a casa e nei locali si traduce nel fatto che se prendi sempre la stessa cosa e ci vai per una settimana di fila, al terzo giorno non ti chiedono cosa vuoi con il tono di chi dice Chi sei.
Ma forse sono io che per “il solito” non intendo il solito culo a meno che prima del caffè non significhi che mi si è svegliato accanto tante volte da poter mettere tutto il cuore sulla parola Solito.
Cambio bar e mi trovo in una macroregione abitata da sole donne venete sarde e romane, la distanza delle diverse origini non permette marcatura all'aria che così è un accogliente compromesso, la veneta che sta ai tavoli è la delicata acqua e sapone che prima di un caffé desideri incontrare, quella bellezza silenziosa che non te la urla appena apri gli occhi ma ti lascia solo pensare che, come le donne che la bellezza sanno come centellinarla, se la incontrerai per caso la sera qundo a quel punto l'uomo che avrà nel raggio di due metri è l'unico per il quale vorrà esserlo, il primo pensiero che ti nascerà è un proporzionalmente delicato "Si capiva dagli occhi", la seconda mattina non solo sapevano che è espresso e un the verde, ma anche quale variante di the verde il giorno prima avevo detto avrei provato quello dopo, la terza mattina mi accoglie col sorriso di chi sa che dietro l'occhiale da sole ci sono occhi che vanno aperti con un familiare tenerissimo "Facciamo subito un espresso poi ti siedi e il the lo portiamo con calma", casa da quella mattina in poi è lì. 

La cena è lo stesso carosello, se non sono inglesi sono italiani, se non sono italiani sono cinesi, la combo cinesi-italiani non sono arrivato a scovarla ma sono certo che abbiano fatto pure 31, certo è che dove ieri mangiavi con 20 euro oggi mangi con 40 e bravi imprenditori italiani, abbiamo trasformato il paradiso.
Vago come un disperato chiedendomi se abbia sbagliato aeroporto d’arrivo, quella non è Corralejo, non è quella che ricordavo, devo essere sceso alla stazione sbagliata, allegoria di una vita nella quale la cosa non sarebbe per nulla sorprendente, tra l’altro.
Lascio la via principale, le zone dei ristoranti, la folla, decido che devo entrare nell’ultimo posto in cui entrerebbero i milanesi e così vago per un’ora cercando il meno visibile, meno in luce, meno tavoli, meno tutto, lo trovo, osservo la sala fatta di tavoli disabitati inscatolati in una scenografia teatrale satura di luogo, i clienti tutti fuori in uno spazio saturo solo di forestieri che fanno da scenografia ad altri forestieri, inglesi che hanno italiani come sfondo che hanno tedeschi come sfondo, dentro c'è Corralejo e chi è andato a Corralejo non ci si tuffa dentro, sono pazzi ma nell'esser pazzi sono la mia fortuna, realizzo in un istante che quella scenografia sarà tutta per me, penso “l'ho trovato” e mi ci tuffo, chiedo se posso sedermi e un “Sì mì amòr” detto da un maschio arcobaleno modello respingi-ganassa milanese mi fa capire in un lampo che sì, è questo e questo sarà da quella sera in poi, non cambio nemmeno se mi invitasse a cena Re Juan Carlos in persona.
Il luogo che se gestito da milanesi si sarebbe chiamato Iron Dinner Boombastic Power si chiama Casa Domingo perché ti senti a Casa e perché è di Domingo, olè, per il superfluo citofonare Cumenda a un paio di cento metri da qui, qui non ci sono cumenda ma un tizio un po’ particolare con dei modi di fare che in ruvidezza compensano la quantità di maschio che manca a Mi amòr, un equilibrio pittoresco che giorno dopo giorno sento bello come fosse un film di Fellini, o i Lemmon e Mattaw de La strana coppia, sono amici e lo capisci perché urlano in faccia a chiunque tranne a loro stessi, abitano lo stesso metro quadro riuscendo a non ostacolarsi mai, cosa che riesce solo a chi ha avuto il tempo che serve per sincronizzarsi la lunghezza del passo, l’estensione del braccio, la vita.
