14 novembre 2010

Fate ciao ciao colla manina

Con lo stesso spirito con il quale la salutò lei:

"Stai tranquillo amico.
A Milano ci si sta un certo tempo, a scontare gli errori."

E. Cavazzoni - Cirenaica



C’è un post che sono tre anni che attendo di poter scrivere, un post che ho scritto innumerevoli volte nella mia mente, ogni volta diverso a seconda del punto in cui mi trovavo di questi tre anni e di tutto ciò che sono stati.
Questo post.

Quando lo scrissi la prima volta nella mia mente, tre anni fa, questo posto era completamente diverso, un posto nel quale chi veniva sapeva di trovare le riflessioni che raccontavano ogni mio passaggio, motivo per cui la prima volta che lo scrissi nella mia mente la scrittura risentiva di quell’impostazione, difficile da abbandonare, che vedeva nel mio lettore l’interlocutore intimo al quale offrire il senso più profondo delle (mie) cose o comunque quello che a me tale appariva.
Tre anni dopo sono cambiate molte cose, prima tra tutte questo posto, ormai ridotto a semplice lavagna sulla quale appuntarmi superflui e spesso banali pensieri sulla parte superficiale del mondo, anche del mio mondo.
Non il risultato di una progressiva involuzione, ma di una scelta precisa di un istante preciso di tre anni fa, non del tutto consapevole e volontaria ma in quel momento ai miei occhi l’unica che mi permettesse di offrire in dono, a chi me la suggerì, una prova.
Quale che sia il motivo di quella scelta e quali che siano state le conseguenze di una prova vanificata dalla storia, la realtà è che tre anni dopo quella scelta mi ha restituito un posto nel quale non ci sono più i linguaggi, in parte nemmeno più gli interlocutori, che avrebbero permesso a quel post iniziato tre anni fa di concludersi oggi con la medesima forma.

In questi tre anni le centinaia di post che nei precedenti avevano riempito la mia presenza in rete si sono trasformati in lunghe chiacchierate nella mia vita reale, di coppia con la persona che mi sta accanto, di gruppo con i pochi amici rimasti dopo che il reset virtuale diede il via anche a quello reale altrettanto sbagliato, solitarie e intime con quel me stesso che stava portando avanti quella che per la prima volta aveva davvero le sembianze di una scelta netta e definitiva: avrei ricominciato da tre o, forse è più appropriato, sarei ricominciato da tre.
Non da zero, perché secondo la nota teoria non è necessario partire da zero quando qualcosa di giusto lo si è fatto, lo si è avuto; da tre, il mio tre.
Qualcuno di voi questa scelta me la sentì comunicare tre anni fa, seguita dalla preghiera (più che soddisfatta) di riserbo, e forse tra quel qualcuno ci fu anche chi la interpretò come quel “mi taglio i capelli” con i quali spesso si crede di compiere chissà quale rivoluzione, chissà quale taglio con il passato, un qualcuno che concedendomi il beneficio del sostegno mi risparmiò la realtà di un giudizio disilluso dalla consapevolezza che le persone in grado di lavorare anni a una scelta solo perché la si considera giusta sono realmente troppo poche per pensare di averne davanti una o disilluso nei confronti delle possibilità di soluzione generata da una scelta pari al cambio di guardaroba, di abitudini, di posti frequentati, di amicizie.
Era di più.
Io parlavo di una seconda vita, una seconda occasione nel significato più vero del termine.
Modificare la propria vita significa protrarre la precedente, pur diversa nella forma.
Quello di cui parlavo io, quello che in un istante sentii come l’unica via possibile, era la costruzione di una seconda nascita, possibile solo attraverso la morte della precedente.
Negli ultimi tre anni ho lavorato a questo, alla morte della precedente.
Una morte necessaria, perché tra le realizzazioni giunte insieme a quel barlume di raziocinio che qualcuno chiama maturità o età adulta, una delle più grandi e complicate da maneggiare è stata la presa d’atto del mio non essere in grado di disporre del mio tempo, del mio corpo, del mio spazio.
Qualsiasi nuova via percorsa vestendo quello stesso corpo e quella stessa persona, non avrebbe potuto rivelarsi, prima o poi, che una diversa forma della stessa indisponibilità, riportandomi al punto di partenza in maniera a quel punto definitiva e, poiché lucido, fatale.
La persona che sono stato era una persona che per ogni passo che pensava di voler compiere aveva davanti due e solo due possibilità: farlo senza preoccuparsi dei morti intorno, oppure preoccuparsi dei morti intorno che, in quanto inevitabili, si traducevano nell’unica scelta possibile e cioè nel non fare il passo.
Questo ha fatto sì che per ogni mia scelta ci siano stati morti intorno, che io la facessi o meno per salvarli, e per ogni vita salvata ci sia stato il sacrificio di me stesso, che io lo facessi o meno per salvarmi.

