21 novembre 2009

Nome in codice Bozza

Il taxi svolta nella via accanto e mi lascia lì, dice che non lo lascerebbero arrivare fino all’ingresso dell’albergo.
Mi giro, vedo l’ingresso e gli chiedo se pensa che invece io qualche speranza di attraversare quella barriera l’abbia, mi prende le misure e mi risponde Non ne sarei certo.
Mentre attraverso la strada allargo le spalle fino ad almeno venti centimetri (totali), faccio scomparire il capello lungo, il jeans, la maglia di topolino, lo zaino rosso, gli anfibi, Gli Altri dalla tasca, il resto del taxi appallottolato in mano e indosso la faccia di quello col capello brizzolato, il pantalone arancione, la camicia con le iniziali, la borsa di pelle da Sto via due giorni, la scarpa da ginnastica argento, Men’s Health in mano, il resto del taxi no perché lasciato come mancia e con lo sguardo di chi, lui, chiede, a loro, perché gli ostruiscano il tappeto rosso, attraverso gli sguardi dei trenta poliziotti pagati per proteggere il mango fatto arrivare apposta dalla terra dei mango per il principe dei mango venuto lì a parlare della carenza di mango, godendomi gli sguardi immobili di chi quelli come me, in altri momenti e in altre situazioni, li sgombera ridendo ma che, lì e in quel momento, può solo levarsi dai piedi e farmi passare grazie.

Entro rimettendomi i capelli lunghi gli anfibi eccetera e mi avvio alla reception dove Simona L. mi accoglie con il sorriso d’ordinanza e mi chiede un documento, legge Bozza, allarga il sorriso fino ad almeno venti centimetri (supplementari) e mi comunica che L’aspettavamo più tardi.
Vinco il jackpot replicando Se volete aspetto fuori, è così accogliente.
La risata di Monica D., sua superiore, le comunica che può rilassarsi e ridere anche lei, ridiamo tutti e pure in meno di venti mosse, non ho bisogno di Men’s Health, al limite ho bisogno dei lacrimogeni là fuori per tenerle lontane quando faccio lo splendido, sono irresistibile.
Le allungo la carta di credito a garanzia, dandole il codice SPG.
Sta per prenderla mentre Monica D. la blocca dicendole Lui no, non serve, sono mica uno di quelli là fuori, penso, in realtà ero a full credit e l'ho scoperto al check out cazzo.
Per lei camera fumatori, Signor Bozza B, prima che chieda.
Finalmente una carta fedeltà utile anche se non buchi in autostrada o non vuoi un servizio di piatti in latex.

Salutati tutti e avvisata l’agenzia del mio arrivo, salgo in camera dove il plasma mi saluta col mio nome a 42 pollici ed esco per andare a mangiare, in un posto vicino ma che non costi troppo, che in Via Veneto è come trovare un ago in un pagliaio o un mango della terra dei manghi in ogni altro periodo, giro un po’ di menù appesi sui muri e scelgo il posto che fa per me, insalata di polipo e bistecca di tonno sia.
Entro e il cameriere quadrilingue mi guarda vestito così, con quei capelli lì, con quella maglia lì, indeciso se fare un fischio e chiamare quelli davanti all’albergo per sgomberarmi o se provare l'azzardo del pensare che se sono entrato anche se vestito da quella figura lì, forse sono un cantante di fama internazionale che gli mollerà duecento euro di mancia, in quei giorni in Via Veneto non conviene fare troppo gli snob, ché nemmeno te ne accorgi e butti fuori il principe di Pippelandia venuto a Roma a parlare di carenza di Mango ma anche a vestirsi da Er Piotta ché a casa sua mica può, sdoganato dal boss mi siedo e immediatamente vengo raggiunto dall’addetta all’acqua, l’addetto al pane, l’ha detto il capo, l'amico è ok.

Mangio leggendo il mio libro, un uomo da solo in ristoranti così che legge un libro mentre mangia porterebbe a casa pure Michelle Pfeiffer, io tutte le volte mi accontento di portarmi a casa la sensazione che mi porterei a casa pure Michelle Pfeiffer.
Mangio e leggo leggo e mangio, indeciso se chiudere di corsa e godermi il tonno o tenere duro e rischiare il vomito, mi sento molto sporco a mangiare tonno in via veneto insieme ai principi di Pippelandia leggendo quello che leggo e trattenendo il vomito, l’allegoria in scala uno a un milione delle pagine che sto sfogliando una via l’altra.
Tengo duro, quelle pagine vogliono farmi sentire esattamente così e io esattamente così mi devo sentire per capirle.
Pensavo che l’ultimo libro fosse uno dei migliori mai letti, mentre leggo questo penso la stessa cosa e vengo sfiorato dal dubbio che lo penserò di ogni libro che leggerò, perché avendone letti in vita mia cinque, quando ne leggi sei pensi di avere tra le mani dei veri capolavori e invece hai in mano solo dei capolavori come ce ne sono migliaia in giro e se solo fossi arrivato oltre il cinque lo sapresti e ti daresti una rilassata, invece di fare quella faccia lì di chi l’ha scritto ogni volta che hai in mano un libro.
Quest’accelerata è dovuta al fatto che ho pensato che con quello che mi fumo (e non rompete, su, ché abito dentro un tubo di scappamento, non ho i prati verdi quando apro le finestre ma i cavi del filobus che mi spargono metallo nei piatti ogni quindici minuti o trenta in orario notturno e quindi non rompete, su) unito a quello che dormo potrebbe venirmi un colpo domani e mi dispiacerebbe morire avendo letto solo cinque libri, dodici dei quali di mio padre (piccolo spazio pubblicità), tanto perché ci piace allargare gli orizzonti.