Dalla cucina la parte donna del locale urla numeri di tavoli, scoprirò essere la moglie di Domingo ma ci sarei potuto arrivare per deduzione, è chiaro che una che ha sposato un tizio così detonante non può che essere la sua compensazione femminile, una che dalla cucina organizza pure la sala senza mai metterci piede né soltanto sporgersi, volano piatti che atterrano tutti sulla pista giusta perché è lei che la urla e la cosa stupefacente è che in una frenesia che sembra funzionare solo se nessuno sposta un cucchiaino riesce a inserire anche gli imprevisti e le necessità senza che l’ingranaggio del prima e del dopo subisca il ben che minimo cambio di programma, i milanesi un orologio così perfetto e insieme caotico non sarebbero capaci di farlo funzionare nemmeno dopo vent’anni di tentativi, anche loro urlano ma senza motivo se non il far sapere al Bepi che sono taaaaaaanto felici di vederlo, la differenza tanto sottile quanto definitiva.
Con una sequenza che sembra casuale ma nel corso dei giorni scopro essere puntuale come il tizio che ne Il Ciclone entra tutti i giorni alla stessa ora nello stesso negozio urlando “Checcell’hai’n’gratt’evvinci tee?” è un via vai di amici o wannabe tali, entrano tutti correndo per salutare urlare entrare da un porta e uscire da quella opposta riuscendo lungo il tragitto a raccontare cos’hanno fatto cos’hanno visto cos’hanno detto bersi il bicchiere che Domingo o la moglie lanciano loro tipo borraccia ai ciclisti sulla volata e tutto senza mai fermarsi nella traiettoria proiettile che dentro li ha sparati e fuori li spara senza soluzione di continuità, tutte le sere gli stessi, è un film al quale assisti come un bambino in un negozio di caramelle perché non ci credi che ‘sto presepe vada realmente in scena ogni sera così meravigliosamente uguale a se stesso.
Quello che per chiunque sarebbe un posto di matti mi appare come il posto più affollato di gente normale in cui sia entrato da quando sono sbarcato chissà dove certo non a Corralejo, mi guardo intorno e sui muri foto di Corralejo trent’anni fa, di quelle che nelle trattorie nostrane più accoglienti ti mostrano com’erano le pareti quanto intorno e attraverso ci passava un treno, un fiume, un gregge di pecore, mi riportano nel qui e ora che pensavo di aver perso, non sono a Milano Marittima, non ero sceso alla stazione sbagliata, sono arrivato alle Canarie, finalmente, munitevi di fiamma ossidrica se volete staccarmi da ‘sta sedia, ogni sera sempre la stessa, sono un abitudinario, un punto fermo in più e Nicholson di "Qualcosa è cambiato" al mio confronto sembrerà uno sano, non mi basta la stessa stanza, ho bisogno proprio dello stesso metro quadro, per undici mesi l'anno non dormo mai più di cinque giorni consecutivi nello stesso letto e non mangio mai più di tre giorni consecutivi alla stessa tavola, come spiegare che dormire e mangiare per dieci giorni in piedi sulla stessa piastrella è la più necessaria forma di libertà della quale come tutti ho bisogno quanto l'ossigeno, per dieci giorni non toglietemi le mie piccole certezze, la mia bussola, il mio fondale, i miei suoni e il pulpo a la gallega più buono del mondo o sostituitemeli con qualcosa di più bello e mentre penso che qualcosa di più bello di quel qui e ora non ci sia, qualcosa di più bello portata dalla polvere di Campanellino compare.

Mi chiede in spagnolo cosa desidero e l’unica cosa che in quell’istante desidero è sfoggiare lo spagnolo migliore che ho, che non sapendolo nemmeno per idea si riduce a essere l’ultima lezione di conversazione appresa che, cronologicamente, è quel “mi amòr” di pochi minuti prima che in quel momento starebbe come l’Yin sullo Yang ma capisco non essere decisamente il caso, non foss’altro per evitare che la seconda lezione di conversazione nel giro di dieci minuti sia il capitolo Insulti che prenderei più o meno palesemente ma certo meritatamente.