La felicità non mi appartiene, il treno è stato perso parecchi anni fa ed è uno di quelli che non ripassa, a dispetto delle varie teorie di santoni e motivatori vari che ti insegnano che c’è sempre e basta un click o un giro di ballo o una tavoletta di legno rotta con la fronte.
La felicità è il risultato di un lungo e complicatissimo intreccio di passaggi inevitabilmente concatenati, di un processo che se non parte in un determinato momento della propria vita, e stiamo parlando di quando si va in giro a citofonare e fare le pernacchie a chi risponde, non può ripartire più se non sotto forma di surrogati di vario genere, il più delle volte tenuti lontani dall’onesta analisi per non essere costretti a prendere atto del bluff e soprattutto della sua funzione.
Questa è una condizione con la quale ho da tempo fatto i conti e della quale non incolpo nessuno se non il caso.
C’è chi è stato dotato di ogni necessario passaggio del processo di costruzione della felicità e chi no.
Non c’è dramma in questo, non c’è colpa, è semplicemente la propria storia, l’unico bagaglio del quale non c’è modo di privarsi per quanto pesante sia.
Prendere atto di questo non impoverisce la propria speranza, ma la rende addirittura migliore perché permette di non dedicare più alla ricerca della felicità quel tempo infinito che viene sottratto alla seria conoscenza di cosa sia la felicità, impedendoci di riconoscere che quello che ci viene detto essere un traguardo raggiungibile e quindi un elemento esterno a noi che siamo solo l’elemento che verso quel secondo si deve spingere, è in realtà un aspetto di sé stessi che, in quanto tale, non bisogna essere in grado di raggiungere, ma di generare.
Non si raggiunge la felicità; si genera la felicità o non la si genera.
E se la si genera è perché ogni passaggio di quella catena necessaria per fornire gli strumenti è stato fatto nel modo giusto e nel momento giusto, non si possono sostituire o replicare né il primo né, tantomeno, il secondo.
Se non si è avuta la possibilità di fare l’intero percorso di costruzione non della felicità ma degli strumenti per generarla, il suo inseguimento potrà solo portare a un’intera vita dedicata alla posticipazione della presa d’atto del inevitabile fallimento unito, a quel punto sì, alla propria responsabilità.
Ci sarà anche qualcuno, e io ne ho incontrati a decine, che potrà generarne un surrogato, un qualcosa che visto da fuori ma anche da sé stesso ne abbia le sembianze, ma a quel punto scoprirà che tra gli strumenti necessari non c’erano solo quelli per generarla, ma c’erano soprattutto quelli, ben più complicati, necessari per mantenerla e maneggiarla.
E quella sì che è prerogativa di persone rare.
La mia storia di costruzione di quegli strumenti si è interrotta troppo tempo fa e troppo radicalmente, per pensare che possa essere alla mia portata, ne ho preso atto e mi sono sentito incredibilmente più leggero perché finalmente privo dell’ansia di destinare ogni mio singolo giorno alla costruzione di una cosa che non solo non avrei mai potuto generare, ma soprattutto che mai sarei stato in grado di maneggiare.
Ma c’è ancora qualcosa che può portarmi là dove le persone possono compiere passi e quel qualcosa è il passo precedente alla felicità, dai più generalmente bypassato per fretta: la serenità.

