19 ottobre 2014

Capita soprattutto ai migliori

Come vuoi che sia andata, è andata così:



Ché poi un giorno parleremo anche di questa cosa che ha a che fare con il perfezionismo, con l'assoluto, con l'intransigenza, con la professionalità.
Questo fatto che io e l'altro responsabile siamo usciti dalla regia con il nervoso a mille, i nervi a fior di pelle, l'incazzatura di rara tensione per un lavoro che stava uscendo perfetto e negli ultimi dieci minuti ha svoltato nella tragedia per un incidente in diretta che in un istante ha invertito il mondo catapultandoci di colpo al confine con la perdita del cliente, lo stesso cliente che per tutte le due ore successive nelle quali noi eravamo in macchina verso casa inventando tra noi le più sincere scuse che avremmo dovuto tirar fuori da lunedì in poi per discolparci e giustificarci, ci manda sms a catena sull'onda dell'entusiasmo di risposta ricevuto dagli ospiti durante il pranzo successivo e allora una catena di "Il miglior evento della nostra storia" e "Vi riportiamo i grazie di tutti quelli in sala per un evento al quale non avevano mai assistito" e noi in macchina sempre più increduli, sempre più zitti, sempre più convinti che tra noi e quelli che guardano ciò che facciamo esista una distanza di aspettative con la quale prima o poi dovremo fare i conti e della quale soprattutto dovremo prendere coscienza anche quando noi stessi siamo convinti di aver fatto un buon lavoro.
Perché o il cliente si aspetta meno di quanto noi chiediamo a noi stessi anche quando noi crediamo di aver fatto un buon lavoro, oppure l'approfittare di quella distanza per scrollarsi di dosso la consapevolezza di aver fatto un disastro ci porterà in un lampo oltre il confine dell'accontentarsi, anche noi, che una vita così delirante non la sapremo mai più fare il giorno che smetteremo di entusiasmarci solo quando noi, non loro, ci diciamo bravi, ci diciamo capaci, ci stringiamo tra noi la mano e ci diciamo grazie.
Sono stato anche bravino questa volta, non semplice, regia in doppia lingua perché fonico e fonico di palco erano francesi e che casino un lavoro fatto di duecento comandi al minuto da splittare separando quelli per l'audio per dedicare loro apposito spazio per il mio inglese arraffazzonato che i miei altri tecnici italiani nemmeno parlano e riuscire a farlo arrivando sempre all'istante giusto, si parla di secondi, con il comando giusto per il tecnico giusto, quasi un lavoro da traduttore simultaneo, splittare il cervello per fare una regia su doppio binario tenendoli sempre coincidenti temporalmente al minuto, ne esci stremato come gli interpreti che proprio per la fatica che fa la mente a operare quel processo lì non lavorano mai più di venti minuti consecutivi e poi si danno il cambio mentre tu lo devi fare per cinque ore continue senza pausa e che fatica accidenti, che fatica.
Sono stato anche bravino ma non bravo, questa volta le lacune che solitamente riesco a dissimulare si sono fatte più evidenti e non saranno gli abbracci e i baci e i grazie entusiasti del cliente alla fine, i soliti abbracci e baci e grazie di ogni fine lavoro, a cancellare la netta consapevolezza che questa volta no, questa volta non l'abbiamo fatto un buon lavoro proprio per niente.
Che sia piaciuto a loro non significa che sia stato un lavoro fatto come siamo capaci di farlo, ma solo che l'asticella minima dei clienti per i quali lavoriamo e la nostra sono parecchio distanti tra loro e noi lo sappiamo, non sappiamo prenderci in giro, che questa volta quella distanza ha salvato il nostro prossimo lavoro ma non il nostro senso di colpa e la nostra consapevolezza di non essere stati all'altezza, alla nostra altezza.
Essere professionisti non significa essere esenti da errori, siamo umani come tutti e come tutti siamo soggetti al caso, al venerdì diciassette, alle dinamiche di gruppi sempre nuovi ogni volta e quindi sempre soggetti agli incidenti da non confidenza e non coincidenza di tempi, di modi, di procedure.