Capisce che sono stupido italiano e estrae l’accento più familiare che potessi immaginare, Torino.
Si chiama A e non poteva essere milanese, non l’avrei trovata lì ma in tutti gli altri dai quali sono fuggito.
È italiana in un presepe altrimenti interamente spagnolo e allora è ciliegina che veste la torta e non viceversa come in tutti gli altri posti, si può fare, è ok.
La velocità è tarata su quella di tutti gli altri che le stanno sopra ma non su quelli che le stanno a pari, questo la rende timoniere nella sostanza pur se dipendente nella forma, è l’estensione di Domingo, i suoi pari prendono tre comande nel tempo in cui lei ne ha prese trentasei e risolte le altre cinquanta che i pari hanno incasinato, il meglio che possa capitare loro è guardarla e imparare, il peggio è mettersi lungo la traiettoria e ostacolarla mentre lei li salva da loro stessi.
Domingo monitora e negli occhi ha ogni singolo centimetro delle traiettorie, tutti in fila a formare il metro che misura la lista di quelli che deve aver cacciato nel tempo o mandato in cura per esaurimento, lei la guarda come fosse un compasso, un laser, il giorno che lei gli dirà che la sua strada riprende a camminare verso un qualsiasi altrove lui in risposta metterà sul banco una valigia di soldi e un libro di preghiere scritto da lui medesimo quando la stessa per lui drammatica frase se la sentì dire da Desireee, familiare italiana che mi è stata amica per dieci giorni e per mille altri giorni lo sarebbe stata se vivessimo nello stesso angolo di mondo e l'ho capito quando al mio racconto del lavoro mi ha fatto l'unica domanda che chi è capace di guardare dentro le persone sa fare caricando- puntando-fuoco: "Ne è valsa la pena?" implacabile proiettile che solo chi ti ha già percepito in un vicolo cieco sa spararti sapendo che di quel vicolo non ne avrebbe la responsabilità perché è da lì che arrivi quindi che vuoi... preghiere che deve averle offerto in ginocchio quando se ne andò e hai voglia a pensare che lei romanzi quando ne raccontò la disperazione al suo "Ciaone Domì", l'ultima sera una birra insieme e quella disperazione è andata in scena pure maggiore, quando lui guardandola, e in uno spagnolo così disperato che l'ho capito persino io perché ne ho ascoltato gli occhi e quelli sono esperanto bimbo bello, vedendola entrare con me in una serata in cui altre sei ragazze in sala non sarebbero bastate le ha messo sul banco l'osanna di un immaginario implorante contratto della durata di ore due con scritto solo "Mi servono proprio altre sei in sala, metti sei firme qui e salvami" e lei, ah la bellezza del sapersi dalla parte di chi può dire sì perché può dire no, fa quello che solo i grandi fanno e quindi estrae altre dieci braccia e risolve tutto il risolvibile nel tragitto della traiettoria da punto 1 lì e adesso e punto 2 a casa da amore Fabio, Domì quella è arte, t'ha detto sì ma in un modo che non ti permetterà di chiederglielo una seconda volta, applausi.

Lungo le sere il dialogo con A aumenta di tutte le parole che riusciamo a scambiare, che in un ingranaggio come quello significa che la prima sera abbiamo parlato sei secondi, la seconda sera dieci, la terza quindici, torno con la sensazione di conoscere una persona con la quale in una settimana ho parlato un totale di due minuti e mezzo non consecutivi e certamente non spontanei né, quindi, reali.