Negli ultimi tre anni ho lavorato per separare nettamente la percezione della felicità da quella della serenità, ad una superficiale analisi, quella nella maggior parte dei casi scelta per opportunismo e sopravvivenza, troppo facilmente interscambiabili nei contorni e nelle manifestazioni tangibili.
Le ho separate perché giunto alla conclusione che con la felicità, quando fasulla, non si è in grado di sopravvivere all’interno di una rete di persone serene se non spendendo l’intera vita in simulazioni via via più faticose e rese inevitabili dalle precedenti.
Al contrario con la serenità è possibile accomodarsi all’interno di una rete di persone felici, senza vivere la distanza né il diverso stato come fosse un gap da colmare e il colmarlo l’unico fine del proprio vivere quotidiano.
Ho scelto di uccidere quello che inseguiva e narrava la felicità come fosse la cosa a lui più abituale senza la consapevolezza e l’onestà necessarie per rendersi conto di quanto maldestro apparissi, per rinascere come colui che non vuole più essere felice perché consapevole che non può, ma che vuole e può essere sereno.
Da tre anni lavoro a questo, alla serenità che posso generare per me prima di tutto e per chi mi sta intorno in un secondo momento.
E per generare serenità il presupposto fondamentale è l’eliminazione dell’ansia, dell’ansia di non dirsi sbagliati, fallati, monchi, non risolti.
O dell’ansia del suo opposto, del dirsi eccessivamente sbagliati, perfettamente consapevoli delle proprie falle, padroni persino della propria condizione di non risolutezza.
Entrambi bluff.
Maneggiare la maschera del felice quando non risolto è opera falsa quanto lo è il dirsi capaci di identificare al punto di maneggiare con consapevolezza la propria inadeguatezza.
Mi sono scoperto non risolto, fallato, profondamente segnato dall’assenza degli strumenti necessari per portare in giro e convivere fianco a fianco per l’intera vita con una persona come quella che vesto.
Forse più che scoperto sarebbe più giusto dire ammesso, ché certe cose ciascuno le conosce più che bene anche se non se le dice mai.
Ho ucciso quello che sulla negazione di tutto questo aveva fondato l’intera sua vita fino a oggi.
Quello che mi manca adesso, ciò che sarà la mia nuova, è la strada per imparare a maneggiare una persona per maneggiare la quale servono strumenti che non posso andare a pescare in quel percorso che ha generato la precedente.
Serve rinascere su un percorso diverso che, in quanto nuovo, non è e non può essere già nelle mie disponibilità.
Per fare questo devo rinascere dove una delle mie più grandi falle, l’assenza totale di appoggi e sostegni sui quali contare quando non sai dove girarti, quando non sai cosa è giusto e cosa no, trovi una prima immediata risposta.
Perché ripartire significa sbagliare, forse tanto.
Ma significa sbagliare come via necessaria per selezionare ciò che è giusto.
Un giusto che sarà nuovo tanto quanto nuovo sarà l’eventuale sbaglio e per questo entrambi avranno bisogno di cuscini sui quali cadere, cuscini che non posso più essere io perché per essere i cuscini che attutiscono le conseguenze dei propri sbagli bisogna essere risolti al punto che non se ne commettono più.
Il cane che si morde la coda non mi inganna più, se fossi capace di aiutarmi, non sarei quello che mi genera il bisogno d’aiuto.