C'è una quota errore umano che è inclusa e concessa anche a noi come a tutti, l'operazione è tecnicamente riuscita ma il paziente è morto, l'aereo era a posto e il pilota più che esperto ma il fulmine ha colpito proprio l'ala, ma quella quota non comprende l'evitabile ed essere professionisti significa poter sbagliare ma non là dove si è in grado di non farlo e le condizioni permettono di non farlo.
Questa volta io ho commesso errori che ero in grado di evitare e che le condizioni mi permettevano di evitare ma che ugualmente ho commesso perché ho voluto tirare troppo la corda, ho voluto spingermi al tempo estremo, ho voluto utilizzare ogni secondo prima della messa in onda per un lavoro che avrei potuto fare meno elaborato e quindi meno lungo da fare utilizzando il tempo rimanente per riverificarlo, pur sapendo a quale rischio mi esponevo scegliendo di farlo elaborato al punto che non avrei avuto tempo di controllarlo perché l'avrei concluso un istante prima della proiezione.
Mi esponevo al rischio dell'errore non verificato e quindi possibile e quello ho commesso.
Essere professionisti non significa non sbagliare, significa essere consapevoli di poter sbagliare come tutti e quindi valutare il tempo a disposizione sapendo che una parte deve sempre essere dedicata al controllo di quanto fatto perché noi andiamo in diretta e una volta sugli schermi non c'è modo di riparare il danno.
Quando si ha troppa fiducia in se stessi si finisce col dimenticarsi che anche noi sbagliamo e così a dimenticarsi di quanto importante sia il tempo della verifica, del controllo, che si finisce col considerare superfluo.
Avevo a disposizione tempo 10 e invece che assegnare tempo 8 al lavoro e 2 alla verifica, per fare un lavoro più bello ho rischiato dedicandogli tutto il 10 che avevo fino al secondo prima della messa in onda.
E il mio errore è andato in onda.
E a nulla valgono i grazie del cliente che di quella virgola se ne frega, a nulla vale la pacca sulla spalla dei colleghi che di errori ne commettono più di me, vale solo che l'unico che in sala se n'è accorto e ha chiesto conto all'agenzia di quanto apparso si è sentito rispondere che non c'è stato nessun errore perché Bruno di errori come quello non ne commette e quella risposta è partita senza prima chiedermi di verificare se effettivamente l'avessi commesso.
Chi mi paga ha fiducia in me più di quanta ne abbia io stesso e questo è uno scollinamento che non deve mai accadere perché uno dei due che mantenga alto il cancello dell'errore dietro l'angolo deve sempre esserci, a turno si deve poter rischiare sapendo di avere intorno persone che ti imporranno la consapevolezza della fallibilità e quindi della verifica, se si salta tutti dalla scogliera non ci sarà nessuno a riva a tirarti la cima quando sbagli il tuffo e a quel punto diventa davvero solo questione di caso, unica variabile alla quale affidarsi, unico confine tra gli azzardati e i professionisti.
Ho sbagliato, sono andati tutti a festeggiare, io sono uscito da solo, sono andato al porto e mi sono regalato una lunga riflessione sul vetro di un bicchiere di birra solitario e consapevole.
Quello che là sopra, probabilmente abituato e condizionato dalla mia solita baldanza, hai scambiato per la foto di un brindisi è in realtà il riflesso di una colpa.
Io quell'errore potevo non commetterlo e non è morto nessuno, la felicità intorno ne è uscita intonsa, la gioia collettiva è esplosa come ogni altra volta, ma se io quell'errore ero in grado di evitarlo quell'errore diventa l'unica cosa con la quale io torno a casa, perché il mio primo cliente sono io, il mio primo giudice sono io e se voglio sapermi obiettivo quando mi dico bravo, devo non smettere mai di esserlo anche quando c'è da non darsela affatto quella pacca sulla spalla solo perché tutti intorno te la danno.