Questo perché ti fa sentire speciale facendoti sempre percepire il confine oltre il quale ci sono quelli speciali davvero tra i quali non ci sei tu non perché non ci sia tu, ma perché non c’è nessuno di quelli incontrabili al tavolo di un ristorante al quale deve avvicinarsi perché pagata per farlo e basta questo per sapere che delle tre categorie di italiani residenti, che per sintesi offerta dall'amica Desireee sono Quelli che sono andati lì per vivere senza lavorare, Quelli che sono andati lì perché la finanza in Italia vorrebbe fargli due domande su come abbiano fatto a fare una certa vita dichiarando un certo lavoro e Quelli che vanno lì perché sanno che per imparare a vivere senza lavorare devi prima imparare a lavorare, lei è della terza.
Perché solo chi sa fare bene il mestiere del contatto col pubblico sa mettere in scena quel gioco delle parti che funziona solo se nel perfetto equilibrio di un tacito accordo: essere cliente significa sapere che sei speciale in un modo in cui smetti di esserlo nell’esatto istante in cui esci da quella stessa porta che speciale ti aveva reso, essere chi ti gestisce significa far sì che te lo ricordi da solo, unico modo per arrivare a meta attraverso il sorriso, l’unica cosa che un cliente chiede insieme a un buon pasto.
Sei speciale nella piena consapevolezza di non esserlo nemmeno di un grammo e certamente non più, né meno, di quanto lo era chi è sedeva allo stesso tavolo prima di te e lo sarà chi ci siederà quando tu lo libererai, signori: in scena il saper lavorare.
In quei lampi di pur artificioso essere speciali riesco a stimare impacchettate nella metà dei miei anni il doppio delle cose da raccontare ai pochi ai quali avrà dato accesso a quel confine oltre il quale i due minuti e mezzo di parole a settimana secondo me sempre due e mezzo sono, ma in quel caso sono consecutive perché reali, piene, emotive, necessarie, chi ha bisogno di una sola in più per capire quelle centellinate quindi scelte una per una non si troverà un seconda volta nella fortunata posizione di chi è stato eletto destinatario, amico compagno o famiglia che sia.

Il gioco delle parti si inverte quando le pareti intorno scompaiono e la tentazione all’abuso dell’accordo mette me nelle condizioni di dimostrare che anche essere clienti richiede capacità e attenzione, esperienza.
Per il lavoro che faccio la mia è fatta di anni ad essere anch’io obbligato a essere gentile, a mangiare con, dormire con, parlare con, dividere il mio tempo e il mio spazio con persone con le quali oltre quella porta non parlerei, non mangerei, non dividerei altro che il diritto alla libertà permessa dal rispetto del confine di quella altrui.
L’occasione mi arriva quando la incontro per caso in spiaggia con il suo ragazzo, sono così giovani e liberi che in quell’istante ho davanti il senso dell’essere speciali nel senso reale del termine, il caso mi ha mostrato cosa ci sia oltre quel confine del quale io ho visitato solo uno dei due lati e mi ha detto scegli, puoi scavalcarlo in questo esatto istante, non ci sono pareti né tavoli e come chiavi di accesso hai parole di libri, di città natali, parole raccolte nei due minuti dei giorni precedenti.
Ma essere bravi clienti significa prima di tutto sapere che quel confine non si oltrepassa perché non è reale, quelle chiavi fuori da quelle mura si dissolvono, l’accordo prevede il rispetto di una cosa in cima a tutte e cioè il confine che separa i due mondi, quello in cui c’è l’obbligo e quello in cui c’è la libertà.
Io sono un cliente quindi l’obbligo, il mondo privato o è offerto o è estorto, così faccio finta di non vederli per non imporre l'obbligo di un teatro fuori sede, mi sposto, mi faccio trasparente, c’è un solo modo di essere un bravo cliente ed è quello in cui non ci si dimentica mai che ci sono chiese nelle quali il silenzio va garantito fuori prima che dentro.

Assenza di libri cartacei e un problema di batteria al tablet mi mettono a rischio l’unica attività che mi rende vacanza la vacanza, risolvo comprando sul posto un e-reader in un negozio di cose usate gestito, savasandìr, da un italiano.