Quello che io chiamo il “progetto esistenziale milanese” si chiude qui perché fallito.
Potrei protrarlo all’infinito e renderlo persino credibile, a me stesso prima di tutto, invece si chiude qui.
Potrei essere uno dei tanti milanesi frustrati e irrisolti che scappano ad aprire il famoso chiosco di cocco in Jamaica.
Potrei ribaltare la mia vita professionale, quella privata, quella sociale.
Potrei fare cento di queste cose per provare ancora una volta a rendere migliore quel progetto solo per non riconoscerlo definitivamente fallito.
E invece ho scelto di chiuderlo per rinascere altrove, portandomi dietro quello che di buono ho fatto, per esempio quel professionale per poter spostare il quale da anni lavoro come un dannato rinunciando anche a opportunità di un certo livello solo per poterlo strutturare in modo che potesse essere spostato nel momento in cui avrei deciso ciò che da anni sapevo attendermi al varco.
Un altrove che però non può essere uno zero, perché io da zero oggi non avrei la forza di ripartire.
Torno al punto in cui mi fu scattata l’ultima foto nella quale apparivo sereno, a quel 1978 nel quale il mio percorso venne interrotto per sostituirlo con un nulla di fatto che interruppe la prosecuzione della costruzione dell’uomo che avrei avuto tutte le possibilità, e forse anche il diritto, di essere.
Non per rivivere il passato, ma per non continuare a vivere un presente che della negazione di quel passato ha dovuto fare urgenza che ha cannibalizzato tutto il resto necessario.
Per avere la possibilità di costruire un futuro, pur monco, ma appoggiato su quella parola famiglia che per chi ne dispone finisce sempre col non voler dire quasi nulla, mentre per chi ne è stato privato significa ossigeno.
La mia storia milanese diviene parentesi tra un prima sereno e un dopo possibile, possibile solo se la parentesi si chiude qui, in un’età che può essere ripartenza solo se a seguito dell’uccisione del milanese che oggi conosco come quello che non avrei voluto essere, mi fosse stata data la possibilità di scegliere.
Si chiude la parentesi trentennale milanese e si riprende il discorso dove era stato interrotto, in quella Torino che io stesso mi sono fatto andare di traverso per tanti, troppi anni, per non dirla radice tagliata di netto.
Torno al punto tre.
Tre di famiglia, tre di origini, tre di rete affettiva solida e capace, tre di discendenza paterna la cui esplorazione riempirà i miei prossimi anni finché anche quel percorso non saprà dirsi risolto.
Mio padre è morto.
Per darlo per definitivo devo andare a cercarlo, altrimenti non sarà mai morto davvero e io non avrò mai un futuro.
Mia nonna è viva (e lotta con noi).
Per saperlo devo andare a vivere i suoi ultimi dieci anni di persona, davvero, accanto, non più in semestrali visite domenicali pari a qualsiasi parente lontano del quale non frega nulla a nessuno.
Il mio futuro è possibile solo se me lo insegna mia nonna, tanto quanto a cinque anni mi insegnò le uniche cose che ancora oggi mi tengono in vita, mentre la porto a fare la spesa ora che le gambe non ce la portano più e le mie stanno rintanate nella casa milanese a dirsi sufficienti per il nessun utilizzo che ne faccio.
La mia parentesi milanese si chiude qui e riapre la frase interrotta quel giorno di trent’anni fa a Torino, quando la gente intorno smise di insegnarmi a vivere, convinta che avrei potuto farcela da solo aiutata anche dal mio simulare benissimo una capacità di essere uomo a dieci anni invece di essere quel bambino che aveva bisogno di imparare ad esserlo a quaranta.