La realtà è che sono un caterpillar e tengo ritmi che nemmeno un esercito di sherpa, non cedo, non mi lamento, non mollo, tiro dritto qualunque cosa accada e qualsiasi sia la strada da fare per arrivare e proprio per questo quando mi dico stanco è perché il limite è stato davvero raggiunto e quando quel limite viene raggiunto si sbaglia dove mai si sarebbe sbagliato, quell'esatto punto in cui si smette di essere professionisti e quando si smette di essere professionisti si smette di essere bravi come lo sono io e nessun altro in Italia.
Nessun altro in Italia.
Io sono l'unico in Italia che fa ciò che faccio io come lo faccio io e non è un'iperbole, non sto in giro trecentosessantacinque giorni l'anno perché mi piace fare cose vedere gente fare tanti chilometri e dormire in un letto diverso ogni notte, ma perché quando serve uno come me posso andare solo io perché uno come me nel mio settore non esiste, sono l'unico in Italia nel vero senso della parola, posso dirlo in senso oggettivo, è una responsabilità enorme ed è una corona enorme e anche per questo uno sbaglio che fatto da altri è piccolo se fatto da me diventa uno sbaglio enorme, perché non sarei l'unico in Italia se non fossi uno che quando commette un piccolo errore la gente intorno non ci crede al punto che garantisce sul mio non averlo commesso senza nemmeno chiedermelo prima, io nella percezione comune non faccio nemmeno quelli piccoli e quindi quando faccio quelli piccoli diventano enormi, si chiama responsabilità della riuscita del lavoro di tutti, c'è chi ci rischia il mutuo sui miei errori, non è perfezionismo, è che proprio io giro sulle dita la vita delle persone che da me vedono dipendere il prossimo lavoro.
Ma sono l'unico in Italia ancora per poco perché una cosa così è un traguardo sul quale chiunque metterebbe la firma aggiungendo zeri ai preventivi e altrettanti ai consuntivi sui quali nessuno fiata mentre per me è un'assurda gabbia perché è vero che se chiedo la luna ormai c'è chi me la porta, ma è anche vero che il prezzo è che io non posso più dire di no a nessuno di quelli che si rivolgono a me perché se arrivano a me è perché hanno un bisogno che sono l'unico in Italia a poter risolvere e quindi questa cosa, ormai raggiunta bravo clap clap, può andare a far parte di quelle fatte e chiuse, ora si cambia si riportano indietro gli zeri sui consuntivi a una cifra che non avrò più vergogna di raccontare a persone alle quali voglio bene e che la schiena se la spezzano davvero per non prendere in un mese quanto io prendo in un giorno e si torna là dove non sono l'unico in Italia e ci penso io, così come sono stato capace di diventarlo sono capace di smettere di esserlo, ma di questo racconterò quando rientrato dalle vacanze darò il via alla fase due della mia vita professionale con una cosa che dire grande è dire poco per ottenere la quale, pensa l'importanza, ciò che ho messo sul piatto io è il mio guadagnare un terzo di quanto guadagni oggi che posso guadagnare davvero quello che voglio.
Qualcuno direbbe un matto, io dico uno al quale dei soldi non è mai fregato nulla e per questo non li ha mai fatti e ha distribuito in giro tutti quelli che gli son passati tra le mani, io voglio solo stare bene e che quelli intorno a me stiano bene, solo che non parlo in senso economico e quindi dei soldi me ne faccio oggettivamente ben poco in assenza di tutto il resto che non si può comprare, come per esempio la libertà di dire no o anche, semplicemente, di essere accanto a chi amo quando ne ha bisogno.
A me oggi manca quella e quella ora vado a riprendermi.
Ho raggiunto una tale libertà di decidere che non ho più la possibilità di farlo, che accidenti di paradosso.
E se pensi che sia uno che crede molto in me, non hai conosciuto quelli con i quali lavoro e che si sono detti disposti a, pur di rubare a tutti gli altri il mio essere l'unico in Italia.
Quando mi han detto cosa hanno bloccato in attesa di conoscere la mia decisione non ci credevo nemmeno io.
Così tanto non ci credevo nemmeno io ed è tutto dire, che cosa enorme per il mio cuoricino stanco.
E' davvero servito ogni singolo giorno di tutti questi assurdi e incredibili venti anni, comprese le cadute, le lotte e le scelte pagate, tutte a caro prezzo, una per una, sempre da solo e sempre rialzandomi e ripartendo.
Ma dio se sto raccogliendo oggi e quanto è lunga la fila di quelli ai quali lo potrei sbattere in faccia.
Uno, è lunga uno e non servirà nemmeno sbatteglielo in faccia, il non aver bisogno di farlo sarà l'ultima vittoria finale perché quel non bisogno è un non bisogno intimo, non tecnico, è un essere risolto, un non aver più la necessità di dimostrare nulla a nessuno e questa è la più grande linea che si possa raggiungere nella vita intima e personale, il momento in cui che gli altri sappiano dove sei arrivato è marginale e ininfluente, lo so io e tanto basta per sapere che la fatica è valsa, che avevo ragione io, che ho fatto bene a non smettere mai di crederci nemmeno quando è stato proprio fango e merda senza identificabili uscite a portata di mano, magari lontane ma visibili e invece non c'erano nemmeno quelle e in quel momento tocchi lo smarrimento vero, la disperazione vera e io lo stesso a non smettere di credere che l'avrei trovata un giorno e quanta vita c'è dentro il "Lo sapevo" dell'istante in cui la trovi o la costruisci ma in ogni caso e contro ogni aspettativa, soprattutto contro ogni aspettativa e previsione di quelli intorno eccitati dal loro percepirti finito perché tale appari, ne esci a testa alta, distrutta da anni di somatizzanti stabili malditesta ma alta e vaffanculo, per abbattere me mi devi proprio sparare, meno di quello vinco io qualsiasi guerra.