Dopo sei secondi di parole il misuratore di persone che è in me mi stima uno che fa parte della seconda categoria di italiani residenti, con la differenza che quelli che vorrebbero fargli qualche domanda hanno sì la divisa ma non è quella della Finanza, affari suoi, io ho il problema di leggere lui ha la soluzione e tanto basta per uscire da lì con il mio lettore nuovo come solo un lettore usato sa essere e finalmente andare di nuovo a cena con Erri, Mauro, Eshkol.
I sei secondi di parole della terza sera A li usa per chiedermi come sia leggere in digitale, per dirmi della sua passione per la lettura e della sua mancanza di un lettore come quello.
Finita la cena esco e mentre cammino realizzo che ad avere il problema di leggere ora è lei e ad avere la soluzione ora sono io e tanto basta per decidere che se il destino l’ha fatto trovare a me allora lo stesso destino lo ha fatto trovare a lei, quel libro-non-libro sull’isola era e sull’isola dovrà restare, l’accordo è che sia una vendita così che non sembri il gesto di un uomo che vuole barattarlo con il passaggio oltre confine.
Il primo ebook crossing della storia dei book crossing, io ne posso avere un altro domani lei no e allora sia quello al solo patto di lasciarmelo fino alla partenza quando concluderemo la vendita; per soddisfarle un desiderio ho appena creato in una donna quello di non veder l'ora che me ne vada, i bonzi hanno meno istinto suicida.
In cambio ricevo il primo sorriso reale della settimana, vuol dire che il problema era vero e vera è stata la soluzione.
Quando sorride reale diventa per un solo istante reale in assoluto e per un lampo bella a un livello che non aveva raggiunto in nessuno dei secondi delle cene precedenti, nei quali pure era bella in una maniera così inconsapevole e insieme spontanea che di vera e propria mina vagante capisci trattarsi.
Una bellezza con la quale ancora non ha la dimestichezza che solo l’età concede e lo capisci da quanta cura mette per evidenziarla, segno che la stia addirittura sottostimando con l’inconsapevolezza tipica di chi per età ne ha vissuto solo gli estremi e non ancora i punti medi che sono quelli realmente preziosi.
Una non dimestichezza che è fortuna prima di tutto degli uomini che incontra, perché quando l’età le darà la consapevolezza dell’esatta misura farà il salto tra l’essere bellissima e l’essere definitivamente femmina, due condizioni così distanti che sembrano appartenere nemmeno allo stesso pianeta, e a quel punto la mina vagante esploderà ovunque si trovi facendo vittime nel raggio di uno spazio misurabile in chilometri e in anni riempito dalla lista degli uomini che come Medusa si sbricioleranno in argilla al solo incrociarne lo sguardo.
Quando quella lista sarà più lunga di quella degli uomini che per lei saranno pronti a qualsiasi follia, allora la farfalla sarà completa e si salvi chi può.

Una sera la Domani Femmina veste un top nero modello “Se ogni tanto mi guardi anche negli occhi, grazie” che la Giovane Bellissima sceglie di giustificare, decide di usare due dei cinque secondi serali per dirmi che ha caldo in una serata che calda non è, quindi i casi sono due: o non sa cosa dire o sa esattamente cosa dire.
A tenermi solidamente nella fascia di rispettosa distanza fin dalla prima sera l'idea che non possa avere più di venticinque anni, ma essendo evidente l'averli vissuti a dir poco pienamente uno per uno non può che essere la seconda.
Perché non conta che tu abbia pensato che quel top sia stato indossato per te, conta che potresti pensarlo perché sei un uomo e l'uomo è quell'animale convinto che il sole giri sempre e solo per lui, la Bellissima lo sa e se non l’hai fatto ti ferma prima che tu lo faccia: l'arco "ho caldo" scocca la freccia "non è per te" che passandoti da parte a parte, il cuore o i polmoni a seconda del tuo aver o meno fatto quel pensiero, ti inchioda alla sedia.