Ci ho messo tre anni, perché Bruno che torna a vivere a Torino non è come Pippo che si trasferisce a Roma.
È di più, è la catastrofe familiare perché è il sigillo del fallimento, la rivelazione del bluff la cui negazione è stata fino a oggi possibile per recita corale di ogni singolo elemento, primo tra tutti io.
E quando il primo attore getta la maschera e impone a tutti il riconoscimento della recita, l’inferno che gli si scatenerà addosso per impedirglielo è una cosa che solo chi mi è stata accanto può dire reale.
Da tre anni faccio argine all’inferno che mi si è scatenato contro quando ancora la notizia nemmeno l’avevo data.
Io stavo solo concedendo l’ultima possibilità di rinascere qui, l’ultima di dirci capaci di costruire un futuro utile a tutti e non solo al regista.
Hanno cercato di uccidermi, ho scelto di farlo da solo.
È probabile che loro soccomberanno sotto le macerie, è un rischio che ho messo in conto e la realtà di questi tre anni dice che è esattamente là che si avviano ad andare.
Ma mi sono anche detto che natura vuole che siano i genitori a dover costruire ed aiutare i figli a vivere e non viceversa.
Sono stato genitore per trent’anni, oggi vado a rinascere figlio per i prossimi trenta.
A voi la notizia apparirà come un post qualsiasi di uno qualsiasi che cambia una città qualsiasi.
Se solo sapeste che state assistendo alla materializzazione dell’utopia del rinascere migliori, se solo vi avessi raccontato passo per passo le battaglie necessarie, se solo vedeste dentro, lascereste oggi stesso ciascuna delle vostre città per partire con me.
Perché io in questi anni tra di voi di felice ne ho visto uno solo e non mi legge più.
Ma non lo biasimo, anch’io al suo posto avrei fatto lo stesso.

Il progetto esistenziale milanese si chiude qui.
La mia ragazza mi dice che no, che si trasferisce altrove.
Non lo so, ho già abbastanza paura della rinascita, per avere anche quella di scoprire che non lo sarà stata.
In questi tre anni ho elaborato e risolto qualsiasi eventualità, qualsiasi possibile dubbio, qualsiasi tentennamento, volevo essere sicuro e oggi lo sono.
Quello che non avevo considerato, e che come sempre avviene quando si pensa di aver valutato ogni aspetto si è puntualmente riversato addosso in un istante di difese abbassate, è l’onda di ritorno.
E stanotte ho pianto molto, perché invaso improvvisamente dalla violenza di quanto sto facendo e perché, di nuovo, non ho la certezza di essere abbastanza forte da sostenere ciò che mi sono imposto senza preoccuparmi prima di misurare bene la portata reale delle mie spalle che da trent’anni sostengono pesi ogni volta diversi ma sempre e spietatamente di massa almeno tripla rispetto alla mia reale capacità di carico.

L’onda di ritorno è sempre stata la mia unica vera nemica in ciascun passo avanti io abbia cercato o fatto in tutti questi anni.
L’onda di ritorno è una cosa che genero io contro me stesso.
Una cosa molto complicata da spiegare, prima di tutto perché io stesso ancora non l’ho compresa a fondo al punto da comprendere il perché la faccia scattare puntuale ogni volta.
Io questo so fare bene, sostenere senza tradire dolore l’onda di ritorno di ogni rescissione (non è un errore, non è recisione ma proprio rescissione) che opero.
Il dubbio che mi occuperà i prossimi anni di indagine è se l’onda di ritorno è la conseguenza di ciò che so fare o le rescissioni sono il modo per garantirmi la possibilità di fare l’unica cosa che so fare.
Quale dei due elementi è fine e quale è conseguenza.
Capire questo mi aiuterà davvero a passare oltre.

Lascio Milano perché il suo rumore di fondo è più di un semplice ricordo di una donna, perché la sua aria difficile da respirare difficile da respirare lo è davvero, ma soprattutto per avere intorno la serenità necessaria per avviare un processo di comprensione utile a risolvermi, a risolvermi davvero.
Perché sono stanco e Milano per me non può fare nulla, né io posso fare nulla per Milano.
Non ci siamo più utili a vicenda e questo è sufficiente per recidere qualsiasi legame.

La parte emotiva di questo post non è stata scritta perché non la capireste.
Vi piacerebbe un sacco il suono che le darei, ma non la capireste.

Torno a Torino, come direbbero i bambini “torno dalla nonna”.
Che poi chissà perché se è un luogo si dice “Torno A” mentre se è una persona “Torno DA”.
Vi sarebbe piaciuto un sacco il suono che le avrei dato, sì.

Ci vediamo là.

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