Penso a mio padre, mentre leggo, ogni volta che leggo.
Penso a mio padre mentre faccio qualsiasi cosa, in realtà, ma in particolare mentre leggo e in particolare mentre leggo questo libro che mi parla di guerra e di armi e di diplomatici e di sporcizia umana, in una parola di Balcani.
Io ogni tanto a cadenza trimestrale il nome Srebrenica lo butto lì, quando mi capita, anche si stia parlando di cucina, giusto perché mi chiedo perché cazzo nessuno parli mai dell’inferno che è stato quel buco nero di umanità che è (stata) la guerra dei balcani e così per vedere se la gente coglie oppure l’oblio davvero ha funzionato e mi chiedo come sia possibile che davvero tutto sia stato dimenticato, come sia possibile che tutti urlino l’allarme musulmano usando come esempio il filobus qui a milano e mai parlando di balcani, forse perché l’esempio toccherebbe anche i cristiani, vai a sapere perché nessuno da nessuna delle parti coinvolte o meno tiri mai fuori quell’inferno lì per veicolare qualsiasi idea cretina di appartenenza religiosa, forse che l’esempio dimostrerebbe soltanto che dove c’è religione, qualsiasi religione, c’è sì paradiso, ma anche che dove c’è paradiso, qualsiasi paradiso, generalmente c’è anche inferno, uno solo e sempre lo stesso, ma forse perché la religione lì c’entra quanto il mango (e il principe dei) in questi giorni recapitato a Roma c’entra con la riunione sulla carenza di mango fatta tra una boutique e l’altra.

Ho pensato a mio padre in questi giorni più di altri giorni perché c’era tutto.
C’era l’hotel mille stelle nel quale fare il ricco col culo degli altri, c’erano i tre lavori fatti in contemporanea usati uno, la marchetta, per pagarmi il tempo di fare l’altro, quello dove mi spendo con soddisfazione, c’era il Bozza accolto come fosse a casa da Mirella M., c’erano le aziende che ci fanno sentire sporchi ma poi alla fine ci lavoriamo, c’era tutto ciò che non ho fatto in tempo a imparare da lui ma evidentemente nemmeno a scrollarmi dal dna e c’era anche la musica di sottofondo di quel libro che parla di uomini sporchi che fanno cose sporche per soldi.

Io non lo so se mio padre è davvero morto, non avendo mai aperto la scatola di scarpe recapitataci dal posto dove ci si disse fu trovato morto e nella quale ci si disse esserci quel che ne restava, non lo potrò mai dire con certezza e se non l'abbiamo aperta forse fu proprio per conservare questa idea.
Io credo di no, penso sia da qualche parte a fare cose ancora più sporche di quelle che faceva prima, cose così sporche che non potevano più portare quel nome, me lo vedo così, costretto da sé stesso, una volta superata la linea di non ritorno, a far suo definitivamente il totale di quello che dopo quella linea pochi uomini sono in grado di rendere vita definitiva.
Però l’eventualità che sia morto la contemplo, pur non avendo, né io né nessuno, mai visto il corpo, non sono stupido.
In quel caso me lo vedo ucciso dalle stesse armi che quando l'ho seguito sono stato certo commerciasse, dalle stesse mani che gli ho visto stringere e sicuramente pagare il mio soggiorno.
A casa mia mi dicono che l’ho mitizzato per accettarne la morte.
Casa mia, quella che m’ha cresciuto, è questa.
Una casa nella quale ti dicono che se oggi pensi che tuo padre sia morto ucciso da mafie con le quali commerciava in armi, è perché lo stai idealizzando.
Il processo logico utile a realizzare quale idea di mio padre mi sia stata trasferita negli anni, se secondo loro vederlo morto mercante d’armi significa idealizzarlo mito e ricordarlo quindi migliore, non richiede ulteriori elementi per essere compreso.

Interno giorno, stanzetta produzione, io al portatile a lavorare.
Mi si avvicina il cliente che, notata la connect card di marca non sua, mi fa notare che non è carino.
Gli rispondo che quando lavoro per la PM hanno lo stesso problema, non devono esserci in giro sigarette di altre marche e per risolverlo passa uno di loro con le loro sigarette e sostituisce tutti i pacchetti con le loro, se è vuoto è uguale, in cambio te ne da due, tre, una stecca, basta che cambi e in giro non ci siano pacchetti non loro, funziona così
Problema connect non più sollevato.
So mettere a posto le persone, io.

Arriva la pausa pranzo ed esco a prendere un panino.
Finisco il panino vado a pagare e prendo il caffè.
Mi avvicino al banco controllando lo scontrino.
Manca la birra dico tornando in cassa.
La signora controlla, il cameriere controlla, non manca la birra.
Guardo il totale, le voci in elenco, manca la birra, dico.
No i due panini sono una voce sola.
Ah ok, allora è a posto.
Il cameriere scoppia a ridere Uno che torna indietro perché non ha pagato una cosa, in vent’anni mi sarà capitato due volte, ma lei da che mondo viene?
Da quello giusto dico.
Quello dove principi dei mango si fanno recapitare mango nella città dove parleranno di carenza di mango in alberghi nei quali il sapone sa di mango (quando non è direttamente mango) leggendo libri che parlano di uomini sbagliati che vendono armi a uomini ancora più sbagliati con le quali ammazzeranno per sempre bambini che fattisi uomini ricorderanno di loro quando erano migliori e ne sentiranno una mancanza che non accenna a finire né a ridursi di quel tanto che basta per non essere visti come sciocchi idealisti quando parleranno del proprio padre come un meraviglioso mercante d’armi, secondo me, suo malgrado.
O Belgrado, che dir si voglia.


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