Se l’avevi pensato te ne incenerisce il presuntuoso slancio se non l’avevi pensato fa sì che non arrivi a farlo, entrambi i bersagli centrati dicendo col sorriso una frase che non c’entra né con la prima né con la seconda ipotesi e se per istinto le colleghi a una qualsiasi delle due allora vince ancora di più lei perché vuol dire che ti ha beccato, tutto in un semplice “Ho caldo” che se non rischiassi di apparire completamente impazzito meriterebbe che mi alzassi in piedi ad applaudirne la chirurgica perfezione in standing ovation.
Quando stai un metro avanti ai pensieri degli uomini che loro nemmeno hanno ancora fatto e glieli crei al solo fine di disinnescarli, tu sei pronta per vincere qualsiasi battaglia.
Piccolo tesoro, quanti ne hai dovuti schivare in così pochi anni per essere diventata capace di essere più uomo di un uomo.
Risolto il Quesito della Susy e ringraziato come ogni sera chi merita di essere ringraziato e cioè tutti, lascio il posto al prossimo solitario cliente al quale auguro la stessa capacità di gioire dell'impossibile e porto il me stesso abitudinario nel posto dove ogni sera viene saziata anche quella parte di me che ha bisogno di commuoversi davanti alle curve di una chitarra.

Al Chablis la seconda sera in cui sono entrato l’inglese dietro il bancone aveva già in mano la bottiglia del whiskey che avevo preso la sera prima, le milanesi con il culo di porcellana dovrebbero seriamente considerare l’idea di farsi un mesetto da lui per imparare cosa significhi lavorare dietro un bancone.
Entro e vado diretto al bancone attirato solo dall’essere un locale di inglesi per inglesi, fattore rischio incontrabilità italiani prossimo allo zero e portato a uno solo grazie alla mia presenza, ma io il rischio di incontrarmi l’ho già risolto da anni quindi il posto è eletto pub di riferimento per il resto della settimana.
Mi siedo e con la leggerezza di chi guarda il musicista immaginando l’ennesimo karaoke di ogni pub del paese con più pub dopo Dublino mi preparo ad un ascolto un po’ buttato lì, tanto per finire il bicchiere e andarmene in hotel a darmi la buonanotte e una pacca sulla spalla per l’ennesima giornata felice.
Dopo qualche arpeggio che già di suo aveva attivato la lucina “ohibò questo non è un karaoke” inizia la parte cantata e con la velocità e la precisione di un rasoio vengo sezionato da parte a parte da una voce che ferma il mondo.
Chiedo al padrone se vendano la sua musica cioè non una sua generica ma quella proprio quella, alla risposta negativa decido che chiederò direttamente a lui e alla prima pausa lo raggiungo fuori per chiedergli dove si possano comprare tutti i suoi dischi.
Dopo avermi misurato e comunicato che preferisce parlarmi in italiano, si presenta croato e mi dice che non vende perché odia la musica odia le persone odia Corralejo odia tutti e tutto quindi odia pure quelli che vendono la musica che suonano, se provo forse in rete qualcosa da qualche parte si trova.
È visibilmente ubriaco e nemmeno lo nega, ubriacarsi ogni sera è l’unico modo per sopportare una vita che odia in un luogo che odia con persone che odia.
Ci sta, il personaggio del maledetto è un cliché che funziona sempre e se il risultato è quello in cui trasforma l’aria quando torna su quello sgabello a suonare allora viva viva l’odio per tutti e tutto, che l’inferno interiore produca stelle danzanti del resto è cosa così nota che sta pure sulle magliette motivazionali euro due in saldo.
Gli chiedo se posso almeno registrarlo per poterlo avere nel telefono da ascoltare come l’avessi comprato, acconsente dicendosi lusingato e mi promette che mi suonerà un De Gregori solo per me perché tanto tutti gli altri, che ci tiene a ricordarmi odia, vogliono solo musica di merda e certo non gli può fare De Gregori.