Adesso mi fermo e me ne vado là dove tutti hanno bisogno di andare una volta all'anno e io invece me le salto a cicli di ogni tre, là dove l'unico impegno sarà decidere cosa leggere dedicandomi finalmente a tutti i libri che le persone splendide che siete mi hanno regalato e che stanno lì ad attendere quella volta ogni due anni che ho più di due ore consecutive spensierate, decidere cosa bere tra una birra ghiacciata e l'altra, su quale culo fare le fantasie delle ore successive come unica attività neuronale, dove andare a mangiare il pesce più buono dell'isola per stasera, e poi per domani sera, e poi per la sera dopo e per tutte le quattordici che passerò lontano da quest'Italia nella quale sono unico.
Non mi pare vero che stia per andare davvero in vacanza.
Poi torno e cambio per l'ennesima volta vita, questa possiamo dirla giunta al traguardo massimo raggiungibile e sedersi non è cosa per quelli come me che sono unici.

Potevi essere al mio fianco anche nella prossima, potevi far parte di una vita meravigliosa che chiede solo di essere condivisa perché tutto questo nella mia sola non ci sta, hai preferito altro, tecnicamente si dice in bocca al lupo, ci vedremo quando avremo settant'anni, quando non avrai altro da dirmi che "Ho sbagliato" incartato in un rimpianto del quale io mi sarò liberato decenni prima e io non avrò altro da rispondere che "Capita anche ai migliori, pensa che una volta ho sbagliato persino io. Perdònati, io l'ho fatto".


13 commenti:

  1. Gustavo13:52

    Bru, non per minimizzare ma guarda cosa è successo a Tiberio Timperi...

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  2. Anonimo08:40

    Cherì, parliamo un po' di cose importanti:
    la prossima volta pensaci meno, fatti una birra con gli altri, ma soprattutto... FAI PIù VACANZEEEEE!!!!!!

    Buon lavoro ;P

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  3. E infatti "perdono" era la parola che aspettavo di leggere fino alla esima riga.
    E quante parole ci sono volute, prima.

    Abituiamoci a frequentarlo di più, questo perdono.
    Esercitandoci allo specchio, tanto per cominciare.

    E buone vacanze.

    E che ti abbondino libri, birre, pesci e culi.
    Olè.

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    1. Carissima, non è certo la prima volta che noto e ammiro la tua stupefacente capacità d'azzeccare con precisione millimetrica le cose perfette da dire.
      Approvo e sottoscrivo ogni tua parola, da 'perdonarsi' a 'culi'.
      E anche olè.

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    2. Sì, però non ti va più la mail e mi ha rimandato indietro le parole di stasera.

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    3. E invece dovevano arrivarti perché giunto al punto in cui torna da Vienna ho sentito il bisogno di fermarmi per dirti la bellezza di ciò che avete fatto tu e lui, la grandezza che forse a furia di lavorarci chissà quante volte non potete vedere come la si può vedere con occhi vergini e, per questo, commossi.

      Che cosa meravigliosa avete fatto.
      E che regalo, per me.

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    4. Anonimo09:05

      Scusate, io non so niente di niente, e ovviamente sono fatti vostri, ma: il PdM-Lei: sei una cavalla!

      Ed aggiungo, oltre a culi (sempre sieno lodati), un paio di bei rutti piazzati là ammodino e pure un moccolo ogni tanto, giusto per.

      buona giornata a tutti/e

      (ciao, Bee)

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    5. @Bee: spiego e ostento la mia coda di pavone, genuflettendomi in segno di grazie.
      @Bruno: ti scrissi. ti giunse?
      @bongiornoesseova: ove trattasi di complimento lo intasco golosa e furtiva, altrimentì assòreta. (sempre con affetto, ovvia.)

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  4. Anonimo11:19

    @PdM-Lei: "sei una cavalla" a Firenze è un complimento, tranquilla. :)
    Ma così, a naso da te mi prenderei anche un assòreta tutta per me.

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    1. @bongiorno: uff, avevo appena ripiegato le piume che mi tocca riaprire la ruota e rigenuflettermi in segno di grazie. :-D

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    2. Dura la vita per i pavoni, eh?
      Eccomunque sì, pure io in cotanto loco mi presi della cavalla, e 'fubbemi' spiegato che di ambìto complimento trattossi.
      Questo confortevole salotto si sta equinizzando, mi sa.

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  5. Anonimo16:12

    (tra l'altro, bone le bistecche di cavallo, alla facciazza della Brambilla)

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