Azzardo per azzardo gli dico che se con quella chitarra e quella voce mi regala “Pezzi di Vetro” io in cambio gli regalo tutto quello che ho, mi estrae un repertorio un po’ più classico ma la delusione non è proprio tra le emozioni in catalogo in quelle sere quindi grazie comunque Bole e poi De Gregori nei classici è comunque quello de “La donna cannone”, una volta in più ad ascoltarla è sempre e comunque una volta in più a volare senza ali e senza rete oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro per buttare questo mio enorme cuore tra le stelle.
La dedica c'è ma è il Cocciante di Bella senz'anima, Bole sì anch'io sono stato macerie e in parte ancora lo sono, vai pure con quella, ché alla fine ci siamo capiti.
Chiedo il calendario della sua settimana perché voglio andare a sentirlo ogni sera, la differenza tra uno stalker e uno semplicemente bisognoso di abitudinarietà e insieme incapace di staccarsi da quello che mi spacca dentro la musica dal vivo non credo arriverò a dovergliela spiegare o nel caso sarò più ubriaco di lui quindi troverò le tre parole necessarie, mi dice che non si può perché alcune sere sono private quindi toccherà alternare quando passa dal pub e pub sia.
L’ultima sera decido di celebrarla da lui che poi significa con quelle sue sei corde più le due che ha in gola in tutto una chitarra a otto corde, coronamento di un viaggio che più ricco di bellezza di questo non potevo davvero immaginarlo, A in maniera inattesa e per motivi che non ho il tempo né basi per interpretare mi ipotizza tre secondi extra mura per un saluto fuori dal confine del dovere, tre secondi che alla fine non accadono e va bene così, l’accordo prevedeva che uscire da quella porta equivalesse a dissolversi e dissolvenza in uscita sia, faccio video e so che anche in quei due secondi c’è la differenza tra un bel racconto e un prodotto su commissione, ho l’età giusta per sapere e vivere di conseguenza, non si cambia teatro per un’opera che bella lo è stata perché svolta in quello e solo in quello, è stato bello pensarlo possibile anche solo per qualche secondo ma il pianeta sul quale possibile lo sarebbe stato davvero non è questo.
Finisco la serata con Bole e i suoi amici più ubriachi e fatti di lui, si parla di musica e di amore per la, dopo dieci giorni il mio inglese è tornato fluido quanto il quarto whiskey che devo per forza bere perché quelli sono croati e gli italiani, l’ho imparato viaggiando, o li dissetano o li menano, non accettare è peggio che rifiutare un caffè a Palermo.
Non vorrei essere altrove ma so che da lì a poco sarò altrove e lo so in italiano e in inglese, non ancora in spagnolo.
Ho due mesi per imparare a dirlo in spagnolo, quelli che mi separano dal prossimo volo già preso per il prossimo ritorno, due mesi nei quali l'amica mi troverà quello che al prossimo giro sarà il passo successivo all’hotel e cioè un appartamento tutto mio.
Mi si chiede “Temporaneo?” rispondo “Non escludiamo nulla” mi si dice “Allora passiamo dal canale residenti e non da quello per turisti” rispondo “Ecco facciamo che passiamo da quello”.
Passi di bimbo, per chiudere il cerchio delle citazioni cinematografiche.

"Vacanza" è quando vai da qualche parte... e non ti fai più rivedere.
Forrest Gump

2 commenti:

  1. La prossima volta, "Bella senz'anima" fattela cantare nella sua lingua (https://www.youtube.com/watch?v=MgbuYuWuqWY) e vedi che effetto ti fa. Chè a me personalmente mi si strappano le carni tipo Richard Harris in "Un uomo chiamato cavallo" ma è colpa del mare profumo di mare, della voce di sirena dell'Adriatico, della nonna che giàssai.

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    1. un vietnamita ascoltato in un italiano con accento croato scovato per caso in un'isola spagnola sull'oceano africano, scopro sembrare un francese a la Asnavour quando cantato in croato rele e lo scopro perché la mia lettrice con i passati croati torna a salutarmi in un post nel cui titolo si cita Bari.
      Quant'è bello il mare, eh? Quanto?
      E così ti cito pure Flounder e anche la perla amore l'abbiamo messa nel filo, toh.

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